dilluns, 25 de juliol del 2016

Nera


Chi sfrecci o meglio passeggi per le vie di qualsiasi città o villaggio africano, non può che notare una cosa: l’economia nera nella quale sguazza il popolo africano. L’economia dell’Africa è nera, di quel nero colorato e pungente, come gli occhi attenti e precisi di chi fa del riuso, riutilizzo, recupero, le prime 3 erre fondamentali nella gestione dei residui, un’arte magica. Riescono a riparare di tutto. Con qualsiasi cosa gli capiti a tiro. La mia bici, ad esempio, Amazzi (acqua). Davvero africana, e nera, come Trottola. Di seconda mano. Avevo passato varie giornate a cercarla prima di trovarla, grazie al mio amico pittore Tibba, che, stomaco vuoto e fegato un po’ meno, conosce tutti ma fa fatica a sopravvivere. Il meccanico, di cui ancora ignoro il nome e con cui mi scrivevo sulla pelle dell’avambraccio varie cifre per trattare il prezzo, passò varie ore prima di consegnarmela. Con magheggi, mise a posto qualsiasi ingranaggio, con pezzi di ferro, molle, aggiustando finemente i raggi e i copertoni mezzi andati. Evidentemente non è una Bianchi, l’estetica è molto africana, ma funziona. O il cavo del pc, messo a posto un paio di volte, come in una catena di montaggio. Puoi anche andare dal fruttivendolo a farlo riparare, perché sicuramente appare qualcuno che te lo porta da qualcuno che conosce qualcun altro, e tu li segui di celletta in celletta, o aspetti dal fruttivendolo mentre una bimba viene allattata. Con la pazienza che è un imperativo qui, godendoti i minuti caldi e gli sguardi di questa gente bonaria, stai sicuro che il tuo cavo sarà riparato. Poi, sempre con pazienza e filosofia, negozi un po’ il prezzo, e via. Non esiste il buttare via alla leggera. A parte sacchetti e confezioni.

Nera anche come la polvere che avvolge le città, prodotta dalle migliaia di motori a scoppio a bordo di bus, taxi collettivi (matatu, tipici pulmini da 12+10 persone, stracolmi, come i rapiditos hondureños), macchine, generatori a Diesel o benzina, centrali elettriche a combustibile fossile, e qualche sporadica industria. Nera come la pelle, ma solo quella, dei meccanici, dalla camicia spesso impeccabile, con mani al contrario piene di grasso, immersi in lavori certosini e a prima vista senza speranze, ma dagli esiti garantiti. Nera come il dolore di gambe spezzate, contusioni, e morti, dovuti agli incidenti degli spericolati boda-boda, che si guadagnano la vita respirando nero e giocando con la vita.

Nera come molti dei milioni di sacchetti di plastica che ti appioppano per qualsiasi minimo acquisto, che pervadono ogni spazio urbano, e spesso anche rurale e marino. Utilizzati per qualsiasi cosa, compreso come coperchi dentro le pentole, e buttati nel primo posto, che sia uno scolo dove pascolano le galline, la soglia di casa, il prato dietro le baracche, il rigagnolo fetido sotto il ponte. I rifiuti sono assolutamente ovunque. Un giorno, a Kitobo, nel finire la strada, iniziamo a scavare una collinetta appena dietro le ultime case, una delle quali peraltro collassata su se stessa, in un innocuo groviglio di fango, canne e cellophane (sì, plastica anche come tetto), che per ora in due settimane nessuno ha pensato di sciogliere. In questa collinetta, il piccone e la zappa tirano fuori di tutto: uno strato di parecchi cm di profilattici, sacchetti, resti animali, confezioni, centinaia di inquinantissime batterie, confezioni di medicinali… Quando piccono io mi viene quasi il voltastomaco, e da quel giorno i bellissimi colori verde e blu che dipingono il paesaggio di queste isolette sono meno idilliaci e più punteggiati di nero. Nera come il fumo che i rifiuti stessi producono quando bruciati. Avvolgono le narici per ore a volte a Kitobo, se si è sottovento.

Che fare? Noi bianchi onniscienti che facciamo? Giardini puliti, strade più o meno pulite (sempre che non ci siano impicci locali, mala gestione…), ok. Ma dove vanno le nostre tonnellate di rifiuti? Uguale a loro. Sottoterra, o bruciate. Certo, con qualche accorgimento in più. Ma anche con qualche 0 in più in termini di volume e peso di rifiuti. Qui non esiste né può esistere (visto l’assente tessuto industriale) alcun centro di riciclo, a parte le bottiglie di vetro, che vengono rese come si è sempre fatto fino a pochi anni fa. In effetti, sfogliando tra pagine di web di esperti di rifiuti, in questi casi bisognerebbe implementare una separazione almeno tra la parte organica e quella non. Ancora ricordo in Ecuador, cinque anni fa, quando i locali indigeni rimanevano stupefatti davanti al fatto che una bottiglietta si deteriora in un migliaio di anni. L’uso di questi prodotti innovativi, sicuramente pratici e alquanto utili per l’attività principale dell’Africa –il commercio- è entrato come un bulldozer nel Terzo Mondo, senza alcuna cognizione sulla tossicità dei residui, sull’inquinamento. E, purtroppo, non è solo un problema ambientale. Quando i miei coinquilini per accendere e ravvivare il fuoco ci buttano dentro gli innumerevoli sacchettini monodose dai quali succhiano il waragi (distillato dalla canna da zucchero), è davvero dura, e completamente inutile, spiegargli in modo molto semplice che respirarne i fumi fa molto male, senza menzionargli paroloni come diossine o i nomi delle complicazioni mediche, che ignoro. I problemi respiratori nelle città sono enormi. Prodotti e consumismo purtroppo rare volte sono accompagnate da informazione ed educazione, queste ultime non sono redditizie.

E mi chiedo: io come torno alle mie adorate battaglie ambientaliste nella ordinata Europa (che butta la polvere sotto il tappeto di altri continenti), dopo aver visto questo?

E, detto questo, fatta questa accademica pseudo-analisi molto sommaria, la realtà è un’altra. E’ che non riesco a togliermi di dosso la polvere, la vista della distesa di lamiere, l’odore acre della miseria urbana, che è diversa dalla povertà contadina, ogni volta che attraverso Kampala. Due ragazzi nella periferia che aprono un sacco pieno di sfalci di plastica, recuperati chissà dove, tutto a mani nude. Ne estraggono una specie di cellophane più intatto degli altri, lo mettono da parte. Si scostano, per far passare un matatu che passa sopra quello stesso sacco, il quale a sua volta copre una strada piena di buche e spazzatura. Di fianco, un negozio con una stanza incredibilmente stracolma di ferraglie incastrate, soprattutto pezzi di biciclette. Una nebbia grigia e calda, che sa di azoto e carbonio e poco di ossigeno, permea i polmoni e le bocche sorridenti di questi poveri ragazzi. Donne grasse per l’alimentazione a base di fritto vendono a fianco della verdura di cui si distingue poco il colore. Donne magre accoccolate su uno straccio vendono pannocchie a poche centesimi, belle e colorate, comunque nella loro dignitosa sopravvivenza sull’orlo del nero. L’autobus si ferma in una delle chilometriche code in ingresso a Kampala. Del fetore immondo riempie le narici, più forte dell’onnipresente fumo grigio. Nel fossato una coperta piena di mosche copre un cane morto da chissà quanto, di cui si intravede la coda nera, e nemmeno quello me lo tolgo di dosso, perché a pochi metri la gente cammina, mercanteggia, vive. In altri fossati scorre una densa melma grigia mista a spazzatura, di un grigio così intenso che sembra un liquido uscito da una fonderia, più inquietante del nero.

