dilluns, 25 de juliol del 2016

Nera


Chi sfrecci o meglio passeggi per le vie di qualsiasi città o villaggio africano, non può che notare una cosa: l’economia nera nella quale sguazza il popolo africano. L’economia dell’Africa è nera, di quel nero colorato e pungente, come gli occhi attenti e precisi di chi fa del riuso, riutilizzo, recupero, le prime 3 erre fondamentali nella gestione dei residui, un’arte magica. Riescono a riparare di tutto. Con qualsiasi cosa gli capiti a tiro. La mia bici, ad esempio, Amazzi (acqua). Davvero africana, e nera, come Trottola. Di seconda mano. Avevo passato varie giornate a cercarla prima di trovarla, grazie al mio amico pittore Tibba, che, stomaco vuoto e fegato un po’ meno, conosce tutti ma fa fatica a sopravvivere. Il meccanico, di cui ancora ignoro il nome e con cui mi scrivevo sulla pelle dell’avambraccio varie cifre per trattare il prezzo, passò varie ore prima di consegnarmela. Con magheggi, mise a posto qualsiasi ingranaggio, con pezzi di ferro, molle, aggiustando finemente i raggi e i copertoni mezzi andati. Evidentemente non è una Bianchi, l’estetica è molto africana, ma funziona. O il cavo del pc, messo a posto un paio di volte, come in una catena di montaggio. Puoi anche andare dal fruttivendolo a farlo riparare, perché sicuramente appare qualcuno che te lo porta da qualcuno che conosce qualcun altro, e tu li segui di celletta in celletta, o aspetti dal fruttivendolo mentre una bimba viene allattata. Con la pazienza che è un imperativo qui, godendoti i minuti caldi e gli sguardi di questa gente bonaria, stai sicuro che il tuo cavo sarà riparato. Poi, sempre con pazienza e filosofia, negozi un po’ il prezzo, e via. Non esiste il buttare via alla leggera. A parte sacchetti e confezioni.

Nera anche come la polvere che avvolge le città, prodotta dalle migliaia di motori a scoppio a bordo di bus, taxi collettivi (matatu, tipici pulmini da 12+10 persone, stracolmi, come i rapiditos hondureños), macchine, generatori a Diesel o benzina, centrali elettriche a combustibile fossile, e qualche sporadica industria. Nera come la pelle, ma solo quella, dei meccanici, dalla camicia spesso impeccabile, con mani al contrario piene di grasso, immersi in lavori certosini e a prima vista senza speranze, ma dagli esiti garantiti. Nera come il dolore di gambe spezzate, contusioni, e morti, dovuti agli incidenti degli spericolati boda-boda, che si guadagnano la vita respirando nero e giocando con la vita.

Nera come molti dei milioni di sacchetti di plastica che ti appioppano per qualsiasi minimo acquisto, che pervadono ogni spazio urbano, e spesso anche rurale e marino. Utilizzati per qualsiasi cosa, compreso come coperchi dentro le pentole, e buttati nel primo posto, che sia uno scolo dove pascolano le galline, la soglia di casa, il prato dietro le baracche, il rigagnolo fetido sotto il ponte. I rifiuti sono assolutamente ovunque. Un giorno, a Kitobo, nel finire la strada, iniziamo a scavare una collinetta appena dietro le ultime case, una delle quali peraltro collassata su se stessa, in un innocuo groviglio di fango, canne e cellophane (sì, plastica anche come tetto), che per ora in due settimane nessuno ha pensato di sciogliere. In questa collinetta, il piccone e la zappa tirano fuori di tutto: uno strato di parecchi cm di profilattici, sacchetti, resti animali, confezioni, centinaia di inquinantissime batterie, confezioni di medicinali… Quando piccono io mi viene quasi il voltastomaco, e da quel giorno i bellissimi colori verde e blu che dipingono il paesaggio di queste isolette sono meno idilliaci e più punteggiati di nero. Nera come il fumo che i rifiuti stessi producono quando bruciati. Avvolgono le narici per ore a volte a Kitobo, se si è sottovento.

