diumenge, 19 de novembre del 2017

Tutto sorride

Una pagina di tranquilla felicità per questo blog. Abbiamo trascorso una bellissima giornata camminando per il sentiero "Sa volta del General" che da Banyalbufar porta a Port del Canonge.



Un sentiero nella macchia mediterranea, con i suoi pini smeraldo, qualche quercia e un sacco di corbezzoli, che portiamo a casa. Rachel raccoglie sassi per abbellire casa e qualche pigna per accendere il fuoco del camino, che ci servirà per combattere le serate fresche e molto umide in questo attico.


Tutto sorride. Impegnati molto con lavoro e il suo master, ma ci godiamo questo impegno, la routine quotidiana di cucinare, tenere in ordine il nostro nido. La stanchezza che si accumula si tramuta in nottate di sonno e riposo.

C'è tanta serenità. Tutto fila liscio, comprese le ultime pratiche burocratiche che rimanevano. Ho un lavoro stabile, pagato, che mi piace. La città di Palma è splendida nella sua bellezza tranquilla. Priva ora di turisti, è ancora più famigliare, con tutti i suoi edifici vecchi, le stradine del centro dove viviamo, e dove sorgono moltissime chiese dal color sabbia. Passeggiamo a volte. La nostra terrazza è fresca, ma anche questo pomeriggio, di ritorno dall'escursione, mi ha regalato una siesta sull'amaca. La teiera è sempre attiva, con termos e tazze sempre fumanti di té. Il sabato gioco a beach volley, ogni tanto andiamo a correre sul lungomare della ciità, o vado a natare la sera nel polisportivo dell'università. Una vita quotidiana sana, di cibo salutare, e un po' di sport. L'ambiente universitario stimolante, circondato da astrofisici, climatologi, e in generale da un ambiente aperto, rilassato.

Siamo molto felici. E nelle mie pagine, ad inchiostro o digitali, non lo scrivo quasi mai, perché l'urgenza di scrivere sorge spesso da emozioni forti, istantanee, violente. Eppure, sono già quasi due mesi di questa serena felicità. In tutto questo, ciò che per me è straordinario è che questa felicità non arriva da nulla di straordinario.

.the.Hive.

divendres, 29 de setembre del 2017

Seven roses

In these last two hours,
in a warm Mediterranean night,
I wait for you with seven roses,
a bottle of wine and a new nest, in an attic.
I wait for you to unleash all together,
to greet our best friend, time.
He will walk with us,
in this beautiful island.
Sealed by lakes, joint by love.
I wait for your calm,
your dreams, your courage.
I will be your haven,
you will be my woman.

For all the nights alone,
for the endless efforts,
for the fear, the hope,
for the uncertainty, the distance,
for the past, the challenges.
For the few that know these feelings.

For Africa and your family.
For the diversity.
For Africa and its people.
For the equality.

We have defeated the walls.
Again.

Seven roses instead of one thousand bricks.

I love you Rachel.
Welcome to Europe.
Welcome to our new nest.

.Daniele.

dimecres, 27 de setembre del 2017

14.600

14.600 è il numero stimato dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) di morti nella rotta del Mediterraneo, da gennaio 2014 ad agosto 2017. Un numero che, ad occhio e croce, è circa due volte e mezzo il numero di morti occidentali in attacchi terroristici dal 2001 ad oggi, o circa 100 volte se consideriamo gli attacchi dal 2014. Un numero che rimane sempre inferiore (50-100 volte meno ad occhio e croce) del numero di morti nelle guerre mediorientali dove l’Occidente ha messo lo zampino e ha gettato benzina sul fuoco negli ultimi 20 anni. Di questi, un buon 90% sono morti affogati, e di questi un buon numero giace per sempre sul fondo dello stesso mare che bagna Palma, e che bagna le coste di quest’Europa meridionale in preda a una crisi morale.

L’80% delle donne nigeriane che arrivano in gommoni dalla rotta libica sono schiave sessuali, vulnerabili (orfane spesso) e raccattate dalle potenti organizzazioni criminali internazionali, che allungano i loro tentacoli sia nei paesi africani che nei nostri. La politica (anti-)migratoria europea consiste in muri e in dichiarazioni di guerra a queste organizzazioni criminali, in un classico disegno a tinte bianche e nere con cui vengono dipinte spesso la storia e l’attualità. Buoni e cattivi. Libertà e schiavitù. Eppure, queste organizzazioni criminali, e tutti gli anelli della catena che permettono, invogliano o forzano milioni di persone di migrare, rispondono a una domanda. Nel caso della prostituzione nigeriana, questa domanda ha un nome preciso: uomo europeo. Il 96-97% della prostituzione è femminile per uomini, e frutta, secondo stime recenti, circa 31 miliardi di euro all’anno nella sola Unione Europea. Un affare illegale che è secondo solo al narcotraffico ed è circa pari a quello delle armi. Un traffico che ha per protagonisti gente comune. Europei. Prima di criminalizzare facilmente i trafficanti, e di includere in un calderone di diavoli tutta la catena migratoria (cosa di cui dubito, perché tra le varie modalità di arrivo ci saranno anche passaggi in auto tranquilli pagati, naturalmente oltre a frequenti ed intollerabili violenze ed abusi, specialmente in Libia), perché non si criminalizzano i puttanieri, spesso padri di famiglia bianchi e benestanti? Perché non si criminalizzano le fiorenti industrie belliche italiane e spagnole che mai come negli ultimi 20 anni hanno fatto questi affari spargendo strumenti di violenza, morte e terrorismo contro cui poi fingiamo di agire?

L’assenza di una politica migratoria seria, l’assenza di vie legali per permettere loro di arrivare a cercare una vita migliore, l’assenza di presa di responsabilità della situazione attuale, questo mina le fondamenta di un continente che in teoria era stato ricostruito su valori di pace e tolleranza, ma che, alla prima vera prova dura da affrontare in 70 anni, vacilla come un castello di carta.

