divendres, 9 de desembre del 2016

Africa è dentro



Africa è dentro. Il mal d’Africa, ora so cos’è. Lo avverto come l’esigenza atavica di cose semplici, di sorrisi. La gratitudine per un tetto, uno stipendio, del cibo. La poca importanza a quasi tutto il resto.

Cambia tutto, prima e dopo. Ci sono i volti e i momenti, quelli vissuti tra la gente, nel cuore vero di un mondo luminoso ed oscuro. Un senso di verità essenziale, di cosa sia vivere, sopravvivere, nel senso animale, umano, naturale, genuino. Anche dopo due mesi dal ritorno, in ogni gesto quotidiano c’è la calma, la consapevolezza che altre preoccupazioni siano da gestire ed affrontare, ma senza ansia, frenesia, grida. 

I dettagli. L’umiltà. La speranza. Gli occhi, perle bianche in dipinti color cioccolato. E’ un po’ come tornare indietro, ispezionare dentro di sé, raschiare una patina superficiale e passeggera di angosce, entusiasmi, capricci. Guardarsi attorno qui e vedere tanta fortuna, pace, privilegi, e tanto lusso e maschere superflue.

Africa è nella teiera di alluminio di Rachel, è nell’arrivederci di una mamma che mi vede ripartire, è nelle poche persone che tengono alla mia persona dimostrandolo anche quando ho voltato loro le spalle, è amore, pazienza e genuinità. Africa è la mancanza di una soluzione, è la capacità di apprezzare, adattarsi.
 
Africa è l’essere capace di non fare nulla, per nulla banale. L’essere capace di fermarsi, respirare, ascoltarsi e vedersi vivere. Africa è l’inno al tempo. 

Africa è l’opposto di una visione manichea del mondo, di contrapposizioni bianco-nero, bene-male, perchè è il rifugio dell’imperfezione umana, nascosta dalle necessità di sussistenza, dal bisogno di comunità, della spiritualità irrazionale, del bisogno di pregare. Africa è madre. 

Africa è dentro. 

.the.Hive.

dimecres, 30 de novembre del 2016

Il momento di Paura e Pazienza

Mentre il Sole scioglie la brina sul tetto che ha accompagnato i risvegli della mia adolescenza e mezza vita, di nuovo preparo le valigie. Destinazione Roma, per lavoro. Mi ripassano anni davanti agli occhi, e ogni volta il peso di tutto ciò di bello che ho vissuto diventa una zavorra che rallenta le mie mani. Mi passano tra le mani ricordi di dieci anni fa, di pochi mesi fa. Il tempo si comprime e tutto avviene allo stesso tempo. Mi sento un po' vecchio, la voglia di esplorare questo bel mondo pian piano è condita di stanchezza. C'è la consapevolezza, la moderazione, la responsabilità, a innaffiare la curiosità e la voglia. C'è soprattutto la realtà, un bagno di umile, comune realtà in cui ho deciso di immergermi da quando lasciai l'astrofisica e mille titoli e la carriera, specchietti dorati dove coltivare l'ego. La realtà è così complessa, così forte e così invincibile, ma anche così calda e comprensiva. La ammiro, la sento, la annuso, la sfioro, la amo. Ma la temo. Anche immerso nella fortuna, temo ora la realtà, per come mi modella, mi cambia e allo stesso tempo mi comprende.

Immerso nella fortuna, guardo da una finestra tutto il resto. Sotto al balcone per una piccola elite, miliardi strisciano, gattonano, zoppicano, sorridenti. Non c'è giorno che il Sole che brilla sulle loro teste non sia la spinta a vincere la stanchezza, a continuare a cercare di capirci qualcosa.

Non è più questione di obiettivi. Non ne ho più. Ho avuto la fortuna e il merito di raggiungerne tanti, di fallirne altri, ma il privilegio immenso ed immeritato di provarci quasi sempre. Mi basta così, ho avuto più che abbastanza. E' il momento di gustarsi il paesaggio, e di faticare di nuovo, ma senza guardare l'orizzonte. I fili d'erba hanno la loro bellezza nascosta.

Il balcone diventa claustrofobico, e l'interno delle stanze dorate invivibile per me. Sarei capaci di calarmi con una corda come ho già fatto? E di strapparla poi via? Cosa mi dicono i sogni che ogni notte popolano un futuro multiforme, come sempre incognito? Cosa è questa inedita paura? Sto lasciando indietro qualcosa, ma no, non è indietro. Non c'è più un indietro, un avanti. Sono i legami umani, come sempre. Indissolubili, forti, veri. Quelli non spariscono mai.

