dimarts, 20 de juny del 2017

Felicità

La sensazione incredula di felicità in questo 20 giugno. La consapevolezza di aver lottato tanto, in momenti difficili, duri, distanti. Lei verrà a Mallorca, con me. Tutto si sta incatenando in maniera perfetta, come un tetris che mesi fa appariva catastroficamente caotico. Ancora mancano lungaggini burocratiche, visti, ma il più è fatto. Dovremo lottare ancora, ma il più è fatto.

C'è qualcosa che va al di là delle circostanze, del caso. C'è un profondo senso in questo cammino. Come aver percorso sentieri fangosi, polverosi, scuri, difficili, alternati a spiazzi soleggiati, prima di intravedere una vallata piena di sole, acqua, aria, calore, colori. 

C'è anche un profondo amore per una terra, quella dei paesi catalani, che dal 2010 mi accolgono, mi regalano cose bellissime. Io sarò sempre grato e legato a quelle terre, e ora avrò il privilegio, la responsabilità e la gioia di portare con me la persona che amo, dandole qualcosa che è anche una briciola misera di compensazione di ingiustizie tra Nord e Sud del mondo.

Dal Lago Vittoria al Mediterraneo, di isola in isola. La nostra storia è tinta di un percorso così romantico da sembrare irreale. Abbiamo sofferto, e gioito.

Senza l'Africa, io non avrei mai avuto la pazienza, la fiducia, la calma per procedere passo a passo, senza l'ansia. Senza tutti i passi precedenti degli ultimi due anni e mezzo, non sarei mai arrivato qua. Quei passi, mi ricordo, erano iniziati di ritorno dal viaggio in Tanzania. Iniziò un percorso tortuoso, difficile, rocambolesco, con scivolate, errori, malessere, ma tanta, tanta tenacia e pazienza.

In questo percorso che mi ha portato per migliaia di luoghi, persone, mi ha dato la possibilità per assurdo di valorizzare le cose che accanto a me ci sono sempre, indifferenti ai temporali che perturbano costantemente il mio cammino. La mia famiglia, innanzitutto. Un grazie di cuore. Specialmente a mia mamma, in lacrime di emozione per noi.

Questa è una vittoria personale, di coppia, di famiglia, e politica. Sì, politica. Contro tutti questi repellenti esseri squallidi, che dall'osteria di paese alla Casa Bianca, parteggiano per confini, muri, avidità, ingiustizie storiche. Oggi io vinco, noi vinciamo, e voi rimanete con le vostre frustrazioni nazionaliste, le vostre ossessioni materialistiche, il vostro terrore a perdere una briciola dei vostri possedimenti immeritati dalla nascita, la vostra violenza interiore frutto di un malessere verso voi stessi. Oggi vince la speranza, l'uguaglianza, la possibilità incredibile. Oggi vince l'umanità.

Questa vittoria, insignificante granello personale in un mare di 7 miliardi di persone e di migliaia di miliardi di esseri viventi, va alle migliaia che stanno sul fondo di quel mare sulle cui rive, se tutto va bene, andremo ad abitare, alle loro famiglie, alle loro speranze. Un misero contrappeso al macigno di ingiustizia che tinge il mondo di oggi.

.the.Hive.

From island to island

Drink the sea,
taste the salty, tasty deep, deserved joy.
A mouthful of clouds to feed our wings,
a unspokable scream which is wonderfully silent,
blessings to the skies,
tears of happiness.

From the Lake of mother Africa,
to the shores of this dramatic Sea.
Shores that are my home,
Lake was her place.

From Kalangala, to Mallorca.
From island to island, from nest to nest.
Over any border,
over the stupidity,
over the blindness, greed, inequalities.

Words are trapped inside,
they dove in an ocean of hope.
They are down there,
while it transformed to reality.
Dreams come true.
Wet with the drops of hope,
I now behold a real rainbow.

A path was drawn for us,
we followed it and took good care of it.

I could not behold any dream,
because I was too busy to build it.

Today we win. We win. We win!

.the.Hive.

dissabte, 10 de juny del 2017

Acque calme

Questa è la nostra isola. È un'isola che dà semplicemente un profondo senso di pace, senza sconfinare in quella bellezza accecante che trasforma certi luoghi in mete da privilegiati. Questa è un'isola genuina, una perla nelle acque della Perla dell'Africa.

Un anno dopo dal mio primo arrivo, sono qua, siamo qua. Sono sbarcato per gustarmi di nuovo a passo lento, lentissimo, le acque oggi tranquillissime, la terra rossa non ancora morsa dall'asfalto e dal traffico. Cambia qualcosa, come il venditore di chapati che è riuscito a trasformare il suo carrettino in una baracca di legno dignitosa e colorata di blu. Come una formica, ha risparmiato abbastanza da potersi garantire un bancone. Nel contesto dell'isola, e di un paese con disoccupazione e crescita demografica alle stelle, questi sono piccoli miracoli.

Tanti mi riconoscono. Alcuni ragazzotti non prendono bene, per invidia, ignoranza o razzismo, una coppia interraziale che ormai da quasi un anno si ritrova da queste parti. Mi disinteresso, rimanendo anche meno esposto a commenti offensivi, volgari e generalmente idioti detti in luganda. Lei riesce a fregarsene meno e qualcuno di loro si prende delle lavate di testa che li lasciano a bocca chiusa, e mi fanno sorridere per l'orgoglio di averla al fianco e per la sagacia delle sue risposte taglienti che loro non si aspettano dal genere debole.