E mentre il castello di carta vacilla e minaccia di prendere fuoco di fronte a tante micce neofasciste e xenofobe sparse per l’Occidente, a pagare sono persone. Sono 14.600 cadaveri. Sono anche, e forse soprattutto, gente viva che vive in condizioni di neo-schiavitù sessuale o lavorale.

Parla di tutto questo Valentina Milano, professoressa di diritto internazionale dell’Università delle Isole Baleari, e un’intera sala variegata ascolta, discute, interviene. C’è un ragazzo Al-Saharaui, cresciuto in un campo di rifugiati in Algeria. Ci sono varie donne latino-americane, che parlano del razzismo che ancora, anacronisticamente, fa capolino nella vita quotidiana di persone apparentemente integrate nella società europea.

Parlano dell’Eritrea, del servizio militare permanente. Non riesco a intervenire, anche se vorrei; ho il groppo in gola di queste cose non le ha solo lette ed immaginate in forma drammatica su rapporti dell’ONU, ma le ha viste con i propri occhi. Ho il groppo in gola pensando al fatto che quasi tutti i miei colleghi precedenti (sposati con figli) in Uganda l’anno scorso per rilassarsi andavano a prostitute locali, pagate una miseria. Ci andavano nell'ostello BushPig, Kampala, gestito da un italiano che pensavo fosse un amico. I rapporti, i numeri, i ritratti di storie personali che vengono presentati in un seminario, sono per me una realtà vivida a cui associo nomi, esempi, analogie. Dentro il marchio a fuoco del continente nero brucia forte.

Aspetto Rachel, che il Mediterraneo lo vedrà dall’alto di un aereo sicuro venerdì, se tutto va come deve andare. La aspetto e dentro di me urlo a 14.600 decibel. E, per non urlare fuori come un pazzo isterico, devo scrivere queste righe con un’urgenza impellente.


.the.Hive.

dimarts, 26 de setembre del 2017

Impregnato di senso felice

Ci sono momenti che si impregnano di anni. Sono istanti rari, in cui ti rendi conto che di strada ne hai fatta, che il tempo, il nostro amico tempo, ti ha accompagnato in silenzio durante mesi o anni. È stato silenziosamente presente. Ora ti invita ad ammirarlo. Mi porta indietro di tre anni, alla Tanzania. Mi porta indietro di 6 e mezzo, a Cuenca, e al primo forte ed incontrollabile impulso per andare in Sudamerica. Ammiro il tempo, tutto assieme.

In questo attico, nel centro di Palma de Mallorca, mi sento al traguardo. Qui, dove anche lei, Rachel, verrà. Sì, perché abbiamo quasi vinto. 3-0, palla al centro. Un altro visto. Sudato sangue, soldi ed energie. Questa volta un visto di un anno, affinché lei, dalla remota Lusoga ugandese, sbarchi a Mallorca per stare con me e per studiare ancora, come lei sognava. Sfibrati dalla burocrazia, dalla mancanza cronica di soldi sopperita dalla mia famiglia che non ha mai dubitato un minuto nell’appoggiarci.

Eppure, sono qui, su un’amaca trovata in un cassetto di questo attico molto rustico e bohemien, con una terrazza grande e di un camino, con scaffali e mobiletti recuperati dalla strada e restaurati. Un appartamento che non avrei potuto sognare, non per il lusso, ma per l’imperfetto stile rustico e genuino, unico e romantico. Qui, mentre bevo un vino già aperto trovato nel frigo spento, con Leonard Cohen, qui, sento il senso della vita, della bellezza, della fortuna, della giustizia. Pensando che forse sono arrivato a un punto. Che ho lottato duro, che sono stato aiutato decine di volte. Abbiamo lottato in tanti. Ho sofferto, ho gioito, ho sofferto ancora. E lei con me. E la mia famiglia con noi. Da lontano o da vicino.

Il vino che scioglie i nodi nello stomaco, scioglie mesi o anni di scelte difficili, rese più facili dall’appoggio incondizionato di famiglia e alcuni amici. Mamma, papà, Cri, grazie. Annalisa, Serena, Mimi, Marta, Luis, Bernat, grazie.

Mi sento adulto. Ho scelto, spesso. Scegliere per me è sempre stato difficile. Un uomo, ho capito, deve sapere scegliere. E deve continuare sulla scelta fatta, anche se forse ha portato svantaggi. Fatico a pensare che ci siano scelte proprio sbagliate, sono rare: la maggior parte delle volte è un bilancino al vento, dove è impossibile capire pro e contro nel futuro, giustizia e ingiustizia… E allora si sceglie, secondo quel che si sente, e, spesso quando si cresce, secondo quello che realisticamente si può. Come Kutki Romero dice, “Quando segui il cuore non sbagli mai. Se lui si sbaglia, è perché dovevi sbagliarti.”

Le mie scelte si basano spesso sul dove. Il dove, che in teoria conta poco. Il dove alla fine è uno scenario esterno dove posizionarsi e trovare altri esseri umani, che, in ogni dove, sono sostanzialmente simili nel bene e nel male. Eppure, il mio dove è sempre importante. Il dove si è materializzato in posti incredibili come Kalangala, Mallorca, Pian di Spagna, Eritrea, Alicante, Barcellona…

Nella strada pedonale dove vivo ci sono ben due parrucchieri per africane. Davanti alla porta di casa c’è un restauratore di mobili antichi con un apprendista nigeriano. All’angolo c’è un riparatore di scarpe e chiavi con un altro ragazzo africano al seguito. L’università brulica di diversità, con tante ragazze di colore. Sorrido aspettando Rachel, sorrido al vedere pezzetti di Africa ben integrati.