Ma soprattutto, non riesco nemmeno a togliermi di dosso le mani nere tese, palme sporche e solo un più chiare verso il cielo, di un ragazzino prostrato su un marciapiede vicino al centro. E di un altro bambino, e di un’altra ragazzina ancora. E di me che vado veloce verso qualsiasi cosa che non sia pensare a loro, al loro futuro.

E allora l’economia, il continente, assume di nuovo le forme di un nero disperato del quale non riesco a captare la profondità, e questo abisso diventa il mio privilegio, la mia colpa. Solo il nero della notte, con la sua democratica tranquillità protettiva, riporta la pace a me, e forse anche a loro per qualche ora.

.the.Hive.

Storie di traghetto


Seduto, contro la parete del ristorantino del molo, al fresco, con le onde verdi fosforescenti del porticciolo, inquinato come tutti i porti del mondo. Sul traghetto, questa volta ho conosciuto Joe e Innocent. Ci siamo scambiati i contatti. Innocent poi mi chiamerà spesso nei giorni successivi. Vuole fare sempre nuovi amici, mi invita al suo nuovo supermercatino a Kampala e nell’Ovest dell’Uganda, dove vive sua moglie. Mi vuole far vedere le sue terre. Sua moglie è di origini ruandesi, e pure fratelli e sorelle vivono a Kigali, la capitale. Parla un sacco, senza tregua, con un’allegria tipica degli africana. Attacca bottone mentre siamo entrambi in coda per salire sul traghetto, quando un asino mi punta deciso per cercare carezze e, più probabilmente, un pezzo di chapati, la mia colazione assonnata delle 7,30.

Joe invece è un ventunenne, che si intrufola nella discussione tra me ed Innocent non appena si accenna alla politica. Sta per iniziare la facoltà di Medicina all’Università Makerere di Kampala. Ha la determinazione, le conoscenze, la curiosità. E’ molto informato. Ha 20 anni, ma ne dimostra 30. Joe è molto acuto. Parla tanto di razzismo. Dice che vuole venire in Italia, ma non in Germania, perché là “sono molto razzisti”. Auguri, amico. Parliamo anche con lui della complessità del fenomeno migratorio, di arabi, di Africa, di storia, di colonie. E poi, aneddoti, storie. Un’amica della sorella, tornata di corsa da Dubai dopo uno stupro di gruppo per essere troppo grassa. Non stravede per gli arabi.

C’è Drezzy, dai capelli dreadlock, un look rastafari molto caraibico e molto insolito qui. Crede in Dio (essere atei qua è alquanto strano e incompreso, agnostici come me non vi dico), e in un mondo di pace, ama la natura e mi promette di scalare assieme il Rwenzori. Anche lui è dell’Ovest (mi sembra siano molto aperti e chiacchieroni, per quelli che ho conosciuto), e anche lui parla di viaggi. Fa il cameraman, gira documentari ed è sul ponte principale del traghetto, attaccando bottone con me, mentre tutti gli altri suoi colleghi e capi, tutti ugandesi, ostentano la loro ricchezza con svariate bottiglie, torso nudo (cosa quasi tabù qui, anche con 40 gradi), chiasso, sul piano superiore del ponte del traghetto, al quale gli altri passeggeri, solo per quella volta, era proibito l’accesso “perché i signori non volevano essere disturbati”. Li guardo e non vedo alcuna differenza con un Briatore. Il DNA non c’entra evidentemente nulla con la voglia di ostentare uno status quo.

Ogni volta che intraprendo un discorso con queste menti brillanti e comuni, scendo un po’ più dal mio piedistallo inconscio di europeo saccente, dove comunque c’è sempre il pericolo di risalire al primo giudizio. Non mi sono mai sentito brianzolo, né lombardo, né italiano, e anzi ci sono innumerevoli cose che, in ordine decrescente, mi hanno sempre irritato profondamente dei miei conterranei medi. Ma posso dire, con sincerità, di sentirmi molto europeo, nel bene e nel male. L'eurocentrismo è talmente radicato nell’educazione che certi pensieri di superiorità coltivati incoscientemente dentro di noi si sgretolano in mezzo secondo, con banali scambi di battute, con impressioni, ad esempio, sugli indiani, visti spesso come il top in termini di bravura negli affari, nella medicina, e anche nella tecnologia. Ma come, non siamo noi il Primo mondo? O qualcuno mi chiede se sono cinese o indiano. Mi viene da ridere. Neozelandese, australiano, gringo, olandese, danese, tedesco, norvegese, francese… ma mai mi avevano scambiato per un orientale. E perché, noi non applichiamo forse “marocchino” a qualunque uomo di colore, o crediamo che dall’Angola al Sudan al Benin al Senegal, perfino fino al Bangladesh o ai Caraibi, in realtà gli uomini siano sempre teste nere rasate dalle iridi bianchissime?

Eppure, ci sono tante similitudini tra europei e africani, forse per la vicinanza geografica, forse per la relazione parassitica dei primi verso i secondi che esiste da millenni, così come ci sono similitudine caratteriali tra nord e sudamericani, con evidentemente marcate differenze. Gli africani lavorano duro. Non è una scoperta ed è stata anzi la loro maledizione, dettata da una superiorità fisica e da una capacità di lavorare in gruppo con allegria, evidentemente con i loro tempi, a mio avviso molto sani. Gli Ugandesi (non voglio generalizzare a tutta l’Africa), forse aiutati da una certa stabilità politica che, sebbene senza essere molto democratica, ha consentito lo sviluppo di una certa intraprendenza personale. Mi sembra, continuo a pensare, di essere in una sorta di Italia post-bellica, senza il dramma di milioni di morti recenti, ma con molta più miseria. Una fase ancora primitiva a tentoni di crescita, una voglia e speranza diffusa di lavorare in qualsiasi cosa.

Cosa distingue l’Africa dall’America Latina? Credo due. Una, l’Africa ha tradizioni forti, radicate e fortemente legate a una terra enorme. Nonostante le barbarie perpetuate da qualsiasi altro popolo nei loro confronti, sono sostanzialmente sopravvissuti, e non sono stati platealmente invasi e rasi al suolo. Semmai, deportati per mezzo mondo. Ma il cuore dell’Africa è rimasto, e non so per quanto, in parte intatto, ferito e inciso a fuoco, ma pulsante. Due, l’America Latina, rasa al suolo dei suoi indigeni, il cui sangue annacquato scorre in parte della popolazione, oggi è piagato dal cancro del commercio e uso di droga. Anche l’uso dell’alcol è molto più marcato, e queste droghe distruggono dall’interno qualsiasi tentativo di uscita dalla povertà. Credo che anche per indole, pacifica e non bollente, gli africani non sono molto suscettibili al fascino della droga. E l’alcol non è visto come il tripudio della festa: lo è la musica.

