dissabte, 9 de juliol del 2016

Immerso nel cuore


Corro tra questo palmeto verde scuro. L’ombra che getta è di quelle pacifiche, come quella delle pinete toscane. La palma ha quell’eleganza sobria e irresistibile delle donne semplici e belle. Da un lato, si odono le timide onde del lago, dall’altro qualche boda-boda arranca sulla ripida salita che da Mweena porta a casa mia. Corro, osservando e saluto qualche locale, in camicia elegante, che passeggia. Dove andranno, con questo passo sempre in pace con il mondo? Corro, corricchio, e osservo tutto intorno. Mattoni costruiti a partire dal fango accatastati, recinzioni per bestiame, casupole in mezzo alla foresta da cui esce immancabilmente una bimba che a mala pena cammina o un bambino che mi corre incontro salvo fermarsi a pochi metri in attesa del mio saluto. Spiaggette dove qualche locale è riunito a chiacchierare a cavalcioni di una barca. Mi confermano che fare il bagno equivale a una buona possibilità di contrarre la Bilharzia, fastidiosa malattia che appare dopo 6 settimane e che è dura da combattere. Riprendo a correre, su su per la terra rossa, con il cielo azzurro e il verde scuro attorno. 

Arrivo a uno spiazzo. Mi ci fermo un tempo indefinito e sospeso, perché l’orizzonte di questo lago è così lontano. Più vicino ci sono due pescatori che nel sole del pomeriggio inoltrato lavorano, tranquilli e incessanti, su queste magnifiche barchette di legno. Senza tempo. Vedo boschi e piantagioni. Terra, acqua, aria, fuoco. Mi sento immerso completamente in qualcosa di grande. Pulsa, e ha vene rosse. Il vento, sempre lui... mi pare che le foglie che si muovono portano con sé un messaggio e una carezza: benvenuto nel Cuore. 

Corro di nuovo, leggero e felice. Incrocio il gruppo di tenute giallo acceso dei detenuti dell’isola, che trasportano a spalle grossi rami e tronchi dal palmeto. La loro prigione si trova a 500 metri dall’ufficio di Kafophan dove lavoro. San Vittore? Alcatraz? No… qua la recinzione di sicurezza sono sei sottili fili spinati distanziati tra loro di mezzo metro, tenuti insieme da sgangherati paletti in legno. All’interno, vedo un cortile con banani e panchine di legno, e qualche baracca di legno. Il cancello, spesso aperto. Nulla di diverso dal resto del villaggio, a parte il misero filo spinato e le uniformi gialle. Li vedo aggiustare una moto, chiacchierare sulle panchine. Un poliziotto un giorno mi si avvicina mentre pranzo da solo (da solo non è mai, appunto!). Si siede, e mi chiede spudoratamente 5.000 scellini per mangiare. Di fronte al mio rifiuto, continua comunque a sorridere e mi racconta qualcosa sui criminali detenuti. A me pare che sono tutti molto giovani, e immagino (ingenuamente?) che siano al massimo ladri estemporanei, perché di pericoloso non hanno apparentemente nulla. 

Quando torno dalla corsa, mi sgranchisco le gambe vista lago, a volte in compagnia di qualche coinquilino che passa la giornata nel giardino di casa, aperto e piantumato. Come passano la giornata? In attesa? No. Semmai in non-attesa. Vivendo la compagnia, il riposo, il pranzo, la cena, come ritmo naturale. Mi sono abituato a questa casetta alla periferia di Kalangala, prima che la strada rossa e pietrosa si butti giù verso le piantagioni di palma da olio e verso Mweena, da cui salpiamo quasi ogni mattina per andare a Kitobo. Soprattutto non è un resort per bianchi. Mweena, piccolo centro di una povertà evidente, anche solo paragonata a Kalangala. 

Una mattina, mentre scendo verso la spiaggia-molo di Mweena a piedi, una ragazza con una fascina di fieno semi-fresco in mano mi aspetta sulla strada per poter chiacchierare. Betty è una mercante del pesce di Mweena: lo compra fresco, lo griglia e lo vende a Kampala, dove il prezzo è il doppio. È giovane, carina, e molto simpatica. È di quelle persone, non rare qua, che semplicemente si aprono verso lo straniero in maniera trasparente, curiosa e disinteressata. La vedo addentrarsi nella baraccopoli di legno dove ha uno dei tipici cantucci di legno dove si prepara cibo, e da cui escono odori ed effluvi, buoni e cattivi, le cui combinazioni mutevoli e impregnanti sono l’odore indescrivibile dell’Africa, che si ricorda per anni. 

