La gente? Com'è? Risposta facile e difficile.
Facile: sorridono, sono aperti, ridono, danno tutto. Respiri fiducia, al massimo la cosa peggiore che ti può capitare è una presa in giro per il colore della pelle o per qualche maldestro tentativo di parlare Luganda o di carpire ed imitare usanze locale durante pasti o saluti. Si prendono molto in giro, e ci prendono in giro. Le risate a volte sono sonore, soprattutto delle donne. Amano vivere in comunità. Se sto in giro a passeggiare, esplorare il mercato, riposare sotto un albero o mangiare, è impossibile rimanere da solo. Si fermano, parlano, scambiano due chiacchiere, chiedono che ci faccio qui, ripartono. Non avverto nulla di quella sensazione di vaga allerta, costante anche se tenue, che ti accompagna in America Latina.
Facile: sorridono, sono aperti, ridono, danno tutto. Respiri fiducia, al massimo la cosa peggiore che ti può capitare è una presa in giro per il colore della pelle o per qualche maldestro tentativo di parlare Luganda o di carpire ed imitare usanze locale durante pasti o saluti. Si prendono molto in giro, e ci prendono in giro. Le risate a volte sono sonore, soprattutto delle donne. Amano vivere in comunità. Se sto in giro a passeggiare, esplorare il mercato, riposare sotto un albero o mangiare, è impossibile rimanere da solo. Si fermano, parlano, scambiano due chiacchiere, chiedono che ci faccio qui, ripartono. Non avverto nulla di quella sensazione di vaga allerta, costante anche se tenue, che ti accompagna in America Latina.
Difficile. Sono così diverse le persone. Vivo con una decina di operai ugandesi. Sono elettricisti e per caso conosco il loro ex capo. Stanno cercando lavoro qui sull'isola di Bugala che è per alcuni versi un'isola abbastanza attiva e molto tranquilla. La cucina in casa nostra è un focolaio su cui bollire pentoloni di riso, di posho (termine Luganda per indicare il tanzano ugali, la polenta di mais dell'Est Africa, quanto tempo!), di ceci, di brodo, e di tè con foglie del sottobosco. Mi offrono tutte queste semplici ed abbondanti pietanze (non rimango certo affamato qui...), ringraziano molto quando io ricambio portando un ananas dal mercato.
La maggior parte dei miei coinquilini all'inizio è gentilissima ma intimidita, evita lo sguardo. Sono giovani, ventenni o poco più. Giocano a calcio ogni pomeriggio, e mi invitano spesso. Ancora non riesco a ricordare tutti i loro nomi, e, sorprendentemente, nemmeno loro sanno i nomi di tutti, pur lavorando assieme da tempo. Segno di quanto poco conta l'individualismo.
Eppure sono così diversi. C'è lo sbruffone simpatico, c'è chi mi porta la cena fino in camera senza chiederglielo, c'è Mando con le sue risate sonore che contagiano in ogni momento della giornata, c'è il leader che è molto amichevole con me, c'è Hassan, il più aperto, il cui sogno è viaggiare ma il portafoglio e il nome stesso glielo rendono quasi impossibile, c'è chi parla solo in Luganda e vorrebbe poter parlarmi, e c'è chi me lo vuole insegnare parola per parola, c'è chi è timido e solitario, c'è chi apprezza le donne (ma mai con volgarità, semmai con molta ilarità), c'è chi è effeminato (e in Uganda l'omofobia galoppa), c'è chi si scioglie in fretta, chi è più diffidente.
C'è chi si prende i suoi spazi, come me, fissando l'orizzonte. E questa è una cosa rara. Se sono fuori con loro la notte, mentre preparano il pentolone, a me gli occhi vanno immediatamente verso l'alto, verso il nostro enorme tetto: lo spettacolo incredibile di latte stellare versato in un telo nero, una scia galattica. Loro, non lo guardano che di sfuggita e ridono quando io mi perdo con gli occhi verso l'alto. Vale anche per le donne. Credo che siano talmente amalgamati con la natura, abituati, che la bellezza per loro ha altre forme. Forse ha la forma di un piatto di cibo, di una donna, di un uomo, di una casa ben costruita. La bellezza può essere un privilegio. Eppure, la vista del lago è qualcosa di universale. Sarà la lontananza meno irraggiungibile, e anche loro a volte fissano l'orizzonte.