Credo che un libro non basterebbe a condensare tutto ciò che sento durante questi dialoghi spontanei ed infiniti. Eppure lo scriverò, ci proverò, perché voglio che li conosciate tutti. A volte faccio fatica a seguirli, e non per il loro inglese. Ma perché mi percorre un brivido, è come se vedessi fuori me e l’interlocutore. Le pelli così diversi, il mio cespuglio biondo e la sua testa rasata. I suoi occhi neri come la seconda splendida notte africana di Jinja, e i miei blu come il lago. Vedo due storie che si scambiano in poche ore le impressioni di decenni. E vedo le frontiere infrangersi, come se non esistessero più. Vorrei portare tutta l’Europa su quella barca, a sentire lui, la sua vita. Solo così, conoscendo, vinceremmo la nostra millenaria, pervasiva guerra civile mondiale di autodistruzione, chiamata razzismo. Perché la bellezza del contrasto e la fusione tra il nero e il bianco, tra qualsiasi opposto, è quella che tiene in vita questo bellissimo pianeta.

.the.Hive.

Joseph


Joseph è uno di quegli uomini che puntualmente, casualmente, mi fanno trascorrere le 3 ore e mezza di traghetto di ritorno dalla terraferma. E’ proprietario di un appezzamento dove coltiva palma da olio con la stessa cooperativa della mia padrona di casa. La cooperativa facilita tecniche e piantine, il proprietario le acquista e le fa piantare e curare da lavoratori pagati cifre piuttosto basse. Mezza isola di Bugala, dove vivo, è piantumata. Non è raro trovare carichi interi abbandonati nella foresta. “Perché?” “Perché a volte non ci sono abbastanza camion per portar via tutte quelle tonnellate.” I datteri vengono pre-processati sull’isola, prima di essere inviati a Jinja dove viene estratto l’olio. Dei problemi ambientali legati, ossia la grande quantità d’acqua richiesta dalle palme (e va bene, siamo sul lago), e del fatto che per 20-25 anni il terreno rimarrà inutilizzabile per altre coltivazioni, in pochi se ne preoccupano, sia qui che altrove. Troppo proficuo il commercio.

Ciò che è interessante di Joseph è, come sempre la sua grande curiosità e intelligenza sulle questioni politiche e sociali europee. Si finisce a parlare dei morti del Mediterraneo. Dell’Occidente e delle sue responsabilità nel fomentare il fanatismo. E’ curioso come molti di loro, osservatori per fortuna super-partes di quella che è una piccola guerra mondiale per il petrolio, etichettata religione e sponsorizzata fanatismo, abbiano le stesse identiche impressioni mie. Gli attentati qua passano in secondo piano nelle notizie, dominate da questioni di politica e dall’ennesima crisi in Sud Sudan, ben più gravi in numeri degli attentati in Europa.

Mi parla delle coltivazioni. Sono sempre più ammaliato dalla terra, dai suoi prodotti. A Jinja, città da cui ritornavo dopo un bel week-end con tre medici russi, vedo una fiera nazionale dell’agricoltura, dove vengono mostrate varie coltivazioni tipiche ugandesi, dal miglio alla cassava, a degli enormi girasoli (più grandi del mio viso!) che guardano per terra invece che il sole, vinti dalla loro gravità.

Mi chiede, come tanti su questo traghetto che spazza le acque placida di questa distesa blu, come funziona l’Europa in fatto di educazione, di rispetto degli omosessuali (qua è un reato, punibile fino a 15 anni di carcere), di agricoltura, di lavoro. Poi, dice che vorrebbe andare in Europa, visitarla. E i suoi occhi, come quelli di altri che scandivano frasi simili, viaggiano lontano, mentre mi ripetono quanto sia difficile ottenere un visto, oltre ai soldi. No, non credo di poterlo capire. Noi arrogantemente entriamo in qualsiasi paese sganciando due banconote da 20 o 50 dollari, e raccontandoci come volonterosi aiutanti del Terzo Mondo. Non sappiamo né possiamo sapere nulla della difficoltà di ottenere un visto, dell’impotenza. Passeggiamo arroganti per il Mondo, mentre il resto è attorniato da recinzioni e frontiere invalicabili, dove per di più gli vengono dipinti miraggi di oasi di benessere, integrazione ed accoglienza. Il Mondo è ai piedi dei bianchi, e se per caso qualcosa va storto durante un check-point, o la burocrazia non è all’altezza della nostra stressante macchina oleata, ce la prendiamo pure. Come fosse diritto passeggiare per il mondo per poi chiuderci nella nostra fortezza impenetrabile o quasi. Come se fosse il fato a far affondare i barconi oggi, e non una politica estera in costante regressione dal “Rinascimento” in poi, in controcorrente con le sempre più strabilianti scoperte scientifiche, evoluzioni letterarie ed intellettuali, con una apparente ripresa dopo le catastrofi ignobili su scala mondiale.

Joseph investiva in legno illegale in Congo all’inizio. Si muoveva per zone pericolose, dove gli scontri a fuoco erano giornalieri, pagava i corrotti militari locali governativi affinché gli consentissero di sventrare un altro pezzettino di foresta tropicale. Alberi dal tronco di una decina di metri. I militari gli fornivano camion speciali per trasportare il legname, oltre alla loro protezione. Un giorno, il sottoposto di Joseph gli rubò tutti i macchinari. E’ grato a sua moglie “perché non mi lasciò, mi stette accanto per ricominciare”. In Congo, tutto attorno al business del legno e dei minerali, villaggetti in condizioni miseri, in mezzo a una foresta deturpata. Il Congo, terra maledettamente piena di risorse naturali, come le terre rare che, estratte, macchiate di sangue e vendute a caro prezzo, riempiono i nostro cellulari. Il Congo, emblema della distruzione sconsiderata della bellezza e della società, sventrate entrambe in nome di soldi e guerre.

Sua moglie qualche anno prima era in partenza per la Malesia. Le avevano offerto un bel posto come cameriera in un hotel a 5 stelle. Il lavoro, qua, scarseggia, e la prospettiva di fare buoni soldi era per tutti un’opportunità unica. Quando tutto era pronto per la partenza, scoprirono che la sua destinazione sarebbe stata la prostituzione. Condotta da Nigeriani, con intermiedari Ugandesi e Malesi. Probabilmente, non sarebbe mai più tornata indetro, costretta con mezzi psicologici e fisici, come avviene per tante ragazze sulla strada in Europa, alla mercé di uomini pallidi e non, senza altra speranza e dignità che svuotare la propria solitudine e i propri liquidi ormonali su pelli giovani dal colore così nobile, usate e maltrattate.