So che mi piacerà, ma ora è il momento della paura. E' giusto che anche lei invada ogni tanto il mio cervello. E' anche sempre il momento di una comunione mnemonica con i suoni dell'Africa, con la maturità profonda di Rachel, la sua voce, il nostro sentimento che cavalca magicamente due continenti e due culture agli antipodi, forte, caldo e tranquillo come lo è stato solo un altro, lunghissimo ed indimenticabile. E' il momento della pazienza, di cui il mio cervello è terreno quasi vergine. E' giunto il momento di invitarla a bordo, e di metterla al timone per questo nuovo viaggio nella realtà.

.Daniele.

diumenge, 20 de novembre del 2016

Arma profonda

La magia sta in un pennello,
sta in una penna,
in connessioni spirituali e cerebrali.
L'incanto è un murales,
è l'intreccio di un artigiano,
è la cura del dettaglio più insignificante,
braccialetto di una donna senza averi,
canto di un pastore tra monti aridi.
C'è un germe, un seme, una scintilla.

Paesaggi della mente tradotti in forme e colori,
artifici morbidi, in forma di tele o fotografie,
sentimenti che passano come telepatia.

Le parole di un poeta,
i disegni di una farfalla,
la melodia di un pianista,
i versi di un vagabondo,
la creazione di un artigiano,
la speranza di una recitazione.

Arte, mano dello spirito,
arma profonda ed indistrittubile.





.the.Hive.

dimarts, 8 de novembre del 2016

Nel mare ci sono i coccodrilli

È una sera fredda, stellatissima e pigra in un anonimo paesino brianzolo. Un teatro bellino, un palco normale, una scenografia inesistente, e presentatori umili. Un attore, uno solo. Un incredibile, unico attore, con un italiano quasi perfetto.

La storia di Enaiatollah, o Enaiat, afghano haraza. L'attore impersonifica tutti i personaggi che girano attorno al bimbo che cresce forzatamente troppo in fretta. Volteggia, cambia leggermente timbro di voce, parla per un'ora e mezza. Mima con gesti precisi e morbidi passi, camion in corsa, scalate al freddo del confine turco, barbe di talebani, maestri di scuola. Ha solo un cuscino, una shashia (il copricapo musulmano), e il suo corpo. Disegna con le braccia, con le dita, con le mani. Raffigura la violenza del maestro e del preside assassinati nella scuola dove non è più potuto andare. Il padre ucciso da briganti di strada. Inscena gattonando una scalata che sarebbe impossibile visualizzare meglio con qualsiasi scenografia. Il pavimento sembra farsi verticale, mentre lui scala, arranca, per essere sballottato di nuovo oltre un'altra frontiera, ancora in mano a trafficanti di uomini. Valica il confine, dopo aver sostato in zone grigie dove migliaia si accalcano. Senza aver potuto studiare, lavora minorenne come tuttofare di un ricco pakistano, fugge in Iran per vivere e lavorare clandestinamente in cantiere, si dà da fare, viene derubato, sopravvive, lotta, sopravvive. Con tenacia, ma senza angoscia, che pur gli avrà preso. Ricorda casa sua, le pareti, i giochi con i fratelli che non rivedrà mai più, la mucca. Attraversa cinque frontiere, l'ultima con l'Italia, intrufolatosi tra container di una nave. Venezia. Torino. Stop. Accolto.

Manca fortunatamente una cosa in tutto questa bellissima messinscena. Manca l'odio, il sangue, e tutta quella spirale in cui si perdono anche milioni di parole. Sono raccontati come accadimenti esterni, ma non ci sono i riflettori a metterli al centro, non ci sono intenti di vendicarli. Al centro c'è la vita, la speranza. "Il desiderio davanti agli occhi". Enayat fa tre promesse alla madre che per amore lo manda al di là della frontiera pakistana, tre promesse che lo guidano per tutti gli 8 anni in cui non si sentirà più con la madre, prima di una telefonata silenziosamente emozionante di amore, quando lui si trova a Torino. Promette di non toccare droga alcuna, una piaga nell'Afghanistan dell'oppio esportato. Promette di non imbracciare mai un'arma, nemmeno per difesa, nè per vendetta. Promette di essere sempre accogliente, rispettoso, di non rifiutare cibo e coperte a nessuno. Un inno a quello che tanti umani, indipendentemente dal loro credo, seguono ogni giorno, nel silenzio sovrastato da clamori non richiesti.