Il lavoro è di una tranquillità e pace ideale. Le persone, semplicemente simpatiche, tranquille. Il mio capo, i colleghi, il padrone di casa, che mi parla di cambiamenti climatici e ha i capelli lunghi e ricci come li avevo io a 25 anni. La bellezza di Mallorca è calda e ubiqua. Nel centro di Palma, sul lungomare, nelle calette. Vivere in questa bellezza, e viverlo in un modo sereno, non frenetico né chiassoso, è la cosa più bella che posso immaginare. Apprezzare tutto questo è ancora più saporito se penso allo squallore di mesi passati. Acqua passata ed esperienza acquisita.

In tutto questo, la spinta è lei. È lei e il nostro placido amore, che ha sopravvissuto a distanze intercontinentali. Non credo che sia vero che manchino solo pochi giorni. La felicità che proveremo, in questa isoletta del Mediterraneo, è per chi in questo stesso mare ha perso la vita, e chi attraversandolo cerca di non perdere la speranza. Noi abbiamo vinto le frontiere, a costo di stress e soldi. Con un costo più alto, c’è chi le attraversa in altro modo, definito illegale. Io le frontiere non le voglio. E non c’è nient’altro che mi spinge più che questo. Ogni essere umano ha il diritto di avere una possibilità come la abbiamo avuta noi occidentali alla nascita, senza fare nulla, ma proprio nulla, per meritarla. Come dice Sepúlveda, semplicemente “da qualche parte bisogna nascere”.

La felicità che proveremo, in questa pacifica cittadina soleggiata, è per chi 75 anni fa combatteva in questo stesso continente, come pedoni messi in gioco da folli al potere. Con i risparmi di mio nonno, che ha avuto decenni di pensione da reduce, riesco a mantenere lei e aiutare la sua famiglia. C’è una circolarità nella vita, basta coglierla quando il cerchio ci passa accanto. A volte sento la sua voce, mi parla deciso, come fosse la sua rivincita personale per tutto il pessimismo e il dolore che provò nei tempi bellici della sua giovinezza. Non si potrà mai compensare la quantità abnorme di ingiustizia storica ed attuale, ma almeno possiamo essere dei veicoli passivi e casuali di pace, di speranza. È una piccola cosa. Ma io sono solo una piccola goccia, e non credo più nel cambiare il mondo. Mi basta cambiare una piccola goccia come me.

Ho trovato centinaia di piccole gocce, di tutte le età, razze, colore, che mi hanno ispirato e che mi ispirano. Come il coinquilino temporaneo che ho avuto, il cileno Andrés, la cui visione del mondo è praticamente identica alla mia, nonostante sia nato 25 anni prima di me dalla parte opposta del mondo. Come Fausta, che 3 anni fa ci ospitò in Tanzania, e da cui partì il mio amore per il continente che è la culla dell’umanità. Nell’ultimo mese ho conosciuto persone di Uruguay, Cechia, Messico, Giappone, Bielorussia, Ucraina, Nigeria, Sierra Leone, Russia, Austria, Cile, Spagna, Italia… Non mi stancherò mai di questa bellissima diversità. Diversità di età, sesso, nazionalità. Ma chi conosce e viene a contatto, impara a riconoscere l’umanità. E le frontiere si disintegrano. È proprio nella diversità che spesso trovo la comprensione, il senso, l’umanità. È nel contatto casuale, libero e disinteressato che sento quella fiammella comune, direi spirituale. “Cosa ti spinge a fare questo?” mi chiedono una sera a Morbegno, verso la fine del campo di volontariato che ho diretto per conto di Legambiente. “Abbattere le frontiere.” Avevamo appena ospitato tre richiedenti asilo, della stessa età (attorno ai 20) dei volontari internazionali. Hanno raccontato degli orrori e dell’anarchia libica. 

Hanno mostrato cicatrici e spavalderia allo stesso tempo. Vedere le facce stupite, sorprese, allibite, di ragazzine est-europee, bianche come il latte, delicate, innocenti e buone, opposte ai visi già di uomini troppo giovani, vissuti, consapevoli e consunti di ragazzi africani che si sono guadagnati la vita a tentoni. Sentire quel brivido che ti dice “Questo è giusto.”. Gocce che si incontrano senza scontrarsi. Gocce che si conoscono e che non si incontreranno mai più ma continueranno a far parte dello stesso mare, con una maggiore consapevolezza di farne parte.

Oggi vado a letto con un’altra consapevolezza, piena e felice, pensando alla mia goccia gemella che fra una decina di giorni sarà ogni notte accanto a me. La vita è meravigliosa, se hai fortuna al tuo fianco e persone vicine.


.the.Hive.

dijous, 17 d’agost del 2017

Un semplice grappolo d'uva

Ascolto "Arrival of the birds" mentre una giornata intensa finisce. Una bella giornata estiva, in questa afosa Brianza dove di passaggio mi godo la bellezza che non avevo mai saputo vedere. Una mattinata a lavorare per l'associazione, tra amici, colleghi, persone con cui si è creato un legame, lentamente e solidamente. Mi godo le notizie di Rachel, che lottando come sempre è riuscita ad ottenere gli ultimi documenti per chiedere il visto per un anno. Ogni passo, e sono tanti, è una fatica, costa, genera stress, paure, ansie. Ma una ad una, con la calma che lei mi cerca di insegnare e con la testardaggine del fare che io ho imparato dall'irrequieta Brianza, otteniamo i documenti. Manca ancora tanto, soprattutto manca l'impredicibile verdetto. Ogni passo sono soldi, i miei risparmi per qualcosa in cui credo, per noi, per lei, per colmare l'immeritata disuguaglianza. Ogni giorno passato assieme, a distanza o meno, è un pugno alzato placidamente contro l'ingiustizia e rende il legame più forte.

