Istantanee dalla capitale.
26 giugno, Kampala. Dalla finestra dell’ostello di AVSI il frastuono musicale entra a livelli spropositati. Mentre il sole si è buttato giù in picchiata, oscurando un tiepido pomeriggio della rumorosa e bella capitale, la mia compagnia è questa musica africana moderna, che adatta il reggaeton, il raggae, la dance, ai ritmi africani, con festose percussioni figlie di usanze tribali troppo radicate per essere spazzate via dall’arrivo di nuovi prodotti, suoni, culture. L’Africa ha un cuore che pulsa forte, e questo battito è la musica. Ha anche un cervello sottovalutato estremamente attivo, e questo è il brulichio di motociclisti, venditori di mobili, imprenditori autodidatti, madri di ritorno dal mercato e poveri campagnoli dell’Est Uganda e di altre zone rurali nazionali e non, che cercano fortuna in città e fermano noi mzungu per chiederci cinquemila scellini.
26 giugno, Kampala. Dalla finestra dell’ostello di AVSI il frastuono musicale entra a livelli spropositati. Mentre il sole si è buttato giù in picchiata, oscurando un tiepido pomeriggio della rumorosa e bella capitale, la mia compagnia è questa musica africana moderna, che adatta il reggaeton, il raggae, la dance, ai ritmi africani, con festose percussioni figlie di usanze tribali troppo radicate per essere spazzate via dall’arrivo di nuovi prodotti, suoni, culture. L’Africa ha un cuore che pulsa forte, e questo battito è la musica. Ha anche un cervello sottovalutato estremamente attivo, e questo è il brulichio di motociclisti, venditori di mobili, imprenditori autodidatti, madri di ritorno dal mercato e poveri campagnoli dell’Est Uganda e di altre zone rurali nazionali e non, che cercano fortuna in città e fermano noi mzungu per chiederci cinquemila scellini.
Ramazé, congolese. Si avvicina al tavolo del
ristorantino etiope popolato da locali e da qualche europeo. Si mangia bene,
economico. Ramazé ci mostra una scultura in legno. Bella, alta più di un metro.
Mi accorgo dentro me stesso che, impegnato a parlare con altri due italiani,
faccio poco caso tanto alla scultura come all’uomo che in piedi ci guarda.
Ignoro gentilmente, come spesso accade a tanti di noi. A volte, si ignora con
strafottenza o senza rispetto. Poi gli presto attenzione. Ci offre la scultura.
“No, grazie.” Detto con un sorriso, o bruscamente, il significato del “no” è lo
stesso. Ha fame. Parla inglese fluidamente.
Del nostro piatto in comune, è avanzato buona parte dell’unico,
abbondante piatto che avevamo condiviso mangiando con le mani: un vassoio dello
spugnoso enjera (pane etiope) e varie salse, piccanti e non, con una zampa di
pollo fritto. Siamo pieni e sorseggiamo una birra. Lo invito a sedersi e
mangiare con noi. Sorridiamo. Inizia timidamente. Ha mangiato solo un chapati
in tutto il giorno, una specie di piadina nutriente di accompagnamento a ogni piatto. È tipica di queste
regioni, influenzate molto dalla cultura indiana nel corso dei secoli.
Ramazé scolpisce e intaglia il legno del Congo,
esportato anche nel resto dell’Africa perché
è di buona qualità. Guardo la scultura. E’ bidimensionale, ben curata,
molto etnica. E’ una donna elegante e semplice, che porta il bambino fasciato
sulla schiena, all’africana, e un cesto di frutta in testa. I capelli e altri
particolari sono dipinti con una tinta nera. Lineamenti allungati, figura
snella. Ben lavorato. Due settimane di lavoro, 20.000 scellini (5 euro e
mezzo). Non torna in Congo, perché i visti sono carissimi e non sempre li
concedono. Ha sei bambini, che lo aspettano a casa. Si aspettano dello zucchero
ma non ha i 100 scellini con cui comprarlo. Due sono gemelli. Gli brillano gli
occhi quando ne parla. Ha un 35-40 anni. Ha la voce un po’ traballante, non so
se per la stanchezza, per la fame, poi placata dal cibo che si mangia
voracemente, o per altro. Sì, potrebbe anche essersi inventato tutto. Ma
mentire con quegli occhi può riuscire solo ai migliori attori. Gli occhi, quasi
sempre, sono le uniche vere finestre verso dentro. Con quegli occhi mi racconta
come vivacchia per le strade di Kampala, mi dice che non vuole più figli perché
non vuole che soffrano. Uno di tanti milioni, e non serve andare lontano per
trovarli. Impotenza ingenua, anche dopo avergli dato volentieri qualche
scellino che spero spenda per comprare del pane per i suoi bambini. Impotenza
anche nello sperare che non vada a bersi una birra, impotenza nel sapere che
non serve a nulla questa goccia, impotenza nell'essere consapevole che 2000
scellini servono più a lavarsi la coscienza che a risolvere qualcosa. Però,
almeno c’è il contatto umano vero tra due sconosciuti così diversi che si
guardano in faccia e si regalano a vicenda un pezzettino di tempo. Fosse stata
meno ingombrante, avrei comprato volentieri una bella scultura in legno, mi
piaceva davvero.
27 giugno. Di giorno, Kampala la si attraversa sui
boda-boda (che derivano il loro nome da border-border, e chiamati piki-piki
in Tanzania). Niente Google Maps, niente mezzi pubblici, i boda-boda sanno. Non
sono quasi mai i proprietari della moto che, ma la affittano per 10.000
scellini al giorno (poco meno di 3 euro), il resto è il loro guadagno
giornaliero, buona parte del quale va in cibo e affitto della casa. Comprare un
boda-boda usato costa circa 1 milione di scellini, nuovo anche 3. Arrivano tutti
importati dall'India. Andare in boda-boda è diventata una piacevole abitudine,
un modo per scambiare due chiacchiere con i locali, sempre simpatici, per
vedere il caos cittadino.
Oggi il mio boda-boda era abbastanza spericolato. Li
scelgo col casco, almeno. Dei poliziotti gli ordinano di fermarsi. Lui
attraversa l’incrocio tranquillamente, tra cofani e manubri, e imbocca la
strada laterale contromano, sotto gli occhi sereni e disinteressati di uno dei
tanti giovani militari dell’esercito.
Kampala è una città abbastanza bella, piantumata,
molto pulita e ben tenuta. L'aria è abbastanza irrespirabile, ma non manca il
verde e la vita notturna è molto attiva. Tante ONG, società e istituzioni la
rendono molto internazionale. Ville e hotel lussuosi mostrano il lato-bolla
dove si rifugiano la maggior parte degli occidentali. Tra tutti i posti del Sud
in cui sono stato, è forse l'unico dove non mi sento costantemente sotto
l'attenzione di tutti. Si sta tranquilli e sicuri.
Detto questo, non vedo l'ora di tornare sulle mie
Kalangala Islands, con le loro albe e tramonti.
.the.Hive.
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