Joseph mi racconta della loro storia d’amore. Erano amici, e un giorno, senza alcun bacio previo, le chiese di sposarlo. Accettò ed ecco, una famiglia con due bimbi. Qui, la proposta di matrimonio avviene dopo giorni, o pochissime settimane, normalmente. Se si funziona a letto, si funziona come coppia. Tanti, cattolici e musulmani, hanno figli con più donne, che loro chiamano indistintamente mogli. E’ perfettamente normale, ben accetto, sempre che si abbia il modo di prendersene cura. L’opposto naturalmente non è vero. La donna è, come nel 95% delle società umane della storia, su un secondo livello, sebbene certamente esistano contesti molto più marcati. Mi chiede, come tanti, perché non sono sposato. Se le prime volte non sapevo cosa rispondere, bofonchio poi di solito qualcosa sull’“aspettare la donna giusta, essere sicuro…” e cose di questo tipo. Se menziono la mia bellissima storia senza matrimonio né figli di quasi 10 anni, ridono, è per loro incomprensibile (e come dargli torto, lo è anche per me ora a volta, ma mi bado bene dallo scavargli queste cose). Immagino che questo schizzinoso modo di vedere le relazioni, invece di dare alla luce vari figli con una buona moglie, sia per loro inconcepibile, ma mi sorridono comunque.

Ora, prendo anche un po’ più seriamente e con più tatto le ilari proposte di matrimonio (“Marry me”), che tacciavo solo di bonaria presa in giro, e che piovono spesso dopo poche conversazioni con una ragazza.


.the.Hive.

dimarts, 12 de juliol del 2016

3000 grazie

Questa semplice, stupida e breve entrata, scritta dall'ufficietto di Kalangala tra i cinguettii e i belati, è soprattutto per ringraziare di cuore chi legge con pazienza i miei timidi tentativi di trasmettere a tutti ciò che vedo e sento. Quello che era un diario personale è diventato un po' più visibile, ma sapete che sono restio ai social, quindi non ha pretese e rimane qualcosa di un po' intimo... Scrivere è solo qualcosa di atavico per me, come per altri lo è la musica, la pittura, e come per tutti è l'amore. Ricevere tanti complimenti per quel che scrivo è un po' inaspettato, ma mi fa piacere. Ma soprattutto mi fa piacere poter sapere che vi trasmetto almeno parte della mia fortuna, così poco concreta ma così viva. Grazie!

Ci sono alcune persone molto speciali dietro tutto questo, che sanno bene di esserlo e sono momentaneamente lontane ora, ma che sento sempre con me soprattutto in certi momenti. Vi abbraccio e spero che presto possiamo vedere e sentire lo stupore e il mondo assieme.

.the.Hive.

dissabte, 9 de juliol del 2016

Dove la realtà è la coesistenza


È Id al-fitr, festa di fine Ramadam. Un mercoledì, quasi tutto chiuso, compresi gli uffici dell’ONG (cattolica) dove lavoro a volte. Maggioranza cristiana (con varie sfumature, dai cattolici agli avventisti ai protestanti), minoranza musulmana. Il tutto condito da una dose di magia, credenze che arrivano dall'animismo tradizionale, ormai estirpato da secoli di indottrinamento occidentale ed arabo. Questa è l'Uganda, questa è in generale l'Africa sub-sahariana, specialmente l'Africa dell'Est.

Mi sono liberato di tutti gli impegni per poter festeggiare tutto il giorno con i miei coinquilini. Il super pranzo che prepariamo assieme nei pentoloni sul fuoco vivo è davvero abbondante: riso piccante, pasta con sugo di cipolle, pomodori e peperoni, matoke, cassava, carne di manzo, pollo. Il pollo… Mi insegnano a spennarlo, pulirlo, squartarlo. Strano sia venuto fino a qua per vedere cose all’ordine del giorno in tante parti d’Italia, compresi i miei luoghi provinciali di nascita, soprattutto fino a una generazione fa. Con Hassan e Herbert, usando le gigantesche foglie di banano come appoggio insanguinato, maneggiamo con la massima cura i due polletti sacrificati. Badiamo alla pulizia. È un’arte difficile per noi, abituati a cucine asettiche. È facile invece per loro. È la prima volta che mangiamo carne qua in casa, da quando sono arrivato. I polli, così come le caprette e le mucche, razzolano libere per il villaggio. Sono una preziosa e saltuaria fonte di alimentazione. Quando gli racconto dei miei tentativi più o meno lunghi e convinti di essere vegetariano, gli spiego le condizioni di vita dei nostri animali. Non ne sanno nulla. Le galline qui ti possono attraversare la sala da pranzo all’aperto, passando tra una pentola e il focolaio. Non stanno in 5 in una gabbia di 40 cm, con il becco tagliato alla nascita e senza poter muoversi. Qual è il mondo più sviluppato?

Hassan mi prende sempre sotto le sue ali, per tradurmi le battute più divertenti, le parole. Mi spiega della loro cultura. Della madre morta mentre lui era bimbo. Del padre musulmano, povero e con due mogli. Delle usanze. Dell’astinenza dall’alcol. Mi fa capire che gli interessano poco gli approcci occidentali volti al sesso facile. Questo evitare eccessi, alcol e donne facili, che a volte è tacciato di integralismo, qua ha un suo senso se si pensa che l'abuso di alcol è una condanna alla povertà disperata, e l'eccesso  di sesso è un terno al lotto con l'AIDS.

Si prendono anche in giro tra di loro, a proposito di alcol e donne. Essere cristiano o musulmano è come misurare 1,70 o 1,80, essere biondo o moro. Sottigliezze. Tutti festeggiamo divorando un enorme piatto unico. Beviamo bibite, bene prezioso anche quello. Contribuisco in cucina e con qualche soldo alla spesa, che loro accettano solo insistendo. Mi offrono tutto sempre come primo ospite.

Un passo indietro a qualche sera prima. Rientro dalla partita tra Italia e Germania, vista in un salone pubblico, insieme a solo ugandesi, la maggior parte pro-Germania (si esaltano quando inquadrano Boateng). Cappellini musulmani e crocifissi al collo sono equamente mischiati, tutti guardando 22 europei che inseguono un pallone, assieme a un biondo che si dispera a ogni rigore sbagliato da quelli con la maglietta blu. Ridono e mi prendono in giro con lo sguardo. Rientro dalla partita, e ho la pessima idea di aprire i quotidiani italiani online. Vengo a sapere dell’attentato di Dacca, e della miriade di commenti, analisi, e idiozie varie in risposta. Mentre l'attacco avveniva nel pomeriggio, io giocavo a calcio con loro, con musulmani e cristiani. Ci ero assieme, in questo villaggio che è una grande famiglia dove presto si è conosciuti.

E invece, questi eminenti giornalisti investigano se il coltello a Dacca sia passato per la gola o per i polsi, quante ore di agonia abbiano sofferto, e in quanti pezzi siano stati fatti i corpi. Sensazionalismo sulle vite personali di questi bianchi capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, in mano a fanatici. Momento e posto sbagliato esattamente come milioni di siriani da anni a questa parte, esattamente come il numero molto maggiore di morti ogni settimana nel Mediterraneo, sospinti a Nord da fuochi, carestie e bombe spesso marcate Occidente. E questa spirale assurda di odio, guerre, omicidi, perversioni e menti malate (intelligenti o analfabete è lo stesso), diventa la realtà che viene impressa quotidianamente con immagini, parole, dichiarazioni, e cazzate dal sapore putrido di populismo xenofobo.