Dungo, il nostro barcaiolo, è di Mweena. Un giorno gli porgo una domanda un po’ sciocca: “Ti piace Mweena?”, a cui risponde con uno sguardo perplesso e rassegnato, e un monosillabo. Vedendo le case di Mweena, la quieta povertà serpeggiante, i bambini nudi o seminudi ovunque, capisco che la risposta potevo darmela da solo. Dungo però è silenzioso ma a suo modo simpatico. Fa il suo lavoro, barcaiolo e pescatore, al suo meglio. Fissa le onde per prenderle il più dolcemente possibile. Se faccio foto, rallenta il motore di 40 cavalli per poter avere più stabilità. Accetta volontieri una tazza di busera, bevanda calda e poco saporita ottenuta dal miglio, 13 centesimi di euro. La povertà qua, in campagna, sulle isole, non è disperata. È davvero quotidianità serena per loro, con una speranza non ansiosa, non ossessiva, di uscirne in qualche modo, di avere qualcosa in più del pezzetto di cassava, del pancake di banana, e dell'ottimo pesce (nge o empuuta), spesso fritto. 

E poi la povertà è combattuta da lei. Dalla musica. Immancabile come i canti dei grilli. A tutto volume, sempre. Che sia una radio, un cellulare, un enorme altoparlante, un carro con ballerine dalle movenze sessuali più che sensuali, e con un microfono sempre acceso da cui si diffondono battute per me incomprensibili ma immagino bonarie. La musica scaccia la povertà dalla mente, anche se non dal corpo. La musica è ovunque, battito incessante del Cuore. 

Quando ogni giorno torno da questi vari incontri, o da momenti di condivisione di silenzio, entro a casa. La mia stanza, finalmente. Dove riflettere su troppi stimoli, troppo diversi. La mia casetta fino a fine agosto almeno. È spartana, esattamente come cercavo. Pago un prezzo un po' alto (450.000 scellini al mese), e spero che i miei coinquilini paghino massimo la metà. Però ha una vista spettacolare sul lago, è vicino a Mweena. Ho il bagno in camera, senza porta ma con una parete divisoria. È costituito da una turca, un lavandino di 30 cm scarsi incastrato in un angolo appena di fianco alla turca, e un doccino di acqua fredda appeso con due chiodi alla parete senza intonaco. Cemento grezzo come pavimento. Qualche insetto ronza ogni tanto, una fila di tranquille formichine incessantemente lavora dal tetto a un buco a metà parete, seguendo un unico cammino. Qualche nido di ragni. Una panchina da spogliatoio con cassaforte inclusa, un letto di dimensioni e comodità più che sufficienti, con zanzariera rattoppata, una mensola di 80 centimetri, e una decina di ganci di legno all'interno della porta. Porta con chiave. La finestra si chiude bene, e ha delle tende molto dignitose (che però io personalmente sempre detesto). Una specie di tappeto di plastica malandata, immediatamente ripiegato e messo da parte, per dar luce al cemento rossastro levigato, più igienico.

Insomma, spartana, semplice. Ma mi piace. La tengo pulita, con i pochi averi di cui devo prendermi cura, con il mio mucchietto di vestiti e gli scarsi oggetti di valore tra cui, in primis, il diario, poi i documenti, questo pc vecchio 6 anni, che scotta in questi climi caldi, una bella macchina fotografica che immortala i colori (e di cui non riesco a mostrare foto per la connessione limitata), e il cellulare, anch’esso vecchiotto, che è la mia finestra verso le persone che mi mancano. Prende sempre, il whatsapp quasi sempre disponibile ha annullato l’isolamento e l’amenità che uno ha in mente se pensa a un’isola sperduta nel centro dell’Africa. Da romantico, detesto questa connessione virtuale. Da romantico, è anche la cosa che mi fa piacere, per poter condividere i miei occhi e i miei pensieri con le persone a cui tengo. 

.the.Hive.

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