Quindi, mi gusto passo a passo ogni casa, ogni negozietto. Mi gusto soprattutto il silenzio naturale e l'effetto paliativo che la bellezza naturale ha. Le enormi foglie di yam coltivato ovunque, gli alberi stracarichi di avocado, che per me è inngabilmente il frutto degli dei, i pochi tratti rimasti di foresta vergine, gli uccelli di mille colori e forme, dai più mostruosi ai più raffinati. Ce n'è uno che al mattino accompagna sempre le colazioni a terra fatte di caffè locale allungato, marmellata di banane improvvisata da noi a Luyinja qualche giorno prima, chapati, e pomodori locali (con ammaccature e forme genuinamente irregolari) passati in padella. Questo volatile non cinguetta nè gracchia: ride in volo, una risata acuta e contagiosa che va in crescendo e che mi rende sempre di ottimo umore.

Kalangala e il nostro nido hanno l'effetto di un profondo abbraccio caldo che fa passare qualsiasi cosa. Ha anche l'effetto di rallentare tutto, di far pensare solo a stare bene, in mezzo a un villaggetto mediamente attivo e non avulso né avvezzo alla presenza di bianchi.

Le acque del lago sono calme, e potrei osservarle per ore. Qui i primi esploratori bianchi arrivarono circa 130 anni fa. Chissà come fu l'accoglienza, e chissà come la natura dominava in maniera quasi spaventosa. Oggi c'è un giusto equilibrio, che rende il posto potenzialmente turistico, ma ancora genuino e naturale.

È un sabato sera ma non vorrei da nessun'altra parte se non in questa assoluta tranquillità, con una felpa che fa da scudo al fresco che sento volentieri, dopo essere stato immerso nel caldo soffocante e inquinato della capitale per qualche giorno.

.the.Hive.

dilluns, 5 de juny del 2017

Mango e polvere

C'è questa donna, sul bordo fatto di terra rossa e polverosa del marciapiede appena fuori dal taxi park (stazione dei bus collettivi) diretti a Namungoona. Le compriamo tre manghi. Lei è inginocchiata su un pezzo di telo, mezzo consunto da chissà quante giornate, forse centinaia, più probabilmente migliaia. Le sue rughe e i segni del tempo sulla sua pelle mi fanno pensare che forse è lì da sempre. Ha il suo mucchietto di manghi gialli, ben maturi e ammaccati o anche un po' marci, e verdi, non ancora maturi. È solo una delle centinaia di donne che una di fianco all'altra vendono il dolce che la terra regala in una vita, su quella stessa terra, che appare loro amara.

Alle sue spalle migliaia di boda-boda e taxi (minibus popolari) borbottano nuvole grigie e nere tutto il giorno. Lei e tutti questi esseri umani, di ogni età e di genere prevalentemente femminile, siedono con tranquilla indifferenza tra il caos del traffico e il turbinio delle gambe. Guardano tutto dal basso. Ma non guardano troppo. Per molte, la mente è altrove. È forse legata a una volontà necessaria di sopravvivenza, sopravvivenza sua e della sua prole. Mi immagino in quale baraccopoli vivrà, quante bocche la aspettano, ora sparse in giro magari a mendicare o raccogliere rottami.

C'è una costante che mi sta rendendo l'Africa ogni volta più lontana dall'ideale di alveare, che mi spinge al disincanto: l'assenza frequente degli uomini, dei maschi, spesso ridotti ad animali spargi-prole. L'assenza nel provvedere a curare le vite che hanno messo al mondo, il sacrificio e la sottomissione di donne costrette a sopravvivere sotterrando la propria dignità, un modo di pensare che sostanzialmente lascia l'uomo libero di agire, e la donna portatrice di responsabilità e difficoltà, oltre che obbediente serva. Tutto questo lo rivedo in tanti racconti intimi, in tante situazioni, in tanti commenti che in effetti assomigliano molto al maschilismo becero, grigio e squallido che ha dominato gli ambienti, tutti italiani, da cui sono appena fuggito.

Quella donna scalfisce la mia crescente insensibilità dovuta all'abitudine, mi ricolpisce le interiora come fosse il primo giorno in questo continente di contraddizioni. Quella donna una volta era bellissima, ne sono sicuro. Come la mia donna con cui posso oggi camminare, e che ogni giorno mi mostra qualcosa di un mondo, il suo, di cui un po' si vergogna ma che ama. Al fianco ho una donna che ha vissuto tutto questo, che si fida di me e che mi consegna con il contagocce, rassegnata ma spensierata, lo scrigno di ricordi personali di un mondo, il suo, dove molte volte la miseria e il menefreghismo maschile vanno di pari passo, contrastati dalla tenacia e dall'amore femminile, più forte di qualsiasi ingiustizia.

Sono molto arrabbiato. I racconti di uomini che abbandonano moglie e bimbi, in mezzo a una strada, poligami che dovranno spartire un'eredità mediocre tra tante teste, fedifraghi che spargono dolore in cambio di piacere breve e appagamento del proprio istinto animale. Bambini costretti a lavorare mentre i padri sono assenti, o, peggio, soprammobili tra le quattro mura modeste che le madri custodiscono con cura. Sono molto arrabbiato per il livello di menefreghismo cinico che l'essere umano raggiunge. E per la rassegnazione delle sue vittime. Per la normalità con cui la sottomissione delle donne è vissuta.

Quella donna questa notte è quella a cui va la mia buona notte più sincera. E l'ammirazione per una vita, che non conoscerò mai, tra manghi e polvere.

E una buona notte va a mio padre, che non è stato assente un solo minuto, e a mio nonno, che sono sicuro vede attraverso i miei occhi tutto questo dolore innecessario.

.the.Hive.