Che fare? Noi bianchi onniscienti che facciamo? Giardini puliti, strade più o meno pulite (sempre che non ci siano impicci locali, mala gestione…), ok. Ma dove vanno le nostre tonnellate di rifiuti? Uguale a loro. Sottoterra, o bruciate. Certo, con qualche accorgimento in più. Ma anche con qualche 0 in più in termini di volume e peso di rifiuti. Qui non esiste né può esistere (visto l’assente tessuto industriale) alcun centro di riciclo, a parte le bottiglie di vetro, che vengono rese come si è sempre fatto fino a pochi anni fa. In effetti, sfogliando tra pagine di web di esperti di rifiuti, in questi casi bisognerebbe implementare una separazione almeno tra la parte organica e quella non. Ancora ricordo in Ecuador, cinque anni fa, quando i locali indigeni rimanevano stupefatti davanti al fatto che una bottiglietta si deteriora in un migliaio di anni. L’uso di questi prodotti innovativi, sicuramente pratici e alquanto utili per l’attività principale dell’Africa –il commercio- è entrato come un bulldozer nel Terzo Mondo, senza alcuna cognizione sulla tossicità dei residui, sull’inquinamento. E, purtroppo, non è solo un problema ambientale. Quando i miei coinquilini per accendere e ravvivare il fuoco ci buttano dentro gli innumerevoli sacchettini monodose dai quali succhiano il waragi (distillato dalla canna da zucchero), è davvero dura, e completamente inutile, spiegargli in modo molto semplice che respirarne i fumi fa molto male, senza menzionargli paroloni come diossine o i nomi delle complicazioni mediche, che ignoro. I problemi respiratori nelle città sono enormi. Prodotti e consumismo purtroppo rare volte sono accompagnate da informazione ed educazione, queste ultime non sono redditizie.

E mi chiedo: io come torno alle mie adorate battaglie ambientaliste nella ordinata Europa (che butta la polvere sotto il tappeto di altri continenti), dopo aver visto questo?

E, detto questo, fatta questa accademica pseudo-analisi molto sommaria, la realtà è un’altra. E’ che non riesco a togliermi di dosso la polvere, la vista della distesa di lamiere, l’odore acre della miseria urbana, che è diversa dalla povertà contadina, ogni volta che attraverso Kampala. Due ragazzi nella periferia che aprono un sacco pieno di sfalci di plastica, recuperati chissà dove, tutto a mani nude. Ne estraggono una specie di cellophane più intatto degli altri, lo mettono da parte. Si scostano, per far passare un matatu che passa sopra quello stesso sacco, il quale a sua volta copre una strada piena di buche e spazzatura. Di fianco, un negozio con una stanza incredibilmente stracolma di ferraglie incastrate, soprattutto pezzi di biciclette. Una nebbia grigia e calda, che sa di azoto e carbonio e poco di ossigeno, permea i polmoni e le bocche sorridenti di questi poveri ragazzi. Donne grasse per l’alimentazione a base di fritto vendono a fianco della verdura di cui si distingue poco il colore. Donne magre accoccolate su uno straccio vendono pannocchie a poche centesimi, belle e colorate, comunque nella loro dignitosa sopravvivenza sull’orlo del nero. L’autobus si ferma in una delle chilometriche code in ingresso a Kampala. Del fetore immondo riempie le narici, più forte dell’onnipresente fumo grigio. Nel fossato una coperta piena di mosche copre un cane morto da chissà quanto, di cui si intravede la coda nera, e nemmeno quello me lo tolgo di dosso, perché a pochi metri la gente cammina, mercanteggia, vive. In altri fossati scorre una densa melma grigia mista a spazzatura, di un grigio così intenso che sembra un liquido uscito da una fonderia, più inquietante del nero.

Ma soprattutto, non riesco nemmeno a togliermi di dosso le mani nere tese, palme sporche e solo un più chiare verso il cielo, di un ragazzino prostrato su un marciapiede vicino al centro. E di un altro bambino, e di un’altra ragazzina ancora. E di me che vado veloce verso qualsiasi cosa che non sia pensare a loro, al loro futuro.

E allora l’economia, il continente, assume di nuovo le forme di un nero disperato del quale non riesco a captare la profondità, e questo abisso diventa il mio privilegio, la mia colpa. Solo il nero della notte, con la sua democratica tranquillità protettiva, riporta la pace a me, e forse anche a loro per qualche ora.

.the.Hive.

1 comentari:

  1. ehhhheeeeehhh questo è davvero magico...quanto nero puro... quanto nero doloroso,quanto nero che fa pensare, vivere, gioire e condividere!!! grazie Daniele! a prestissimo

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