Ascolto "Arrival of the birds" perché è la canzone che mi ricorda la serenità pacifica e affettuosa dopo la tempesta. Da lì è cominciato tutto, piano piano. Questi attimi di pausa, nel mezzo di un turbinio di impegni, mi fanno affiorare cose difficili da esprimere.

Ascolto "Arrival of the birds" per lenire questa tristezza che l'attentato a Barcellona mi ha causato. Il video di sangue sparso per posti che vedevo ogni settimana, a dieci minuti a piedi, mi fa gelare il sangue e per la prima volta mi sento davvero coinvolto in questa ennesima follia umana. La mia città, la mia Barcellona... Una follia umana, con cause lontane, molteplici. Ma con una sola ragione di fondo: la violenza insita nell'uomo. La violenza con la quale ha fatto sparire già centinaia di specie animali decine di millenni fa nelle sue prime avanzate verso Americhe e Australia. La violenza con cui Pizarro e compagni cinque secoli fa trucidavano un impero intero in Sudamerica, in nome del volere di un dio Cristiano, con tanto di Bibbia in alto mentre usavano cavalli e acciaio come armi di genocidio. Impero Inca a sua volta soggiogatore di popoli. La violenza con cui i droni americani ogni ora vanno a colpire vigliaccamente obiettivi dall'altra parte del globo, militari e civili. La violenza con cui ogni essere umano reagisce alla violenza. La violenza di tutti i civili massacrati in Paesi prima splendidi. La violenza della stessa invenzione delle armi, sempre più cinicamente efficienti ed assurde, servite dall'aspetto peggiore della scienza. La violenza delle parole e delle decisioni di tanti capi di Stato, supportati dalla violenza e odio di tanta popolazione. La violenza con cui strumentalizzano e sporcano la spiritualità, che, indipendentemente dalla sua forma (religione, arte, amore), è l'aspetto più nobile ed originario della nostra assurda specie. La violenza con cui in nome di progresso, crescita, tecnologia ed esplosione demografica stiamo causando la sesta grande estinzione di massa.

Ascolto "Arrival of the birds" e smetto di pensarci. Mangio l'uva colta ieri dai vicini novantenni. Penso all'orto, alle piantine di avocado che crescono in quest'estate tropicale. Alla fragile pazienza con cui le cose si costruiscono, mantengono, crescono, senza slogan, con tanta perserveranza, tranquilla e tenace. Il frigo pieno di dolci pomodori a metri zero. C'è ancora un seme di jackfruit ugandese che aspetta di essere piantato. Non ancora. E' ora di dormire, appena finisco il grappolo.

.the.Hive.

dimarts, 20 de juny del 2017

Felicità

La sensazione incredula di felicità in questo 20 giugno. La consapevolezza di aver lottato tanto, in momenti difficili, duri, distanti. Lei verrà a Mallorca, con me. Tutto si sta incatenando in maniera perfetta, come un tetris che mesi fa appariva catastroficamente caotico. Ancora mancano lungaggini burocratiche, visti, ma il più è fatto. Dovremo lottare ancora, ma il più è fatto.

C'è qualcosa che va al di là delle circostanze, del caso. C'è un profondo senso in questo cammino. Come aver percorso sentieri fangosi, polverosi, scuri, difficili, alternati a spiazzi soleggiati, prima di intravedere una vallata piena di sole, acqua, aria, calore, colori. 

C'è anche un profondo amore per una terra, quella dei paesi catalani, che dal 2010 mi accolgono, mi regalano cose bellissime. Io sarò sempre grato e legato a quelle terre, e ora avrò il privilegio, la responsabilità e la gioia di portare con me la persona che amo, dandole qualcosa che è anche una briciola misera di compensazione di ingiustizie tra Nord e Sud del mondo.

Dal Lago Vittoria al Mediterraneo, di isola in isola. La nostra storia è tinta di un percorso così romantico da sembrare irreale. Abbiamo sofferto, e gioito.

Senza l'Africa, io non avrei mai avuto la pazienza, la fiducia, la calma per procedere passo a passo, senza l'ansia. Senza tutti i passi precedenti degli ultimi due anni e mezzo, non sarei mai arrivato qua. Quei passi, mi ricordo, erano iniziati di ritorno dal viaggio in Tanzania. Iniziò un percorso tortuoso, difficile, rocambolesco, con scivolate, errori, malessere, ma tanta, tanta tenacia e pazienza.

In questo percorso che mi ha portato per migliaia di luoghi, persone, mi ha dato la possibilità per assurdo di valorizzare le cose che accanto a me ci sono sempre, indifferenti ai temporali che perturbano costantemente il mio cammino. La mia famiglia, innanzitutto. Un grazie di cuore. Specialmente a mia mamma, in lacrime di emozione per noi.

Questa è una vittoria personale, di coppia, di famiglia, e politica. Sì, politica. Contro tutti questi repellenti esseri squallidi, che dall'osteria di paese alla Casa Bianca, parteggiano per confini, muri, avidità, ingiustizie storiche. Oggi io vinco, noi vinciamo, e voi rimanete con le vostre frustrazioni nazionaliste, le vostre ossessioni materialistiche, il vostro terrore a perdere una briciola dei vostri possedimenti immeritati dalla nascita, la vostra violenza interiore frutto di un malessere verso voi stessi. Oggi vince la speranza, l'uguaglianza, la possibilità incredibile. Oggi vince l'umanità.

Questa vittoria, insignificante granello personale in un mare di 7 miliardi di persone e di migliaia di miliardi di esseri viventi, va alle migliaia che stanno sul fondo di quel mare sulle cui rive, se tutto va bene, andremo ad abitare, alle loro famiglie, alle loro speranze. Un misero contrappeso al macigno di ingiustizia che tinge il mondo di oggi.