Quando finisce lo spettacolo, mi giro. La sala è piena. La storia di un musulmano, una storia vera, la serata organizzata dalla Caritas, il pubblico di ragazzi adolescenti, laici, preti, suore, tutti applaudendo. Conoscere, comprendere. L'arte di questo uomo, capace di portarci con la sua tunica bianca e i suoi movimenti leggiadri e decisi, per un'ora in mezza, in mondi distanti, in storie troppo comuni e troppo inspiegabili, è qualcosa di magico. L'arte è magia, l'arte è cuore e credo. Arriva dove la ragione non osa: in fondo.

Forse è una mia impressione, forse sono più ottimista. Ma la mia sensazione è che dal basso sta crescendo una grande spinta, di tanta gente, a diverso livello, con diversi modi, che i muri li vuole infrangere. Che dell'accoglienza non fa una mera analisi, nè un'arma politica, nè una strumentazione ideologica. Fa dell'accoglienza il sentimento. Questa spinta non è riflessa a grande scala, è oscurata da bandiere, cravatte, microfoni, articoli. Ma la spinta è spontanea, forte, umana. E inarrestabile. Poco importa se questa notte si sta eleggendo la persona più potente del mondo, poco importano i muri, le barriere che dalle poltrone di chi non è in questo anonimo teatro vengono imposti. C'è qualcosa dentro di noi, che li abbatterà lo stesso. Ci sono mille teatri, mille sale, mille penne, mille quadri, mille disegni, mille lacrime, che quei muri li abbatteranno, per quanto alti siano.

Enaiat è sopravvissuto contando le stelle mentre la sua madre lo portava via dalla violenza etnica, per poi lasciarlo augurandogli buona fortuna. "Se non inizi a contarle non finirai mai." Sono fortunato, ho sia le stelle che una madre, che era di fianco a me a commuoversi. Le stelle sono tante, tante come queste storie reali, e tante come le persone che con i battiti del cuore frantumano le barriere, in questa epoca di turbolento e colorato rimescolamento socio-cuturale inevitabile. Stasera le stelle sono più belle e scintillanti che mai, in questo gelo. Non le conto, io, ma le ammiro, come quando avevo 4 anni. Prima di infilarmi sotto un tetto, quel tetto che tante stelle in movimento hanno abbandonato o perso.

.the.Hive.

dimecres, 2 de novembre del 2016

Foglie e conchiglie



Scrivo per me stesso. Perché le parole rimangono, le sensazioni volano via, come foglie secche. E allora le raccolgo, quelle appena cadute, prima che rimangano schiacciate da altre foglie, spazzate via dal vento, dal sole e dalla pioggia che costellano l’esistenza. Prima che si sgretolino e ritornino nel terreno fertile dell’oblio prezioso. Le raccolgo e le metto nella vetrina di un ricordo mio, accatastate in quaderni, diari, appunti, blog. Proteggo ricordi unici, per me stesso.

Scrivo per quello che sento, per le prime impressioni, per le ultime. Impressioni mutevoli, parziali, soggettive, né giuste né sbagliate. Scrivo quando la mano me lo ordina, quando le sensazioni sono forti, e so che stanno per volare via, temperate dalla razionalità, dall’abitudine, dalla stanchezza, dalla comodità, dai sentimenti. Scrivo quando sento che nessun giudizio morale ed estetico non è ancora arrivato a dipingere con tinte sue foglie fragili appena cadute.

Scrivo per dare voce, non una voce definitiva, ma un urlo momentaneo, che si somma al chiasso di un pianeta sempre più frenetico. Ma sono urla sospirate, come il suono delle onde del mare in una conchiglia. Le conchiglie sono miliardi, le loro storie ancora di più. Mi trovo tra le mani conchiglie ordinarie, spezzate, intatte, bellissime o incrostate. Ne colgo l’unicità sulla battigia, portate a me, viandante qualsiasi, dalle mareggiate del caso, meraviglioso pagliaccio crudele e romantico. Mi scivolano via, mi finiscono sotto i piedi se cammino, se corro non le vedo nemmeno. Se vado di fretta, è facile tagliarsi, ferirsi. Ecco perché amo sedermi, sdraiarmi e sporcarmi con la sabbia. Nessuna conchiglia, nemmeno la più spigolosa e tagliente, può ferire chi si sdraia ad ascoltarla.