Penso ai nostri amici di Albiate del Bangladesh, a cui Marta ed io abbiamo dato tante lezioni di italiano. CI invitavano a cena. Mi ero commosso dicendogli addio quando me ne ero andato a lavorare a Roma a fine Marzo. Una volta passato l’esame di italiano, sentire da Roma la voce di Dastogir felice e grata. Ma la gratitudine è nostra. Come si sentiranno? Impotenti e vulnerabili, colpevoli di avere lo stesso colore e religione di qualche fanatico allevato dalla spirale di petrolio, bombe ed odio della nostra epoca.

La realtà è anche e soprattutto un’altra. La realtà è che la stra grande maggioranza vive per stare in pace. Oltre a Dacca, vi invito, cari sensazionalisti, a scrivere su Misonzi, ad esempio, villaggetto dell’isola di Lulamba dove moschea e chiesa sono di fianco. Il capo-villaggio e il suo vice sono a volte di diverse religioni. Agli stessi tavoli, o panchine, ci sono gli uni e gli altri, poveri e semplici. Hassan mi dice, con il suo modo semplice e diretto, che per lui ora è difficile pensare di visitare altri Paesi, perché con quel nome “pensano sia un terrorista”. I tanti cristiani non si lamentano dei canti che escono dalle moschee varie volte al giorno. Così come in Europa nessuno si lamenta delle campane. Insieme ai belati, ai canti dei galli, alle voci dei bambini, alle radio, sono solo parte della colonna sonora della vita quotidiana di questi ultimi angoli remoti del pianeta, che, forse fortunatamente, sono dimenticati dal mondo.

Poche notti dopo, ho di nuovo la pessima idea di aprire i giornali, per leggere di un ragazzo nigeriano, in fuga dal suo Paese in preda a guerra e terrorismo, ucciso a calci in Italia sotto gli occhi della moglie. Non riesco a esprimere a parole qui la mia indignazione furiosa, e dopo tutto non servirebbe a nulla. L’indomani la mia realtà è fatta di una colazione tutti assieme, della vicina con cui porto la tanica di cibo per i suoi maiali, di foglie mosse dal vento, di un lago conosciuto da alcuni ma solo sulle mappe, di tanta semplicità povera, e di tanta ricchezza umana.

La realtà che conosco nel mio mondo quotidiano è fatta di coesistenza ovvia e di pace preziosa. Il resto, quel minestrone di veleni e crudeltà reciproche, per ora non lo voglio nemmeno sentire.

.the.Hive.

Immerso nel cuore


Corro tra questo palmeto verde scuro. L’ombra che getta è di quelle pacifiche, come quella delle pinete toscane. La palma ha quell’eleganza sobria e irresistibile delle donne semplici e belle. Da un lato, si odono le timide onde del lago, dall’altro qualche boda-boda arranca sulla ripida salita che da Mweena porta a casa mia. Corro, osservando e saluto qualche locale, in camicia elegante, che passeggia. Dove andranno, con questo passo sempre in pace con il mondo? Corro, corricchio, e osservo tutto intorno. Mattoni costruiti a partire dal fango accatastati, recinzioni per bestiame, casupole in mezzo alla foresta da cui esce immancabilmente una bimba che a mala pena cammina o un bambino che mi corre incontro salvo fermarsi a pochi metri in attesa del mio saluto. Spiaggette dove qualche locale è riunito a chiacchierare a cavalcioni di una barca. Mi confermano che fare il bagno equivale a una buona possibilità di contrarre la Bilharzia, fastidiosa malattia che appare dopo 6 settimane e che è dura da combattere. Riprendo a correre, su su per la terra rossa, con il cielo azzurro e il verde scuro attorno. 

Arrivo a uno spiazzo. Mi ci fermo un tempo indefinito e sospeso, perché l’orizzonte di questo lago è così lontano. Più vicino ci sono due pescatori che nel sole del pomeriggio inoltrato lavorano, tranquilli e incessanti, su queste magnifiche barchette di legno. Senza tempo. Vedo boschi e piantagioni. Terra, acqua, aria, fuoco. Mi sento immerso completamente in qualcosa di grande. Pulsa, e ha vene rosse. Il vento, sempre lui... mi pare che le foglie che si muovono portano con sé un messaggio e una carezza: benvenuto nel Cuore. 

Corro di nuovo, leggero e felice. Incrocio il gruppo di tenute giallo acceso dei detenuti dell’isola, che trasportano a spalle grossi rami e tronchi dal palmeto. La loro prigione si trova a 500 metri dall’ufficio di Kafophan dove lavoro. San Vittore? Alcatraz? No… qua la recinzione di sicurezza sono sei sottili fili spinati distanziati tra loro di mezzo metro, tenuti insieme da sgangherati paletti in legno. All’interno, vedo un cortile con banani e panchine di legno, e qualche baracca di legno. Il cancello, spesso aperto. Nulla di diverso dal resto del villaggio, a parte il misero filo spinato e le uniformi gialle. Li vedo aggiustare una moto, chiacchierare sulle panchine. Un poliziotto un giorno mi si avvicina mentre pranzo da solo (da solo non è mai, appunto!). Si siede, e mi chiede spudoratamente 5.000 scellini per mangiare. Di fronte al mio rifiuto, continua comunque a sorridere e mi racconta qualcosa sui criminali detenuti. A me pare che sono tutti molto giovani, e immagino (ingenuamente?) che siano al massimo ladri estemporanei, perché di pericoloso non hanno apparentemente nulla. 

Quando torno dalla corsa, mi sgranchisco le gambe vista lago, a volte in compagnia di qualche coinquilino che passa la giornata nel giardino di casa, aperto e piantumato. Come passano la giornata? In attesa? No. Semmai in non-attesa. Vivendo la compagnia, il riposo, il pranzo, la cena, come ritmo naturale. Mi sono abituato a questa casetta alla periferia di Kalangala, prima che la strada rossa e pietrosa si butti giù verso le piantagioni di palma da olio e verso Mweena, da cui salpiamo quasi ogni mattina per andare a Kitobo. Soprattutto non è un resort per bianchi. Mweena, piccolo centro di una povertà evidente, anche solo paragonata a Kalangala. 

Una mattina, mentre scendo verso la spiaggia-molo di Mweena a piedi, una ragazza con una fascina di fieno semi-fresco in mano mi aspetta sulla strada per poter chiacchierare. Betty è una mercante del pesce di Mweena: lo compra fresco, lo griglia e lo vende a Kampala, dove il prezzo è il doppio. È giovane, carina, e molto simpatica. È di quelle persone, non rare qua, che semplicemente si aprono verso lo straniero in maniera trasparente, curiosa e disinteressata. La vedo addentrarsi nella baraccopoli di legno dove ha uno dei tipici cantucci di legno dove si prepara cibo, e da cui escono odori ed effluvi, buoni e cattivi, le cui combinazioni mutevoli e impregnanti sono l’odore indescrivibile dell’Africa, che si ricorda per anni. 