.the.Hive.

From island to island

Drink the sea,
taste the salty, tasty deep, deserved joy.
A mouthful of clouds to feed our wings,
a unspokable scream which is wonderfully silent,
blessings to the skies,
tears of happiness.

From the Lake of mother Africa,
to the shores of this dramatic Sea.
Shores that are my home,
Lake was her place.

From Kalangala, to Mallorca.
From island to island, from nest to nest.
Over any border,
over the stupidity,
over the blindness, greed, inequalities.

Words are trapped inside,
they dove in an ocean of hope.
They are down there,
while it transformed to reality.
Dreams come true.
Wet with the drops of hope,
I now behold a real rainbow.

A path was drawn for us,
we followed it and took good care of it.

I could not behold any dream,
because I was too busy to build it.

Today we win. We win. We win!

.the.Hive.

dissabte, 10 de juny del 2017

Acque calme

Questa è la nostra isola. È un'isola che dà semplicemente un profondo senso di pace, senza sconfinare in quella bellezza accecante che trasforma certi luoghi in mete da privilegiati. Questa è un'isola genuina, una perla nelle acque della Perla dell'Africa.

Un anno dopo dal mio primo arrivo, sono qua, siamo qua. Sono sbarcato per gustarmi di nuovo a passo lento, lentissimo, le acque oggi tranquillissime, la terra rossa non ancora morsa dall'asfalto e dal traffico. Cambia qualcosa, come il venditore di chapati che è riuscito a trasformare il suo carrettino in una baracca di legno dignitosa e colorata di blu. Come una formica, ha risparmiato abbastanza da potersi garantire un bancone. Nel contesto dell'isola, e di un paese con disoccupazione e crescita demografica alle stelle, questi sono piccoli miracoli.

Tanti mi riconoscono. Alcuni ragazzotti non prendono bene, per invidia, ignoranza o razzismo, una coppia interraziale che ormai da quasi un anno si ritrova da queste parti. Mi disinteresso, rimanendo anche meno esposto a commenti offensivi, volgari e generalmente idioti detti in luganda. Lei riesce a fregarsene meno e qualcuno di loro si prende delle lavate di testa che li lasciano a bocca chiusa, e mi fanno sorridere per l'orgoglio di averla al fianco e per la sagacia delle sue risposte taglienti che loro non si aspettano dal genere debole.

Quindi, mi gusto passo a passo ogni casa, ogni negozietto. Mi gusto soprattutto il silenzio naturale e l'effetto paliativo che la bellezza naturale ha. Le enormi foglie di yam coltivato ovunque, gli alberi stracarichi di avocado, che per me è inngabilmente il frutto degli dei, i pochi tratti rimasti di foresta vergine, gli uccelli di mille colori e forme, dai più mostruosi ai più raffinati. Ce n'è uno che al mattino accompagna sempre le colazioni a terra fatte di caffè locale allungato, marmellata di banane improvvisata da noi a Luyinja qualche giorno prima, chapati, e pomodori locali (con ammaccature e forme genuinamente irregolari) passati in padella. Questo volatile non cinguetta nè gracchia: ride in volo, una risata acuta e contagiosa che va in crescendo e che mi rende sempre di ottimo umore.

Kalangala e il nostro nido hanno l'effetto di un profondo abbraccio caldo che fa passare qualsiasi cosa. Ha anche l'effetto di rallentare tutto, di far pensare solo a stare bene, in mezzo a un villaggetto mediamente attivo e non avulso né avvezzo alla presenza di bianchi.

Le acque del lago sono calme, e potrei osservarle per ore. Qui i primi esploratori bianchi arrivarono circa 130 anni fa. Chissà come fu l'accoglienza, e chissà come la natura dominava in maniera quasi spaventosa. Oggi c'è un giusto equilibrio, che rende il posto potenzialmente turistico, ma ancora genuino e naturale.

È un sabato sera ma non vorrei da nessun'altra parte se non in questa assoluta tranquillità, con una felpa che fa da scudo al fresco che sento volentieri, dopo essere stato immerso nel caldo soffocante e inquinato della capitale per qualche giorno.

.the.Hive.

dilluns, 5 de juny del 2017

Mango e polvere

C'è questa donna, sul bordo fatto di terra rossa e polverosa del marciapiede appena fuori dal taxi park (stazione dei bus collettivi) diretti a Namungoona. Le compriamo tre manghi. Lei è inginocchiata su un pezzo di telo, mezzo consunto da chissà quante giornate, forse centinaia, più probabilmente migliaia. Le sue rughe e i segni del tempo sulla sua pelle mi fanno pensare che forse è lì da sempre. Ha il suo mucchietto di manghi gialli, ben maturi e ammaccati o anche un po' marci, e verdi, non ancora maturi. È solo una delle centinaia di donne che una di fianco all'altra vendono il dolce che la terra regala in una vita, su quella stessa terra, che appare loro amara.

Alle sue spalle migliaia di boda-boda e taxi (minibus popolari) borbottano nuvole grigie e nere tutto il giorno. Lei e tutti questi esseri umani, di ogni età e di genere prevalentemente femminile, siedono con tranquilla indifferenza tra il caos del traffico e il turbinio delle gambe. Guardano tutto dal basso. Ma non guardano troppo. Per molte, la mente è altrove. È forse legata a una volontà necessaria di sopravvivenza, sopravvivenza sua e della sua prole. Mi immagino in quale baraccopoli vivrà, quante bocche la aspettano, ora sparse in giro magari a mendicare o raccogliere rottami.