Mi dice Hassan “Mi piacerebbe viaggiare, vedere altri Paesi”, mentre scorreva in maniera impacciata il dito sulla mia mappa ugandese, in cerca delle province che conosce. “Siete fortunati voi, potete viaggiare da un Paese all'altro.” Sì. La nostra fortuna è evidente e sfacciata, e non c'è cooperazione o volontariato che tenga che compensi questa irrazionale e casuale differenza stabilita al momento della concezione di ognuno di noi.
Banale ma credo utile a dirsi, ci sono tante persone intraprendenti e molto intelligenti. A Kagoonya, sperduto villaggio di 200 persone nell'isola di Lulamba, dover ero il secondo bianco a entrare negli ultimi 3 anni almeno, ben tre associazioni spontanee: una a favore di vedove e maltrattate, una per sensibilizzare sull'AIDS attraverso il teatro, la terza di giovani pescatori. Alcune nascono da progetti finanziati dalle nostre cooperazioni. Ma la maggior parte sono spontanee.
Nino, ricercatore ugandese quasi 40enne con un nonno campano, dai lineamenti non tipicamente ugandesi. Il nonno venne a combattere la guerra mondiale in Etiopia, salvo poi scappare, inseguito dalle truppe britanniche. Mi racconta una storia da film d'azione, con fughe e attraversamenti del Nilo, con dolce finale, l'amore con una donna locale. E' un ricercatore free-lance specializzato sui cambiamenti climatici, che lavora su vari progetti, e a cui stanno a cuore le urgenti problematiche sociali e ambientali dell'Uganda. E' una delle persone più curiose e interessanti che hanno incrociato il mio cammino. Ci passo ore a conversare su ambiente, AIDS, storia, politica, natura, serpenti, cibo, usanze. Ha viaggiato un mese in Italia, e sta per una settimana in un edificio accanto al mio, condividendo una piccola stanza con altri due collaboratori.
Donne dal carattere forte. Le commercianti, a volte sorridenti a volte un po' scettiche verso questo bianco con un cespuglio biondo, che passeggia per il mercato e per il villaggio da qualche giorno. Tina, manager locale, single, porta avanti con tenacia il suo business, un resort apprezzato dai bianchi (alloggio e ristorante). Un'altra ragazza, cameriera, 24 anni, mi spiega al tavolo che quella, sebbene sia dura, è l'unica alternativa che aveva per non essere costretta a mantenere i suoi 5 fratelli e sorelle minori, e i genitori, vendendo il suo corpo, come tante sue amiche hanno dovuto fare. Non vuole ammalarsi come loro. Vuole aspettare l'uomo giusto e impegnarsi ogni giorno, anche se vive in una terra isolana che non è la sua, e che reputa un po' chiusa come mentalità.
Arnaud, un manager abile e in gamba che arriva dal Congo, dove torna spesso. Un Paese immerso nella violenza. Ride mentre lo dice. La disgrazia non è drammatica perché i secoli di invasioni europee ed arabe, e le infinite lotte tribali, più o meno fomentate dalle prime, l'hanno resa la normalità.
