L’eleganza dei vestiti. Chiunque, dal più povero al più ricco, cerca il
vestito più colorato o sobrio, più pulito. I sobborghi, anche quelli miseri, si
colorano di tanta dignità. Di nuovo, capisco qui quello che genitori e nonni mi
hanno insegnato. Il vestirsi bene, una volta, era un segno di rispetto, di
dignità. Per andare a messa e al pranzo familiare. Questo io non l’ho mai
percepito né capito in una società dove il vestirsi bene è diventato per molti
ostentazione appariscente, lusso irrispettoso. Non per tutti, ma purtroppo
tante cose belle come l’eleganza, la libertà, il benessere, da noi hanno
passato un limite, raggiungendo un eccesso che le ha tramutate nel loro
contrario: opulenza, menefreghismo, individualismo, avidità. L’Africa mi sta
spiegando le radici, ma traducendomi quello che vivevano le generazioni
anteriori in un linguaggio semplice, colorato, commovente e molto umano.
La cura di sé stessi, resa così difficile dalle difficoltà economiche,
dalla mancanza di educazione, è un valore che tra le madri e ragazze africane
si capisce e si tocca con mano. Di nuovo, mi traduce in un linguaggio semplice
quello che da noi è diventato complicato, sterile ed estremo: l’igiene nel
proprio piccolo, la cura dei pochi beni che si hanno, il riparare qualsiasi
cosa. Fa parte delle mie radici, ma non l’avevo mai capito nella mia ribellione
personale, nella mia continua ricerca di qualcosa di diverso.
Non avevo mai capito nemmeno l’importanza dei soldi. Finché non tocco con
mano cosa vuol dire non avere soldi per comprare delle medicine e curarsi, o un
frigo. La capisco ora, dal legame tra due esseri di due mondi distanti, in
condizioni economiche così opposte. I soldi da un lato rappresentano un mero
mezzo per sopravvivere, dall’altro rappresentano quello che serve per mangiare,
vestirsi bene, studiare. Do un senso diverso a tanti insegnamenti che ho
ricevuto sul valore dei soldi. E, di nuovo, cerco di separare questo valore dal
cattivo uso e dalle assurdità che si genera dall’eccesso di soldi,
dall’assuefazione fine a sé stessa di cui sono schiavi la maggior parte degli
occidentali, dalla mentalità volta al profitto personale a qualunque costo di
cui sono forgiate tante persone. Il valore di cui sempre mi parla mia nonna,
una persona contraddittoria e abbastanza individualista ma di cui rispetto
molto le difficoltà della gioventù, legate a guerra, povertà, malattie.
L’Africa mi mostra in vetrina come era il mondo allora, cosa è impresso nella
mente dei miei avi, e cosa significano le loro parole e raccomandazioni.
L’Africa mi fa sentire anche immensamente grato per l’educazione, il benessere
e quelle cose superflue ma bellissime che sono la libertà di azione, la libertà
di pensiero, la libertà di scegliersi una strada, la libertà di viaggiare per
capire, la libertà di dire “no”, la libertà di potersi concentrare su qualcosa
che vada al di là della sopravvivenza. Tutto questo non me lo sono meritato, mi
è capitato. Per caso.
La Pasqua a Kampala, dalla famiglia di Rachel, trascorre nella semplicità
della condivisione di un pranzo mangiato per terra sulla verandina della casa
della sorella. I bambini, le sorelle, il cognato, si mostrano così aperti e
semplici. Trascorro ore a parlare con Charles di geopolitica, società,
economia. E’ sorprendente, di nuovo, vedere come la mentalità sia simile
nonostante siamo cresciuti in mondi opposti. Sono convinto che una parte del
nostro cervello ne è responsabile. Cucino un po’ di pasta semplice, e mangiamo
un ricco piatto variegato. E’ l’ultimo giorno della mia breve vacanza in
Uganda, e a notte fonda andiamo in aeroporto, dove Rachel e Sharon mi salutano,
con una di quelle preghiere di cui, di nuovo, solo ora colgo il senso. La fede
è qui davvero connessa a qualcosa di bello, alla speranza, all’amore. Anche la
fede mi è stata tradotta in un linguaggio semplice e comprensibile da questo
continente di cui sono innamorato. Vado con lei alla messa pasquale, per
ascoltare preghiere in luganda e canti con strumenti, vedere attorno a me tanta
gente vestita come meglio può (chi con camicie lise ma pulite e stirate, chi
con completi occidentali, chi con vestiti tradizionali), essere salutato
pubblicamente come benvenuto dal prete, queste esperienze religiose, al di là
di quale religione sia, sono un’altra bellissima faccia dell’Africa e del suo
cuore. Non mi importa dare un colore o un’ideologia, o giudicare che sia
cristianesimo, islam o animismo. Quello che importa è vedere che quel momento
rappresenta davvero ciò che unisce un essere umano all’altro, perché,
indipendentemente da fede e verità, è un momento di raccoglimento, di contatto
con la parte spirituale o mentale di sé stessi.
Le lacrime di arrivederci, a cui non sono ancora assuefatto nonostante la
distanza sia per me una costante da sempre, sono quasi dolci, perché colgo la
profondità degli abbracci. Anche il voler bene, forse, mi è stato insegnato in
maniera diversa e più completa.
La domenica eritrea non è molto differente. Mentre corro libero per le
belle campagne aride dell’altipiano di Asmara, con il cielo dipinto dalla
schiuma di nuvole bianche verso Est, incrocio tanti uomini, eleganti, in giacca
e camicia, che vanno in Chiesa. Le belle
chiese ortodosse, che si ergono sulla cima di dolci collinette, hanno tocchi
orientali ma sono sobrie. La domenica che io passo anche a riposare dalle
fatiche settimanali là fuori inizia alle 6 con la messa.
Mentre corro, mi sento libero e fortunato. Allacciarmi un paio di scarpe,
canotta e pantaloncini, fascia verde smeraldo tra il cespuglio biondo, occhiali
della Decathlon e correre verso dove più mi va. Correre sotto il sole, tra
cactus e case in mattoni sparse. Essere salutati da uomini e bambini
sinceramente sorpresi e sorridenti. Dirigermi per sentieri di campagna accanto
a bici e incontro a ragazzini che portano capre a pascolare i rimasugli di erba
tra le pietre. Salire in cima a una friabile collinetta per ammirare queste
lande. Tornare giù ed essere affiancato qualche decina di metri da un bambino
di corsa. I loro sorrisi, i saluti degli adulti, mi fanno sentire l’uomo meno
solo del pianeta. “Hurricane” di Bob Dylan mi accompagna mentre riscrivo di
questi momenti. Adoro correre, adoro essere in salute, e so che non è banale
avere due gambe che funzionano, anche se sono il corridore più dilettante che
esista.
La domenica eritrea, di cui non posso godere tutta la libertà, è anche
questo. Scrivere, riflettere. Godersi e rigustarsi i paesaggi visti nel mio
panorama personale. La domenica è anche sentire la mancanza di casa, della
ragazza, della famiglia, degli amici. E’ sapere che questo mio tortuoso, lungo
cammino per posti, ambienti, persone tanto diversi, è solo temporaneo, e
qualcosa ha voluto che lo prendessi per capire cose che non avrei mai compreso
altrimenti, nonostante non siano difficili.
Grazie.
.the.Hive.
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