C'è una costante che mi sta rendendo l'Africa ogni volta più lontana dall'ideale di alveare, che mi spinge al disincanto: l'assenza frequente degli uomini, dei maschi, spesso ridotti ad animali spargi-prole. L'assenza nel provvedere a curare le vite che hanno messo al mondo, il sacrificio e la sottomissione di donne costrette a sopravvivere sotterrando la propria dignità, un modo di pensare che sostanzialmente lascia l'uomo libero di agire, e la donna portatrice di responsabilità e difficoltà, oltre che obbediente serva. Tutto questo lo rivedo in tanti racconti intimi, in tante situazioni, in tanti commenti che in effetti assomigliano molto al maschilismo becero, grigio e squallido che ha dominato gli ambienti, tutti italiani, da cui sono appena fuggito.

Quella donna scalfisce la mia crescente insensibilità dovuta all'abitudine, mi ricolpisce le interiora come fosse il primo giorno in questo continente di contraddizioni. Quella donna una volta era bellissima, ne sono sicuro. Come la mia donna con cui posso oggi camminare, e che ogni giorno mi mostra qualcosa di un mondo, il suo, di cui un po' si vergogna ma che ama. Al fianco ho una donna che ha vissuto tutto questo, che si fida di me e che mi consegna con il contagocce, rassegnata ma spensierata, lo scrigno di ricordi personali di un mondo, il suo, dove molte volte la miseria e il menefreghismo maschile vanno di pari passo, contrastati dalla tenacia e dall'amore femminile, più forte di qualsiasi ingiustizia.

Sono molto arrabbiato. I racconti di uomini che abbandonano moglie e bimbi, in mezzo a una strada, poligami che dovranno spartire un'eredità mediocre tra tante teste, fedifraghi che spargono dolore in cambio di piacere breve e appagamento del proprio istinto animale. Bambini costretti a lavorare mentre i padri sono assenti, o, peggio, soprammobili tra le quattro mura modeste che le madri custodiscono con cura. Sono molto arrabbiato per il livello di menefreghismo cinico che l'essere umano raggiunge. E per la rassegnazione delle sue vittime. Per la normalità con cui la sottomissione delle donne è vissuta.

Quella donna questa notte è quella a cui va la mia buona notte più sincera. E l'ammirazione per una vita, che non conoscerò mai, tra manghi e polvere.

E una buona notte va a mio padre, che non è stato assente un solo minuto, e a mio nonno, che sono sicuro vede attraverso i miei occhi tutto questo dolore innecessario.

.the.Hive.

dilluns, 29 de maig del 2017

Addio!

Sembra strano, forse. Ma voglio iniziare un post parlando di calcio. Di un pezzo enorme di calcio. Francesco Totti. L'atmosfera che 70.000 umani sanno trasmettere assieme, per dare l'addio a una bandiera, a una forma popolare di passione, amore. In tutta quella viscida contraddizione che è il calcio, con i suoi stipendi assurdi, c'è comunque la passione. Le bandiere rimaste sono poche, così come pochi sono i calciatori che apparentemente conducono una vita stabile. Le lacrime dagli spalti sono l'espressione di migliaia di esseri umani, con i ricordi di 25 anni. Addio, calciatore fedele, esempio.

Ci sono addii di vario tipo. La parola stessa Addio è crudele, specialmente per un agnostico come me che non sa se un Dio esista davvero. Ci sono gli addii festosi, ci sono quelli decisi e convinti, nelle vite personali e lavorative. Ci sono addii non annunciati, ci sono quelli cercati e quelli forzati. Accanto a un nucleo di persone che rimangono a prescindere attorno a noi, il resto è un turbinio di foglie più o meno colorate che si inseguono.

Nella parola Addio c'è il corso della vita. C'è il senso del tempo. C'è la fede, oggi sotterrata in nome di altri valori più tangibili. C'è la decisione. Nell'addio a una persona ci può essere anche una vena di male, di sparizione, di eliminazione. L'addio a volte è un assassinio deliberato ed indifferente, dramma cercato, un atto di guerra con sé stessi.

Addio ai posti. A luoghi che si vedono mille volte, o una sola volta. Alle campagne salentine che percorro per decine di chilometri a piedi, sotto il sole, con lo zaino in spalla, fermato da un giovane con cui ci scambiamo il racconto delle nostre vite in pochi minuti. C'è un addio a due paesini, San Foca e Torre dell'Orso, che non avevo mai visto prima e di cui in due giorni ho percorso ogni scogliera ed angolo. Ci lascio una maglietta, se la porta via la Tramontana, e là deve rimanere. È un addio a una maglietta grigia come il dolore che chi associo a questi posti ha portato. È un addio al dolore stesso, agli errori di anni fa, pagati a prezzo carissimo. La bellezza di una costa non ancora invasa dal turismo estivo si porta via l'ultima briciola di quel che fu un male che ora appare solo come un vortice incontrollato di passioni contrastanti e incontrollate, un'ingenuità con conseguenze che non voglio più provare nè far provare. Addio a ciò che non dovrà mai più accadere, a ciò che trascinò in un abisso me e chi mi vuole bene. E l'addio non lo dico con la tristezza, ma con la libertà de lu sole, lu mare, lu ientu. Con un tuffo nella grotta della Poesia, con ore a osservare la schiuma irruente che sbriciola una costa rocciosa crivellata dalle intemperie. E con la bellezza placida e matura degli ulivi, presso cui mi dirigo. Non più onde splendide ed indifferenti contro gli scogli, ma il frusciare sicuro, stabile, nascosto di milioni di rami di ulivo. Madre Terra. Addio onde, passionali ed irrequiete. Preferisco la terra, madre terra. La terra che ha la lenta pazienza dell'Africa, invece dell'irruenza spontanea. La terra che è donna, che è lo Yin più primordiale. La pazienza che è amore, e non conosce addii.