E così, mentre il tempo si sospende, le onde della mareggiata mi portano storie, che la mano trascrive, con una matita, una penna, una tastiera. Scrivo perché vivo, e a volte vivo perché scrivo. Ma sono immensamente privilegiato, perché vivo, e sulla battigia ci cammino. Non tutte le conchiglie hanno questo dono. La maggior parte sopravvive e sussiste. Ma tutte esistono.

.the.Hive.

Dos otoños y un lapiz

Son hojas las que marcan el camino,
colores de fuego y formas de artista.
Si la creatura tiene alas en los pies,
persiguela para admirarla.
Nubes y el viento que sopla su canción suave.
La claridad del estranjero,
la mirada decidida hacia adelante,
la sensación fuerte del presente.

Hay senderos que desvian,
elecciones sin drama.
No sabrás lo que estaba en ese bosque,
elegiste arena y calor.
Hielo y colores de otoño,
dejados de lado, por un cielo sereno.

Las orillas de mil lagos rodean la mente,
aguas calmas y alguna tempesta.
Adivina, siente, admira.
Todo es ahora, con un granito de después.

El lapiz, fiel compañero.

.the.Hive.

dimarts, 25 d’octubre del 2016

We, humans

We wonder, we get lost
we behold the path,
we follow it, we build it.

We paint the sky with the mindscape
we go, without borders,
we live, tasting the moment.

We meet the human, the meaning,
we feel the animal, the soul,
we fight, we love.

We walk under fallen leaves,
we run under a serpent sun,
we rest under the cold rain.

We embrace, we escape,
we create, we destroy,
we cry, we laugh, we smile.

We remember, we regret,
we yearn all, we forget,
we hope, we trust.

We write, we sleep,
we share, we hide,
we speak, we try.

We dive in nature,
we live in pixels,
we need the primordial.

We, artists
We, warlords
We, lovers
We, cynics
We, everything and nothing

We, humans, bittersweet of the Earth.

.the.Hive.


Paint the Sky Red - Not all that wonder are lost
https://www.youtube.com/watch?v=dHC7P400C6w

[hassarammaneul]

dimarts, 11 d’octubre del 2016

El sueño merecido

Los marineros se han asentado.
Habían esperado tanto tiempo,
mirando las lunas rodar entre las aguas.
Y por fin, la tierra firme.
Sentados alrededor del fuego,
acariciados por el amor y la brisa.
Las olas están ahora en el dibujo,
ya no son sus maldiciones.

Esas islas, ¿a qué llevaban?
Las tormentas y la sed,
el cansancio marcados en sus músculos.
Ya no hacen falta palabras, gritos, lagrimas,
ahora que una llama cálida y una caricia
calientan sus sonrisas de alivio.

Aves de colores rien con los murcielagos,
ballenas invisibles y girafas escondidas,
todo vuelve a su sitio.
El sueño de los marineros,
merecido, esperado,
empapado de tierna realidad,
despojado de inutil complejidad.

Deja que duerman,
deja que descansen.
Deja que sea la sencillez a cuidar de ellos.

.the.Hive.

dilluns, 10 d’octubre del 2016

Mujeres



Me encuentro de vuelta a mis lugares, mis tierras. Esta tierra de niebla, problemática y romántica, en un otoño que empieza a teñir las hojas de colores, y la piel de agujas de frío. Llegando a un refugio después de tres horas de placida caminata bajo la llovizna. Y ahí están, cuatro mujeres tocando violines, y un guitarra para acompañar. Fuera, la ventana parece pintada de blanco, no se distingue nada, si no el océano suspendido de frío que quita el placer del espléndido panorama de los Piani di Artavaggio. Y ahí, recuperando fuerzas con un plato caliente que en tantos meses de estancias tropicales no he podido saborear, vuelvo a ver todos estos meses.


Tocan “Ave María” de Fabrizio De André, posiblemente el mejor cantautor de la historia italiana. Un poeta con el don de la música. Un romántico del siglo XX, atento a la realidad, amante del ser humano y de sus imperfecciones y maldiciones. Ave María, un himno a la mujer.


