Corro tra questo palmeto verde scuro. L’ombra
che getta è di quelle pacifiche, come quella delle pinete toscane.
La palma ha quell’eleganza sobria e irresistibile delle donne
semplici e belle. Da un lato, si odono le timide onde del lago,
dall’altro qualche boda-boda
arranca sulla ripida salita che da Mweena porta a casa mia. Corro,
osservando e saluto qualche locale, in camicia elegante, che
passeggia. Dove andranno, con questo passo sempre in pace con il
mondo? Corro, corricchio, e osservo tutto intorno. Mattoni costruiti
a partire dal fango accatastati, recinzioni per bestiame, casupole in
mezzo alla foresta da cui esce immancabilmente una bimba che a mala
pena cammina o un bambino che mi corre incontro salvo fermarsi a
pochi metri in attesa del mio saluto. Spiaggette dove qualche locale
è riunito a chiacchierare a cavalcioni di una barca. Mi confermano
che fare il bagno equivale a una buona possibilità di contrarre la
Bilharzia,
fastidiosa malattia che appare dopo 6 settimane e che è dura da
combattere. Riprendo a correre, su su per la terra rossa, con il
cielo azzurro e il verde scuro attorno.
Arrivo a uno spiazzo. Mi ci fermo un tempo
indefinito e sospeso, perché l’orizzonte di questo lago è così
lontano. Più vicino ci sono due pescatori che nel sole del
pomeriggio inoltrato lavorano, tranquilli e incessanti, su queste
magnifiche barchette di legno. Senza tempo. Vedo boschi e
piantagioni. Terra, acqua, aria, fuoco. Mi sento immerso
completamente in qualcosa di grande. Pulsa, e ha vene rosse. Il
vento, sempre lui... mi pare che le foglie che si muovono portano con
sé un messaggio e una carezza: benvenuto nel Cuore.
Corro di nuovo, leggero e felice. Incrocio il
gruppo di tenute giallo acceso dei detenuti dell’isola, che
trasportano a spalle grossi rami e tronchi dal palmeto. La loro
prigione si trova a 500 metri dall’ufficio di Kafophan dove lavoro.
San Vittore? Alcatraz? No… qua la recinzione di sicurezza sono sei
sottili fili spinati distanziati tra loro di mezzo metro, tenuti insieme
da sgangherati paletti in legno. All’interno, vedo un cortile con banani e
panchine di legno, e qualche baracca di legno. Il cancello, spesso aperto. Nulla di diverso dal
resto del villaggio, a parte il misero filo spinato e le uniformi
gialle. Li vedo aggiustare una moto, chiacchierare sulle panchine. Un
poliziotto un giorno mi si avvicina mentre pranzo da solo (da solo
non è mai, appunto!). Si siede, e mi chiede spudoratamente 5.000
scellini per mangiare. Di fronte al mio rifiuto, continua comunque a
sorridere e mi racconta qualcosa sui criminali detenuti. A me pare
che sono tutti molto giovani, e immagino (ingenuamente?) che siano al
massimo ladri estemporanei, perché di pericoloso non hanno
apparentemente nulla.
Quando torno dalla corsa, mi sgranchisco le gambe
vista lago, a volte in compagnia di qualche coinquilino che passa la
giornata nel giardino di casa, aperto e piantumato. Come passano la
giornata? In attesa? No. Semmai in non-attesa. Vivendo la compagnia,
il riposo, il pranzo, la cena, come ritmo naturale. Mi sono abituato
a questa casetta alla periferia di Kalangala, prima che la strada
rossa e pietrosa si butti giù verso le piantagioni di palma da olio
e verso Mweena, da cui salpiamo quasi ogni mattina per andare a
Kitobo. Soprattutto non è un resort per bianchi. Mweena, piccolo
centro di una povertà evidente, anche solo paragonata a Kalangala.
Una mattina, mentre scendo verso la
spiaggia-molo di Mweena a piedi, una ragazza con una fascina di fieno
semi-fresco in mano mi aspetta sulla strada per poter chiacchierare.
Betty è una mercante del pesce di Mweena: lo compra fresco, lo
griglia e lo vende a Kampala, dove il prezzo è il doppio. È
giovane, carina, e molto simpatica. È di quelle persone, non rare
qua, che semplicemente si aprono verso lo straniero in maniera
trasparente, curiosa e disinteressata. La vedo addentrarsi nella
baraccopoli di legno dove ha uno dei tipici cantucci di legno dove si
prepara cibo, e da cui escono odori ed effluvi, buoni e cattivi, le
cui combinazioni mutevoli e impregnanti sono l’odore indescrivibile
dell’Africa, che si ricorda per anni.