Ci sono addii che sono imprevedibili arrivederci. Ci sono arrivederci che diventano addii. Ci sono prove che la vita ti ripete così come fosse la ripetizione di un esame a cui si è stati bocciati. Per dire addio a certi modi di agire. Ci sono catene, qualcosa di eccezionalmente simile al Karma, che consentono di mettersi dall'altra parte, a distanza di più o meno tempo. Fanno capire le prospettive, permettono di addolcire addii amari.

C'è un addio a migliaia di posti. Quando gli addii iniziano a diventare non sentiti, è ora di smettere di girare il mondo come una trottola.

C'è un nuovo addio al mio lavoro. A quel che non può essere compatibile con me, con i miei valori. Addio anche alle speranze ingenue di arcobaleni, per cercare una realtà meno variopinta ma più vera. Addio agli unicorni, perchè stare a guardarli non ti consente di cavalcare il pony che la vita ti dà, o le gambe di cui siamo forniti. Addio a speranze di un mondo giusto, di un paese perfetto, di un luogo adatto. Addio alla ricerca fuori di me. E' tutto dentro, e dico addio agli inseguimenti. Dico addio alle utopie, perchè è l'unico modo per provare a realizzarle, in modo imperfetto e in tempi forse irraggiungibili. Dico addio ai miraggi, perchè mi hanno distolto dai petali di un fiore ai miei piedi che ha in sè la perfezione del particolare.

Dico addio all'adolescenza, durata a lungo.

Non posso dire addio a scrivere. Chili e chili di scritte, inchiostro su carta o pixel su digitale. Camminare e scrivere. La scrittura è l'antidoto a un addio alla memoria, un prolungamento temporale di emozioni che svaniscono troppo in fretta, le ali di una libertà anelata, vissuta, privilegiata. Le parole sono magiche, nel bene e nel male, e sono gli scapelli che scolpiscono le cinque lettere Addio. 

C'è un solo addio che non ha nessun sapore dolce con sé. E' la fine della vita. Imprevedibile. A quell'addio, non si può sapere come reagire.


.NF.

Just like rain

There are scars that will never heal.
They are called years, they are called life.
When these scars bleed, and the ghosts come back,

the brain has learnt not to feel the pain anymore.
When you watch and behold your own pain,
it loses its power and it is just like rain.
The ray of a smile will advise you again,
the Sun is there, for everyone to pray.
The scars call for revenge, tears, regrets,
but when the answer is a smile,
accept everything and move on.
Hatred is the feeling of the weak,
leave it to them, it is their own defeat.
Feel how wet the rain has made you,
but the warm embrace of who know you,
is the best elisir for the existence.

Let not the thoughts to build a nest inside you,
like clouds, they come and go.
Behold the reality, made of things and skin,
because sometimes the rainbows hurt like hidden knives.

.the.Hive.

dimecres, 24 de maig del 2017

Yin e Yang

Non c'è nessuna libertà privilegiata maggiore che non piegarsi a ciò che non si è.
Se ho visto il fango, lo squallore, l'avidità,
se ho conosciuto la faccia grigia di un'umanità senza anima,
se ho percepito il vero vuoto in certi uomini,
se ho convissuto con questo
se mi è scivolato addosso come pioggia inevitabile.
Se non passavo tutto questo,
mai avrei capito la bellissima banalità della bellezza,
una ferrata con mio padre sulle rive del lago che è nel mio cuore,
i colori dei fiori del giardino,
la tranquillità di un bosco di media montagna,
la bellezza di spiriti tranquilli e speranzosi,
la marcia di 100.000 esseri umani per l'accoglienza.
Devo sempre immergermi nel blu traditore per assaporare l'arancio solare,
Scontrarsi con il giallo tagliente per assaporare il viola intenso,
Fondere il bianco e il nero.
Yin e Yang.

.the.Hive.

dilluns, 22 de maig del 2017

Lenzuola di sabbia



Stesi su grani di infinito,
accarezziamo il tempo,
la brezza della caducità
nel colore pastello della realtà.
Gli intrecci sono intensi,
il sapore dei lacci profondo,
un battito all’unisono,
un respiro di bellezza.
Oblio, leggerezza e serenità,
nuvole che sciolgono l’amaro,
raggi di luna diurna, pallida,
riflessi di fuoco sempiterno.
Sotterrami con la semplicità,
abbracciami e scioglimi,
tuo, ora e quando vuoi,
quando la vita vuole.
L’atavico senso dell’essere,
del soffio fragile e primitivo,
spazza via i labirinti grigi,
e regala il sorriso più vero.

.NF.

dimecres, 10 de maig del 2017

Domenica africana



L’eleganza dei vestiti. Chiunque, dal più povero al più ricco, cerca il vestito più colorato o sobrio, più pulito. I sobborghi, anche quelli miseri, si colorano di tanta dignità. Di nuovo, capisco qui quello che genitori e nonni mi hanno insegnato. Il vestirsi bene, una volta, era un segno di rispetto, di dignità. Per andare a messa e al pranzo familiare. Questo io non l’ho mai percepito né capito in una società dove il vestirsi bene è diventato per molti ostentazione appariscente, lusso irrispettoso. Non per tutti, ma purtroppo tante cose belle come l’eleganza, la libertà, il benessere, da noi hanno passato un limite, raggiungendo un eccesso che le ha tramutate nel loro contrario: opulenza, menefreghismo, individualismo, avidità. L’Africa mi sta spiegando le radici, ma traducendomi quello che vivevano le generazioni anteriori in un linguaggio semplice, colorato, commovente e molto umano.

La cura di sé stessi, resa così difficile dalle difficoltà economiche, dalla mancanza di educazione, è un valore che tra le madri e ragazze africane si capisce e si tocca con mano. Di nuovo, mi traduce in un linguaggio semplice quello che da noi è diventato complicato, sterile ed estremo: l’igiene nel proprio piccolo, la cura dei pochi beni che si hanno, il riparare qualsiasi cosa. Fa parte delle mie radici, ma non l’avevo mai capito nella mia ribellione personale, nella mia continua ricerca di qualcosa di diverso.

