Chi
sfrecci o meglio passeggi per le vie di qualsiasi città o villaggio
africano, non può che notare una cosa: l’economia nera nella quale
sguazza il popolo africano. L’economia dell’Africa è nera, di
quel nero colorato e pungente, come gli occhi attenti e precisi di
chi fa del riuso, riutilizzo, recupero, le prime 3 erre fondamentali
nella gestione dei residui, un’arte magica. Riescono a riparare di
tutto. Con qualsiasi cosa gli capiti a tiro. La mia bici, ad esempio,
Amazzi (acqua). Davvero africana, e nera, come Trottola. Di
seconda mano. Avevo passato varie giornate a cercarla prima di
trovarla, grazie al mio amico pittore Tibba, che, stomaco vuoto e
fegato un po’ meno, conosce tutti ma fa fatica a sopravvivere. Il
meccanico, di cui ancora ignoro il nome e con cui mi scrivevo sulla
pelle dell’avambraccio varie cifre per trattare il prezzo, passò
varie ore prima di consegnarmela. Con magheggi, mise a posto
qualsiasi ingranaggio, con pezzi di ferro, molle, aggiustando
finemente i raggi e i copertoni mezzi andati. Evidentemente non è
una Bianchi, l’estetica è molto africana, ma funziona. O il cavo
del pc, messo a posto un paio di volte, come in una catena di
montaggio. Puoi anche andare dal fruttivendolo a farlo riparare,
perché sicuramente appare qualcuno che te lo porta da qualcuno che
conosce qualcun altro, e tu li segui di celletta in celletta, o
aspetti dal fruttivendolo mentre una bimba viene allattata. Con la
pazienza che è un imperativo qui, godendoti i minuti caldi e gli
sguardi di questa gente bonaria, stai sicuro che il tuo cavo sarà
riparato. Poi, sempre con pazienza e filosofia, negozi un po’ il
prezzo, e via. Non esiste il buttare via alla leggera. A parte
sacchetti e confezioni.
Nera
anche come la polvere che avvolge le città, prodotta dalle migliaia
di motori a scoppio a bordo di bus, taxi collettivi (matatu,
tipici pulmini da 12+10 persone, stracolmi, come i rapiditos
hondureños), macchine, generatori a Diesel o benzina, centrali
elettriche a combustibile fossile, e qualche sporadica industria.
Nera come la pelle, ma solo quella, dei meccanici, dalla camicia
spesso impeccabile, con mani al contrario piene di grasso, immersi in
lavori certosini e a prima vista senza speranze, ma dagli esiti
garantiti. Nera come il dolore di gambe spezzate, contusioni, e morti, dovuti agli incidenti degli spericolati boda-boda, che si guadagnano la vita respirando nero e giocando con la vita.
Nera come molti dei milioni di sacchetti di plastica che
ti appioppano per qualsiasi minimo acquisto, che pervadono ogni
spazio urbano, e spesso anche rurale e marino. Utilizzati per
qualsiasi cosa, compreso come coperchi dentro le pentole, e buttati
nel primo posto, che sia uno scolo dove pascolano le galline, la
soglia di casa, il prato dietro le baracche, il rigagnolo fetido
sotto il ponte. I rifiuti sono assolutamente ovunque. Un giorno, a
Kitobo, nel finire la strada, iniziamo a scavare una collinetta
appena dietro le ultime case, una delle quali peraltro collassata su
se stessa, in un innocuo groviglio di fango, canne e cellophane (sì,
plastica anche come tetto), che per ora in due settimane nessuno ha
pensato di sciogliere. In questa collinetta, il piccone e la zappa
tirano fuori di tutto: uno strato di parecchi cm di profilattici,
sacchetti, resti animali, confezioni, centinaia di inquinantissime
batterie, confezioni di medicinali… Quando piccono io mi viene
quasi il voltastomaco, e da quel giorno i bellissimi colori verde e
blu che dipingono il paesaggio di queste isolette sono meno idilliaci
e più punteggiati di nero. Nera come il fumo che i rifiuti stessi
producono quando bruciati. Avvolgono le narici per ore a volte a
Kitobo, se si è sottovento.
Che
fare? Noi bianchi onniscienti che facciamo? Giardini puliti, strade
più o meno pulite (sempre che non ci siano impicci locali, mala
gestione…), ok. Ma dove vanno le nostre tonnellate di rifiuti?