Dungo, il nostro barcaiolo, è di Mweena. Un
giorno gli porgo una domanda un po’ sciocca: “Ti piace Mweena?”,
a cui risponde con uno sguardo perplesso e rassegnato, e un
monosillabo. Vedendo le case di Mweena, la quieta povertà
serpeggiante, i bambini nudi o seminudi ovunque, capisco che la
risposta potevo darmela da solo. Dungo però è silenzioso ma a suo
modo simpatico. Fa il suo lavoro, barcaiolo e pescatore, al suo
meglio. Fissa le onde per prenderle il più dolcemente possibile. Se
faccio foto, rallenta il motore di 40 cavalli per poter avere più
stabilità. Accetta volontieri una tazza di busera,
bevanda calda e poco saporita ottenuta dal miglio, 13 centesimi di euro. La povertà qua, in campagna, sulle isole, non è disperata. È davvero quotidianità serena
per loro, con una speranza non ansiosa, non ossessiva, di uscirne in
qualche modo, di avere qualcosa in più del pezzetto di cassava, del pancake di banana, e dell'ottimo pesce (ngegé o empuuta), spesso fritto.
E poi la povertà è combattuta da lei. Dalla
musica. Immancabile come i canti dei grilli. A tutto volume, sempre.
Che sia una radio, un cellulare, un enorme altoparlante, un carro con
ballerine dalle movenze sessuali più che sensuali, e con un
microfono sempre acceso da cui si diffondono battute per me
incomprensibili ma immagino bonarie. La musica scaccia la povertà
dalla mente, anche se non dal corpo. La musica è ovunque, battito
incessante del Cuore.
Quando ogni giorno torno da questi vari
incontri, o da momenti di condivisione di silenzio, entro a casa. La
mia stanza, finalmente. Dove riflettere su troppi stimoli, troppo
diversi. La mia casetta fino a fine agosto almeno. È spartana,
esattamente come cercavo. Pago un prezzo un po' alto (450.000
scellini al mese), e spero che i miei coinquilini paghino massimo la
metà. Però ha una vista spettacolare sul lago, è vicino a Mweena.
Ho il bagno in camera, senza porta ma con una parete divisoria. È
costituito da una turca, un lavandino di 30 cm scarsi incastrato in
un angolo appena di fianco alla turca, e un doccino di acqua fredda
appeso con due chiodi alla parete senza intonaco. Cemento grezzo come
pavimento. Qualche insetto ronza ogni tanto, una fila di tranquille
formichine incessantemente lavora dal tetto a un buco a metà parete,
seguendo un unico cammino. Qualche nido di ragni. Una panchina da
spogliatoio con cassaforte inclusa, un letto di dimensioni e
comodità più che sufficienti, con zanzariera rattoppata, una
mensola di 80 centimetri, e una decina di ganci di legno all'interno
della porta. Porta con chiave. La finestra si chiude bene, e ha delle
tende molto dignitose (che però io personalmente sempre detesto). Una specie di tappeto di plastica malandata, immediatamente
ripiegato e messo da parte, per dar luce al cemento rossastro levigato, più igienico.
Insomma, spartana, semplice. Ma mi piace. La
tengo pulita, con i pochi averi di cui devo prendermi cura, con il
mio mucchietto di vestiti e gli scarsi oggetti di valore tra cui, in primis, il diario, poi i
documenti, questo pc vecchio 6 anni, che scotta in questi climi
caldi, una bella macchina fotografica che immortala i colori (e di cui non riesco a mostrare foto per la connessione limitata), e il cellulare, anch’esso vecchiotto, che è la mia finestra
verso le persone che mi mancano. Prende sempre, il whatsapp
quasi sempre disponibile ha annullato l’isolamento e l’amenità
che uno ha in mente se pensa a un’isola sperduta nel centro
dell’Africa. Da romantico, detesto questa connessione virtuale. Da
romantico, è anche la cosa che mi fa piacere, per poter condividere
i miei occhi e i miei pensieri con le persone a cui tengo.
.the.Hive.
grazie gracias thenkyou merci shukrani!!!
ResponElimina