Non avevo mai capito nemmeno l’importanza dei soldi. Finché non tocco con mano cosa vuol dire non avere soldi per comprare delle medicine e curarsi, o un frigo. La capisco ora, dal legame tra due esseri di due mondi distanti, in condizioni economiche così opposte. I soldi da un lato rappresentano un mero mezzo per sopravvivere, dall’altro rappresentano quello che serve per mangiare, vestirsi bene, studiare. Do un senso diverso a tanti insegnamenti che ho ricevuto sul valore dei soldi. E, di nuovo, cerco di separare questo valore dal cattivo uso e dalle assurdità che si genera dall’eccesso di soldi, dall’assuefazione fine a sé stessa di cui sono schiavi la maggior parte degli occidentali, dalla mentalità volta al profitto personale a qualunque costo di cui sono forgiate tante persone. Il valore di cui sempre mi parla mia nonna, una persona contraddittoria e abbastanza individualista ma di cui rispetto molto le difficoltà della gioventù, legate a guerra, povertà, malattie. L’Africa mi mostra in vetrina come era il mondo allora, cosa è impresso nella mente dei miei avi, e cosa significano le loro parole e raccomandazioni. L’Africa mi fa sentire anche immensamente grato per l’educazione, il benessere e quelle cose superflue ma bellissime che sono la libertà di azione, la libertà di pensiero, la libertà di scegliersi una strada, la libertà di viaggiare per capire, la libertà di dire “no”, la libertà di potersi concentrare su qualcosa che vada al di là della sopravvivenza. Tutto questo non me lo sono meritato, mi è capitato. Per caso.

La Pasqua a Kampala, dalla famiglia di Rachel, trascorre nella semplicità della condivisione di un pranzo mangiato per terra sulla verandina della casa della sorella. I bambini, le sorelle, il cognato, si mostrano così aperti e semplici. Trascorro ore a parlare con Charles di geopolitica, società, economia. E’ sorprendente, di nuovo, vedere come la mentalità sia simile nonostante siamo cresciuti in mondi opposti. Sono convinto che una parte del nostro cervello ne è responsabile. Cucino un po’ di pasta semplice, e mangiamo un ricco piatto variegato. E’ l’ultimo giorno della mia breve vacanza in Uganda, e a notte fonda andiamo in aeroporto, dove Rachel e Sharon mi salutano, con una di quelle preghiere di cui, di nuovo, solo ora colgo il senso. La fede è qui davvero connessa a qualcosa di bello, alla speranza, all’amore. Anche la fede mi è stata tradotta in un linguaggio semplice e comprensibile da questo continente di cui sono innamorato. Vado con lei alla messa pasquale, per ascoltare preghiere in luganda e canti con strumenti, vedere attorno a me tanta gente vestita come meglio può (chi con camicie lise ma pulite e stirate, chi con completi occidentali, chi con vestiti tradizionali), essere salutato pubblicamente come benvenuto dal prete, queste esperienze religiose, al di là di quale religione sia, sono un’altra bellissima faccia dell’Africa e del suo cuore. Non mi importa dare un colore o un’ideologia, o giudicare che sia cristianesimo, islam o animismo. Quello che importa è vedere che quel momento rappresenta davvero ciò che unisce un essere umano all’altro, perché, indipendentemente da fede e verità, è un momento di raccoglimento, di contatto con la parte spirituale o mentale di sé stessi.

Le lacrime di arrivederci, a cui non sono ancora assuefatto nonostante la distanza sia per me una costante da sempre, sono quasi dolci, perché colgo la profondità degli abbracci. Anche il voler bene, forse, mi è stato insegnato in maniera diversa e più completa.

La domenica eritrea non è molto differente. Mentre corro libero per le belle campagne aride dell’altipiano di Asmara, con il cielo dipinto dalla schiuma di nuvole bianche verso Est, incrocio tanti uomini, eleganti, in giacca e camicia, che vanno in Chiesa.  Le belle chiese ortodosse, che si ergono sulla cima di dolci collinette, hanno tocchi orientali ma sono sobrie. La domenica che io passo anche a riposare dalle fatiche settimanali là fuori inizia alle 6 con la messa.

Mentre corro, mi sento libero e fortunato. Allacciarmi un paio di scarpe, canotta e pantaloncini, fascia verde smeraldo tra il cespuglio biondo, occhiali della Decathlon e correre verso dove più mi va. Correre sotto il sole, tra cactus e case in mattoni sparse. Essere salutati da uomini e bambini sinceramente sorpresi e sorridenti. Dirigermi per sentieri di campagna accanto a bici e incontro a ragazzini che portano capre a pascolare i rimasugli di erba tra le pietre. Salire in cima a una friabile collinetta per ammirare queste lande. Tornare giù ed essere affiancato qualche decina di metri da un bambino di corsa. I loro sorrisi, i saluti degli adulti, mi fanno sentire l’uomo meno solo del pianeta. “Hurricane” di Bob Dylan mi accompagna mentre riscrivo di questi momenti. Adoro correre, adoro essere in salute, e so che non è banale avere due gambe che funzionano, anche se sono il corridore più dilettante che esista.

La domenica eritrea, di cui non posso godere tutta la libertà, è anche questo. Scrivere, riflettere. Godersi e rigustarsi i paesaggi visti nel mio panorama personale. La domenica è anche sentire la mancanza di casa, della ragazza, della famiglia, degli amici. E’ sapere che questo mio tortuoso, lungo cammino per posti, ambienti, persone tanto diversi, è solo temporaneo, e qualcosa ha voluto che lo prendessi per capire cose che non avrei mai compreso altrimenti, nonostante non siano difficili.

Grazie.

.the.Hive.