Sul traghetto, conosco un ragazzo Tutsi, dai lineamenti marcati tipici di questa etnia. 36 anni, viene nell'Ovest dell'Uganda, ed è abbastanza maturo da ricordarsi del terribile genocidio tra Tutsi e Hutu nel 1994. Sia lui che il mio amico Daniel mi raccontano come il lago Vittoria fosse diventato il punto terminale di cadaveri, provenienti dal principale immissario, il fiume Kagera, di cui i pesci si cibavano. La pesca, unica vera attività redditizia, si era fermata e l'Uganda aveva dichiarato lo stato di emergenza. Ci vorrebbe un libro intero per spiegare le cause locali (la suddivisione in caste) e internazionali (lo zampino destabilizzante di francesi e belgi) di uno dei più terribili conflitti dell'ultimo secolo, ma le parole di questo ragazzo dagli zigomi scavati e dalla pelle e occhi color ebano valgono di più. Dalla sua voce, dal suo racconto, trapela un giudizio rassegnato sulla violenza umana e sulla stupidità. Mi descrive con incredibile distacco oggettivo le molteplici cause, le varie parti, la storia, la situazione attuale, dove la pace è tornata, sebbene con tensioni sopite (mezzo milione almeno di morti non si dimentica in 20 anni).
I vari piccoli imprenditori locali. Chi è riuscito a farsi da solo davvero, porta avanti con orgoglio e tenacia la propria professione. I professionisti che incontriamo per lavoro sono molto preparati, sicuramente ben più di me, e come qualsiasi professionista nostro. Sanno davvero il fatto loro. Mi rendo conto che penso delle cose ovvie, però mi rendo conto che l'immagine di un continente ancora primitivo che aspetta pacchi di vestiti e donazioni è un fuorviante stereotipo neo-colonialista ancora ben radicato. Mi chiedo se, effettivamente, l'unica cooperazione che funzionerebbe sarebbe semplicemente lasciarli fare, levando i tacchi e smettendo una volta per tutte di fare business con le risorse strappate da altri continenti, o insegnando loro come devono vivere.
Tibba, unico pittore di Kalangala, conosciuto per caso, come sempre, in strada, mentre gli offrivo del fenne (un enorme frutto spinoso stranissimo che cresce sui tronchi, conosciuto come jackfruit in inglese). Quadri stupendi. Vive in un edificio con quattro portoni in ferro, dalle sembianze di un magazzino, ai piedi di un letto grande e sfondato ci sono pennelli, tele più o meno intatte, colori e qualche bottiglietta vuota di waragi, distillato di zucchero di canna. Cerca di vendere i quadri in spiaggia. Mi vuole insegnare.
Le donne giovani. Alcune indifferenti, altre distolgono lo sguardo, la maggior parte gentili e sorridenti, altre diciamo... dolcemente aggressive. Lasciando da parte le delicate questioni sui rischi di prostituzione e malattie, sinceramente mi intimidiscono! E, dopotutto, per quanto uno possa integrarsi, siamo pur sempre dei potenziali dollaroni camminanti...
La gente locale. In villaggio già mi conoscono in tanti. A calcio gioco un pomeriggio, ed è abbastanza per rendermi famoso, unico bianco attualmente residente qui, che io sappia. In un campo di collinette erbose e spiazzi di terra rossa, in mezzo a questi energici e magri ventenni che corrono, non becco mezzo pallone. Mi becco qualche bonaria presa in giro e tante strette di mano alla fine, oltre che a inviti nei giorni successivi.
I bambini. Urlano “Mzungu! Mzungu!” e corrono incontro o salutano. Tutti mezzi nudi, o vestiti alla meglio. Corrono scalzi, giocano nell'erba, si riuniscono. Le quattro mura proprio non sono altro che un rifugio dall'oscurità, uno spazio confinato che divide dal quale uscire il prima possibile per stare assieme.
La cosa più dura? Proprio quest'ultima. Non posso farci nulla, da buon europeo ho sempre bisogno di un cantuccio mio. Possibilmente non quattro mura: una montagna, una tenda o una distesa blu. Ma anche una tana dove riposare, riflettere, e godere di qualche ora di solitudine, un bisogno genetico così diverso da questo popolo che vive come in un magnifico e semplice alveare.
Però, in effetti, dentro di me sento che la casa mia è la vista di questa terra rossa, i boschi che si buttano fino a riva, il lago a perdita d'occhio, il cielo. Il mondo intero, con queste api nere che si arrangiano con negozietti uno di fianco all'altro.
.the.Hive.
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