Mujeres. El pensamiento corre en seguida a mis islas Kalangala, a todo lo que he visto. A cada niño minúsculo que me gritaba “Mujungu bye” (no pudiendo pronunciar “Muzungu”), que ahora pregunta a Rachel “Mujungu ali wa?” (dónde está el hombre blanco?), y que siempre estaba acompañado por madres que aguantaban todo su cansancio para crecerlos. A Justine, a Ovi, a la madre de Rachel, a todas las mujeres que como héroes crecen solas sus hijos, con el padre que se marcha, indiferente al futuro de sus pequeños. El hombre es ausente muchas veces. Se marcha, cuando la pasión se apague y se encuentre cansado de mantener su progenie. Se marcha, en busca de un cuerpo más cálido, más joven, más nuevo. Se marcha, para su obsesión hormonal a conquistar nuevas tierras, nuevas fragancias. Se marcha, sin alguna garantía y protección social para la madre de sus hijos. Como animales, esparcen semillas que a menudo crecen torcidas, entre pobreza y hambre. El hombre es ausente muchas veces. El hombre no es un hombre, es un macho animal en calor, sin alma ni cerebro. Un cuerpo con demasiada fuerza y poca personalidad. Cobardes, actúan como reyes. Débiles, ladran como perros de la calle. No ven la belleza. No ven el arte.

Mujeres. Cocinan, con paciencia. Limpian. Recogen leña. Faenas domesticas. Algunas, resignadas a su tarea. Otras, demasiado jovenes para un hombre ya mayor, que ha esparcido pasión y hijos por ahí y por allá. Ruegan, cuidan, mantienen el hogar como una gema preciosa, en un mar de pobreza e incertitumbre. Sentadas en el suelo, se curvan con una flexibilidad que es desconocida en nuestro mundo. Piernas rectas, y espalda como una tabla, doblada solamente al altura de la cadera, con la cabeza que llega hasta el suelo, para permitir limpiar, cocinar, recoger. Su piel color cacao y sus vestidos tan brillantes. La mirada a menudo serena y nostalgica, o tan solo cansada.

Mujeres. Las que se venden, para esperar sobrevivir con algo. Consumidas, objetos de placer, por pocos euros han dejado que su belleza se pudra contra las pieles de los más perdidos, de los borrachos, de los enfermos de HIV. Han dejado que el diablo entre en sus venas en forma de un virus cobarde. Dejan que su tiempo se vaya lentamente, como un reloj de arena.


Mujeres. El pensamiento va a las víctimas civiles de Sud Sudan y Siria, últimos ejemplos de cómo la violencia natural del hombre, del macho, puede desahogarse contra los cuerpos tan bellos, vulnerables y suave de las mujeres. Sufren a diario violaciones por borrachos veinteañeros que, con una uniforme encima, se creen dioses de la vida. En Rwanda, durante el genocidio, y en cada guerra tribal, las mutilaciones a las mujeres, a sus partes íntimas, eran el triunfo de la perversión humana más diabólica. Fetos humanos descuartizados, senos cortados con machete, aparatos reproductores destrozados con piedras como arma cobarde de genocidio, en un lago de sangre. Frente a esos cuentos, que son realidad, un escalofrío y un miedo incontrolable dominan los pensamientos: ¿cómo puede un soldado, un hombre, actuar con tanto desprecio, indiferencia, sadismo, perversión, contra el cuerpo tan parecido al que le dio luz? ¿Dónde está el orgullo en verter toda propia fuerza, poder, armas, contra los seres más indefensos y suaves de la sociedad, las mujeres? Frente a estos acontecimientos, uno puede solo no escuchar, olvidar, y rogar que un Dios exista, para que pueda inventarse un castigo lo bastante justo (y no se me ocurre alguno) para estos hijos de puta sin alma.


Mujeres. El triunfo de la belleza, de la sensibilidad, del amor. Los ojos de una mujer no pueden mentir fácilmente. Una madre siente amor, cuida un ser humano por años. Sufre. 9 meses de enfermedad física, y años de sacrificio. Cuida, cuida y cuida otra vez. Sin quejarse. Paciente, dulce, resignada.


Mujeres. Todas las que cambian la vida misma de un hombre. Madre, hermanas, abuelas, amantes, novias, amigas. Sin ellas, mi vida, y la vida de la mayoría de los hombres, sería miserable. Sus voces, sus curvas, sus palabras, sus experiencias, sus caricias, sus miradas. A diario están en mis pensamientos.


Mujeres. Posible salvación de una sociedad violenta que pierde el sentido del amor básico, del cuidado, de los detalles, de la colmena cooperativa, para perseguir la vanidad, el poder, el dinero, el sexo sin compromiso, el éxito, el crecimiento que definiría tumoral. Y me pregunto sólo: ¿cuánto sería mejor el mundo en una sociedad matriarcal?


A ellas, todas ellas, presentes y ausentes. Las quiero. Gracias.


.the.Hive.