Dungo, il nostro barcaiolo, è di Mweena. Un giorno gli porgo una domanda un po’ sciocca: “Ti piace Mweena?”, a cui risponde con uno sguardo perplesso e rassegnato, e un monosillabo. Vedendo le case di Mweena, la quieta povertà serpeggiante, i bambini nudi o seminudi ovunque, capisco che la risposta potevo darmela da solo. Dungo però è silenzioso ma a suo modo simpatico. Fa il suo lavoro, barcaiolo e pescatore, al suo meglio. Fissa le onde per prenderle il più dolcemente possibile. Se faccio foto, rallenta il motore di 40 cavalli per poter avere più stabilità. Accetta volontieri una tazza di busera, bevanda calda e poco saporita ottenuta dal miglio, 13 centesimi di euro. La povertà qua, in campagna, sulle isole, non è disperata. È davvero quotidianità serena per loro, con una speranza non ansiosa, non ossessiva, di uscirne in qualche modo, di avere qualcosa in più del pezzetto di cassava, del pancake di banana, e dell'ottimo pesce (nge o empuuta), spesso fritto. 

E poi la povertà è combattuta da lei. Dalla musica. Immancabile come i canti dei grilli. A tutto volume, sempre. Che sia una radio, un cellulare, un enorme altoparlante, un carro con ballerine dalle movenze sessuali più che sensuali, e con un microfono sempre acceso da cui si diffondono battute per me incomprensibili ma immagino bonarie. La musica scaccia la povertà dalla mente, anche se non dal corpo. La musica è ovunque, battito incessante del Cuore. 

Quando ogni giorno torno da questi vari incontri, o da momenti di condivisione di silenzio, entro a casa. La mia stanza, finalmente. Dove riflettere su troppi stimoli, troppo diversi. La mia casetta fino a fine agosto almeno. È spartana, esattamente come cercavo. Pago un prezzo un po' alto (450.000 scellini al mese), e spero che i miei coinquilini paghino massimo la metà. Però ha una vista spettacolare sul lago, è vicino a Mweena. Ho il bagno in camera, senza porta ma con una parete divisoria. È costituito da una turca, un lavandino di 30 cm scarsi incastrato in un angolo appena di fianco alla turca, e un doccino di acqua fredda appeso con due chiodi alla parete senza intonaco. Cemento grezzo come pavimento. Qualche insetto ronza ogni tanto, una fila di tranquille formichine incessantemente lavora dal tetto a un buco a metà parete, seguendo un unico cammino. Qualche nido di ragni. Una panchina da spogliatoio con cassaforte inclusa, un letto di dimensioni e comodità più che sufficienti, con zanzariera rattoppata, una mensola di 80 centimetri, e una decina di ganci di legno all'interno della porta. Porta con chiave. La finestra si chiude bene, e ha delle tende molto dignitose (che però io personalmente sempre detesto). Una specie di tappeto di plastica malandata, immediatamente ripiegato e messo da parte, per dar luce al cemento rossastro levigato, più igienico.

Insomma, spartana, semplice. Ma mi piace. La tengo pulita, con i pochi averi di cui devo prendermi cura, con il mio mucchietto di vestiti e gli scarsi oggetti di valore tra cui, in primis, il diario, poi i documenti, questo pc vecchio 6 anni, che scotta in questi climi caldi, una bella macchina fotografica che immortala i colori (e di cui non riesco a mostrare foto per la connessione limitata), e il cellulare, anch’esso vecchiotto, che è la mia finestra verso le persone che mi mancano. Prende sempre, il whatsapp quasi sempre disponibile ha annullato l’isolamento e l’amenità che uno ha in mente se pensa a un’isola sperduta nel centro dell’Africa. Da romantico, detesto questa connessione virtuale. Da romantico, è anche la cosa che mi fa piacere, per poter condividere i miei occhi e i miei pensieri con le persone a cui tengo. 

.the.Hive.

dimarts, 5 de juliol del 2016

Istantanee

Istantanee dalla capitale.

26 giugno, Kampala. Dalla finestra dell’ostello di AVSI il frastuono musicale entra a livelli spropositati. Mentre il sole si è buttato giù in picchiata, oscurando un tiepido pomeriggio della rumorosa e bella capitale, la mia compagnia è questa musica africana moderna, che adatta il reggaeton, il raggae, la dance, ai ritmi africani, con festose percussioni figlie di usanze tribali troppo radicate per essere spazzate via dall’arrivo di nuovi prodotti, suoni, culture. L’Africa ha un cuore che pulsa forte, e questo battito è la musica. Ha anche un cervello sottovalutato estremamente attivo, e questo è il brulichio di motociclisti, venditori di mobili, imprenditori autodidatti, madri di ritorno dal mercato e poveri campagnoli dell’Est Uganda e di altre zone rurali nazionali e non, che cercano fortuna in città e fermano noi mzungu per chiederci cinquemila scellini.

Ramazé, congolese. Si avvicina al tavolo del ristorantino etiope popolato da locali e da qualche europeo. Si mangia bene, economico. Ramazé ci mostra una scultura in legno. Bella, alta più di un metro. Mi accorgo dentro me stesso che, impegnato a parlare con altri due italiani, faccio poco caso tanto alla scultura come all’uomo che in piedi ci guarda. Ignoro gentilmente, come spesso accade a tanti di noi. A volte, si ignora con strafottenza o senza rispetto. Poi gli presto attenzione. Ci offre la scultura. “No, grazie.” Detto con un sorriso, o bruscamente, il significato del “no” è lo stesso. Ha fame. Parla inglese fluidamente.  Del nostro piatto in comune, è avanzato buona parte dell’unico, abbondante piatto che avevamo condiviso mangiando con le mani: un vassoio dello spugnoso enjera (pane etiope) e varie salse, piccanti e non, con una zampa di pollo fritto. Siamo pieni e sorseggiamo una birra. Lo invito a sedersi e mangiare con noi. Sorridiamo. Inizia timidamente. Ha mangiato solo un chapati in tutto il giorno, una specie di piadina nutriente di accompagnamento a ogni piatto. È tipica di queste regioni, influenzate molto dalla cultura indiana nel corso dei secoli.