Uguale a loro. Sottoterra, o bruciate. Certo, con qualche
accorgimento in più. Ma anche con qualche 0 in più in termini di
volume e peso di rifiuti. Qui non esiste né può esistere (visto
l’assente tessuto industriale) alcun centro di riciclo, a parte le
bottiglie di vetro, che vengono rese come si è sempre fatto fino a
pochi anni fa. In effetti, sfogliando tra pagine di web di esperti di
rifiuti, in questi casi bisognerebbe implementare una separazione
almeno tra la parte organica e quella non. Ancora ricordo in Ecuador,
cinque anni fa, quando i locali indigeni rimanevano stupefatti
davanti al fatto che una bottiglietta si deteriora in un migliaio di
anni. L’uso di questi prodotti innovativi, sicuramente pratici e
alquanto utili per l’attività principale dell’Africa –il
commercio- è entrato come un bulldozer nel Terzo Mondo, senza alcuna
cognizione sulla tossicità dei residui, sull’inquinamento. E,
purtroppo, non è solo un problema ambientale. Quando i miei
coinquilini per accendere e ravvivare il fuoco ci buttano dentro gli
innumerevoli sacchettini monodose dai quali succhiano il waragi
(distillato dalla canna da zucchero), è davvero dura, e
completamente inutile, spiegargli in modo molto semplice che
respirarne i fumi fa molto male, senza menzionargli paroloni come
diossine o i nomi delle complicazioni mediche, che ignoro. I problemi
respiratori nelle città sono enormi. Prodotti e consumismo purtroppo
rare volte sono accompagnate da informazione ed educazione, queste
ultime non sono redditizie.
E
mi chiedo: io come torno alle mie adorate battaglie ambientaliste
nella ordinata Europa (che butta la polvere sotto il tappeto di altri
continenti), dopo aver visto questo?
E,
detto questo, fatta questa accademica pseudo-analisi molto sommaria, la realtà
è un’altra. E’ che non riesco a togliermi di dosso la polvere, la vista della distesa
di lamiere, l’odore acre della miseria urbana, che è diversa
dalla povertà contadina, ogni volta che attraverso Kampala. Due
ragazzi nella periferia che aprono un sacco pieno di sfalci di
plastica, recuperati chissà dove, tutto a mani nude. Ne estraggono
una specie di cellophane più intatto degli altri, lo mettono da
parte. Si scostano, per far passare un matatu che passa sopra quello
stesso sacco, il quale a sua volta copre una strada piena di buche e
spazzatura. Di fianco, un negozio con una stanza incredibilmente
stracolma di ferraglie incastrate, soprattutto pezzi di biciclette.
Una nebbia grigia e calda, che sa di azoto e carbonio e poco di
ossigeno, permea i polmoni e le bocche sorridenti di questi poveri
ragazzi. Donne grasse per l’alimentazione a base di fritto vendono
a fianco della verdura di cui si distingue poco il colore. Donne
magre accoccolate su uno straccio vendono pannocchie a poche
centesimi, belle e colorate, comunque nella loro dignitosa
sopravvivenza sull’orlo del nero. L’autobus si ferma in una delle
chilometriche code in ingresso a Kampala. Del fetore immondo riempie
le narici, più forte dell’onnipresente fumo grigio. Nel fossato
una coperta piena di mosche copre un cane morto da chissà quanto, di
cui si intravede la coda nera, e nemmeno quello me lo tolgo di dosso,
perché a pochi metri la gente cammina, mercanteggia, vive. In altri
fossati scorre una densa melma grigia mista a spazzatura, di un
grigio così intenso che sembra un liquido uscito da una fonderia, più inquietante del nero.
Ma
soprattutto, non riesco nemmeno a togliermi di dosso le mani nere
tese, palme sporche e solo un più chiare verso il cielo, di un
ragazzino prostrato su un marciapiede vicino al centro. E di un altro
bambino, e di un’altra ragazzina ancora. E di me che vado veloce
verso qualsiasi cosa che non sia pensare a loro, al loro futuro.
E
allora l’economia, il continente, assume di nuovo le forme di un
nero disperato del quale non riesco a captare la profondità, e
questo abisso diventa il mio privilegio, la mia colpa. Solo il nero
della notte, con la sua democratica tranquillità protettiva, riporta
la pace a me, e forse anche a loro per qualche ora.
.the.Hive.
ehhhheeeeehhh questo è davvero magico...quanto nero puro... quanto nero doloroso,quanto nero che fa pensare, vivere, gioire e condividere!!! grazie Daniele! a prestissimo
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