Ramazé scolpisce e intaglia il legno del Congo, esportato anche nel resto dell’Africa perché  è di buona qualità. Guardo la scultura. E’ bidimensionale, ben curata, molto etnica. E’ una donna elegante e semplice, che porta il bambino fasciato sulla schiena, all’africana, e un cesto di frutta in testa. I capelli e altri particolari sono dipinti con una tinta nera. Lineamenti allungati, figura snella. Ben lavorato. Due settimane di lavoro, 20.000 scellini (5 euro e mezzo). Non torna in Congo, perché i visti sono carissimi e non sempre li concedono. Ha sei bambini, che lo aspettano a casa. Si aspettano dello zucchero ma non ha i 100 scellini con cui comprarlo. Due sono gemelli. Gli brillano gli occhi quando ne parla. Ha un 35-40 anni. Ha la voce un po’ traballante, non so se per la stanchezza, per la fame, poi placata dal cibo che si mangia voracemente, o per altro. Sì, potrebbe anche essersi inventato tutto. Ma mentire con quegli occhi può riuscire solo ai migliori attori. Gli occhi, quasi sempre, sono le uniche vere finestre verso dentro. Con quegli occhi mi racconta come vivacchia per le strade di Kampala, mi dice che non vuole più figli perché non vuole che soffrano. Uno di tanti milioni, e non serve andare lontano per trovarli. Impotenza ingenua, anche dopo avergli dato volentieri qualche scellino che spero spenda per comprare del pane per i suoi bambini. Impotenza anche nello sperare che non vada a bersi una birra, impotenza nel sapere che non serve a nulla questa goccia, impotenza nell'essere consapevole che 2000 scellini servono più a lavarsi la coscienza che a risolvere qualcosa. Però, almeno c’è il contatto umano vero tra due sconosciuti così diversi che si guardano in faccia e si regalano a vicenda un pezzettino di tempo. Fosse stata meno ingombrante, avrei comprato volentieri una bella scultura in legno, mi piaceva davvero.

27 giugno. Di giorno, Kampala la si attraversa sui boda-boda (che derivano il loro nome da border-border, e chiamati piki-piki in Tanzania). Niente Google Maps, niente mezzi pubblici, i boda-boda sanno. Non sono quasi mai i proprietari della moto che, ma la affittano per 10.000 scellini al giorno (poco meno di 3 euro), il resto è il loro guadagno giornaliero, buona parte del quale va in cibo e affitto della casa. Comprare un boda-boda usato costa circa 1 milione di scellini, nuovo anche 3. Arrivano tutti importati dall'India. Andare in boda-boda è diventata una piacevole abitudine, un modo per scambiare due chiacchiere con i locali, sempre simpatici, per vedere il caos cittadino.

Oggi il mio boda-boda era abbastanza spericolato. Li scelgo col casco, almeno. Dei poliziotti gli ordinano di fermarsi. Lui attraversa l’incrocio tranquillamente, tra cofani e manubri, e imbocca la strada laterale contromano, sotto gli occhi sereni e disinteressati di uno dei tanti giovani militari dell’esercito.

Kampala è una città abbastanza bella, piantumata, molto pulita e ben tenuta. L'aria è abbastanza irrespirabile, ma non manca il verde e la vita notturna è molto attiva. Tante ONG, società e istituzioni la rendono molto internazionale. Ville e hotel lussuosi mostrano il lato-bolla dove si rifugiano la maggior parte degli occidentali. Tra tutti i posti del Sud in cui sono stato, è forse l'unico dove non mi sento costantemente sotto l'attenzione di tutti. Si sta tranquilli e sicuri.

Detto questo, non vedo l'ora di tornare sulle mie Kalangala Islands, con le loro albe e tramonti.

.the.Hive.

L'alveare nero


La gente? Com'è? Risposta facile e difficile.

Facile: sorridono, sono aperti, ridono, danno tutto. Respiri fiducia, al massimo la cosa peggiore che ti può capitare è una presa in giro per il colore della pelle o per qualche maldestro tentativo di parlare Luganda o di carpire ed imitare usanze locale durante pasti o saluti. Si prendono molto in giro, e ci prendono in giro. Le risate a volte sono sonore, soprattutto delle donne. Amano vivere in comunità. Se sto in giro a passeggiare, esplorare il mercato, riposare sotto un albero o mangiare, è impossibile rimanere da solo. Si fermano, parlano, scambiano due chiacchiere, chiedono che ci faccio qui, ripartono. Non avverto nulla di quella sensazione di vaga allerta, costante anche se tenue, che ti accompagna in America Latina.

Difficile. Sono così diverse le persone. Vivo con una decina di operai ugandesi. Sono elettricisti e per caso conosco il loro ex capo. Stanno cercando lavoro qui sull'isola di Bugala che è per alcuni versi un'isola abbastanza attiva e molto tranquilla. La cucina in casa nostra è un focolaio su cui bollire pentoloni di riso, di posho (termine Luganda per indicare il tanzano ugali, la polenta di mais dell'Est Africa, quanto tempo!), di ceci, di brodo, e di con foglie del sottobosco. Mi offrono tutte queste semplici ed abbondanti pietanze (non rimango certo affamato qui...), ringraziano molto quando io ricambio portando un ananas dal mercato.

La maggior parte dei miei coinquilini all'inizio è gentilissima ma intimidita, evita lo sguardo. Sono giovani, ventenni o poco più. Giocano a calcio ogni pomeriggio, e mi invitano spesso. Ancora non riesco a ricordare tutti i loro nomi, e, sorprendentemente, nemmeno loro sanno i nomi di tutti, pur lavorando assieme da tempo. Segno di quanto poco conta l'individualismo.

Eppure sono così diversi. C'è lo sbruffone simpatico, c'è chi mi porta la cena fino in camera senza chiederglielo, c'è Mando con le sue risate sonore che contagiano in ogni momento della giornata, c'è il leader che è molto amichevole con me, c'è Hassan, il più aperto, il cui sogno è viaggiare ma il portafoglio e il nome stesso glielo rendono quasi impossibile, c'è chi parla solo in Luganda e vorrebbe poter parlarmi, e c'è chi me lo vuole insegnare parola per parola, c'è chi è timido e solitario, c'è chi apprezza le donne (ma mai con volgarità, semmai con molta ilarità), c'è chi è effeminato (e in Uganda l'omofobia galoppa), c'è chi si scioglie in fretta, chi è più diffidente.

C'è chi si prende i suoi spazi, come me, fissando l'orizzonte. E questa è una cosa rara. Se sono fuori con loro la notte, mentre preparano il pentolone, a me gli occhi vanno immediatamente verso l'alto, verso il nostro enorme tetto: lo spettacolo incredibile di latte stellare versato in un telo nero, una scia galattica. Loro, non lo guardano che di sfuggita e ridono quando io mi perdo con gli occhi verso l'alto. Vale anche per le donne. Credo che siano talmente amalgamati con la natura, abituati, che la bellezza per loro ha altre forme. Forse ha la forma di un piatto di cibo, di una donna, di un uomo, di una casa ben costruita. La bellezza può essere un privilegio. Eppure, la vista del lago è qualcosa di universale. Sarà la lontananza meno irraggiungibile, e anche loro a volte fissano l'orizzonte.

Mi dice Hassan “Mi piacerebbe viaggiare, vedere altri Paesi”, mentre scorreva in maniera impacciata il dito sulla mia mappa ugandese, in cerca delle province che conosce. “Siete fortunati voi, potete viaggiare da un Paese all'altro.” Sì. La nostra fortuna è evidente e sfacciata, e non c'è cooperazione o volontariato che tenga che compensi questa irrazionale e casuale differenza stabilita al momento della concezione di ognuno di noi.

Banale ma credo utile a dirsi, ci sono tante persone intraprendenti e molto intelligenti. A Kagoonya, sperduto villaggio di 200 persone nell'isola di Lulamba, dover ero il secondo bianco a entrare negli ultimi 3 anni almeno, ben tre associazioni spontanee: una a favore di vedove e maltrattate, una per sensibilizzare sull'AIDS attraverso il teatro, la terza di giovani pescatori. Alcune nascono da progetti finanziati dalle nostre cooperazioni. Ma la maggior parte sono spontanee.

Nino, ricercatore ugandese quasi 40enne con un nonno campano, dai lineamenti non tipicamente ugandesi. Il nonno venne a combattere la guerra mondiale in Etiopia, salvo poi scappare, inseguito dalle truppe britanniche. Mi racconta una storia da film d'azione, con fughe e attraversamenti del Nilo, con dolce finale, l'amore con una donna locale. E' un ricercatore free-lance specializzato sui cambiamenti climatici, che lavora su vari progetti, e a cui stanno a cuore le urgenti problematiche sociali e ambientali dell'Uganda. E' una delle persone più curiose e interessanti che hanno incrociato il mio cammino. Ci passo ore a conversare su ambiente, AIDS, storia, politica, natura, serpenti, cibo, usanze. Ha viaggiato un mese in Italia, e sta per una settimana in un edificio accanto al mio, condividendo una piccola stanza con altri due collaboratori.

Donne dal carattere forte. Le commercianti, a volte sorridenti a volte un po' scettiche verso questo bianco con un cespuglio biondo, che passeggia per il mercato e per il villaggio da qualche giorno. Tina, manager locale, single, porta avanti con tenacia il suo business, un resort apprezzato dai bianchi (alloggio e ristorante). Un'altra ragazza, cameriera, 24 anni, mi spiega al tavolo che quella, sebbene sia dura, è l'unica alternativa che aveva per non essere costretta a mantenere i suoi 5 fratelli e sorelle minori, e i genitori, vendendo il suo corpo, come tante sue amiche hanno dovuto fare. Non vuole ammalarsi come loro. Vuole aspettare l'uomo giusto e impegnarsi ogni giorno, anche se vive in una terra isolana che non è la sua, e che reputa un po' chiusa come mentalità.

Arnaud, un manager abile e in gamba che arriva dal Congo, dove torna spesso. Un Paese immerso nella violenza. Ride mentre lo dice. La disgrazia non è drammatica perché i secoli di invasioni europee ed arabe, e le infinite lotte tribali, più o meno fomentate dalle prime, l'hanno resa la normalità.

Sul traghetto, conosco un ragazzo Tutsi, dai lineamenti marcati tipici di questa etnia. 36 anni, viene nell'Ovest dell'Uganda, ed è abbastanza maturo da ricordarsi del terribile genocidio tra Tutsi e Hutu nel 1994. Sia lui che il mio amico Daniel mi raccontano come il lago Vittoria fosse diventato il punto terminale di cadaveri, provenienti dal principale immissario, il fiume Kagera, di cui i pesci si cibavano. La pesca, unica vera attività redditizia, si era fermata e l'Uganda aveva dichiarato lo stato di emergenza. Ci vorrebbe un libro intero per spiegare le cause locali (la suddivisione in caste) e internazionali (lo zampino destabilizzante di francesi e belgi) di uno dei più terribili conflitti dell'ultimo secolo, ma le parole di questo ragazzo dagli zigomi scavati e dalla pelle e occhi color ebano valgono di più. Dalla sua voce, dal suo racconto, trapela un giudizio rassegnato sulla violenza umana e sulla stupidità. Mi descrive con incredibile distacco oggettivo le molteplici cause, le varie parti, la storia, la situazione attuale, dove la pace è tornata, sebbene con tensioni sopite (mezzo milione almeno di morti non si dimentica in 20 anni).

I vari piccoli imprenditori locali. Chi è riuscito a farsi da solo davvero, porta avanti con orgoglio e tenacia la propria professione. I professionisti che incontriamo per lavoro sono molto preparati, sicuramente ben più di me, e come qualsiasi professionista nostro. Sanno davvero il fatto loro. Mi rendo conto che penso delle cose ovvie, però mi rendo conto che l'immagine di un continente ancora primitivo che aspetta pacchi di vestiti e donazioni è un fuorviante stereotipo neo-colonialista ancora ben radicato. Mi chiedo se, effettivamente, l'unica cooperazione che funzionerebbe sarebbe semplicemente lasciarli fare, levando i tacchi e smettendo una volta per tutte di fare business con le risorse strappate da altri continenti, o insegnando loro come devono vivere.

Tibba, unico pittore di Kalangala, conosciuto per caso, come sempre, in strada, mentre gli offrivo del fenne (un enorme frutto spinoso stranissimo che cresce sui tronchi, conosciuto come jackfruit in inglese). Quadri stupendi. Vive in un edificio con quattro portoni in ferro, dalle sembianze di un magazzino, ai piedi di un letto grande e sfondato ci sono pennelli, tele più o meno intatte, colori e qualche bottiglietta vuota di waragi, distillato di zucchero di canna. Cerca di vendere i quadri in spiaggia. Mi vuole insegnare.

Le donne giovani. Alcune indifferenti, altre distolgono lo sguardo, la maggior parte gentili e sorridenti, altre diciamo... dolcemente aggressive. Lasciando da parte le delicate questioni sui rischi di prostituzione e malattie, sinceramente mi intimidiscono! E, dopotutto, per quanto uno possa integrarsi, siamo pur sempre dei potenziali dollaroni camminanti... 

La gente locale. In villaggio già mi conoscono in tanti. A calcio gioco un pomeriggio, ed è abbastanza per rendermi famoso, unico bianco attualmente residente qui, che io sappia. In un campo di collinette erbose e spiazzi di terra rossa, in mezzo a questi energici e magri ventenni che corrono, non becco mezzo pallone. Mi becco qualche bonaria presa in giro e tante strette di mano alla fine, oltre che a inviti nei giorni successivi.

I bambini. Urlano “Mzungu! Mzungu!” e corrono incontro o salutano. Tutti mezzi nudi, o vestiti alla meglio. Corrono scalzi, giocano nell'erba, si riuniscono. Le quattro mura proprio non sono altro che un rifugio dall'oscurità, uno spazio confinato che divide dal quale uscire il prima possibile per stare assieme.

La cosa più dura? Proprio quest'ultima. Non posso farci nulla, da buon europeo ho sempre bisogno di un cantuccio mio. Possibilmente non quattro mura: una montagna, una tenda o una distesa blu. Ma anche una tana dove riposare, riflettere, e godere di qualche ora di solitudine, un bisogno genetico così diverso da questo popolo che vive come in un magnifico e semplice alveare.

Però, in effetti, dentro di me sento che la casa mia è la vista di questa terra rossa, i boschi che si buttano fino a riva, il lago a perdita d'occhio, il cielo. Il mondo intero, con queste api nere che si arrangiano con negozietti uno di fianco all'altro.

.the.Hive.