In these last two hours,
in a warm Mediterranean night,
I wait for you with seven roses,
a bottle of wine and a new nest, in an attic.
I wait for you to unleash all together,
to greet our best friend, time.
He will walk with us,
in this beautiful island.
Sealed by lakes, joint by love.
I wait for your calm,
your dreams, your courage.
I will be your haven,
you will be my woman.
For all the nights alone,
for the endless efforts,
for the fear, the hope,
for the uncertainty, the distance,
for the past, the challenges.
For the few that know these feelings.
For Africa and your family.
For the diversity.
For Africa and its people.
For the equality.
We have defeated the walls.
Again.
Seven roses instead of one thousand bricks.
I love you Rachel.
Welcome to Europe.
Welcome to our new nest.
.Daniele.
Viatge a través dels ulls de una abella qualsevol - Viaje a través de los ojos de una abeja cualquiera - Viaggio attraverso gli occhi di un'ape qualsiasi - Journey through the eyes of an ordinary bee
divendres, 29 de setembre del 2017
dimecres, 27 de setembre del 2017
14.600
14.600 è il
numero stimato dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) di
morti nella rotta del Mediterraneo, da gennaio 2014 ad agosto 2017. Un numero
che, ad occhio e croce, è circa due volte e mezzo il numero di morti
occidentali in attacchi terroristici dal 2001 ad oggi, o circa 100 volte se
consideriamo gli attacchi dal 2014. Un numero che rimane sempre inferiore (50-100
volte meno ad occhio e croce) del numero di morti nelle guerre mediorientali
dove l’Occidente ha messo lo zampino e ha gettato benzina sul fuoco negli
ultimi 20 anni. Di questi, un
buon 90% sono morti affogati, e di questi un buon numero giace per sempre sul
fondo dello stesso mare che bagna Palma, e che bagna le coste di quest’Europa
meridionale in preda a una crisi morale.
L’80% delle donne
nigeriane che arrivano in gommoni dalla rotta libica sono schiave sessuali,
vulnerabili (orfane spesso) e raccattate dalle potenti organizzazioni criminali
internazionali, che allungano i loro tentacoli sia nei paesi africani che nei
nostri. La politica (anti-)migratoria europea consiste in muri e in
dichiarazioni di guerra a queste organizzazioni criminali, in un classico
disegno a tinte bianche e nere con cui vengono dipinte spesso la storia e l’attualità.
Buoni e cattivi. Libertà e schiavitù. Eppure, queste organizzazioni criminali,
e tutti gli anelli della catena che permettono, invogliano o forzano milioni di
persone di migrare, rispondono a una domanda. Nel caso della prostituzione
nigeriana, questa domanda ha un nome preciso: uomo europeo. Il 96-97% della
prostituzione è femminile per uomini, e frutta, secondo stime recenti, circa 31
miliardi di euro all’anno nella sola Unione Europea. Un affare illegale che è
secondo solo al narcotraffico ed è circa pari a quello delle armi. Un traffico
che ha per protagonisti gente comune. Europei. Prima di criminalizzare
facilmente i trafficanti, e di includere in un calderone di diavoli tutta la
catena migratoria (cosa di cui dubito, perché tra le varie modalità di arrivo
ci saranno anche passaggi in auto tranquilli pagati, naturalmente oltre a frequenti ed intollerabili violenze ed abusi,
specialmente in Libia), perché non si criminalizzano i puttanieri, spesso padri
di famiglia bianchi e benestanti? Perché non si criminalizzano le fiorenti industrie belliche italiane e spagnole che mai come negli ultimi 20 anni hanno fatto questi affari spargendo strumenti di violenza, morte e terrorismo contro cui poi fingiamo di agire?
L’assenza di una
politica migratoria seria, l’assenza di vie legali per permettere loro di arrivare a cercare una
vita migliore, l’assenza di presa di responsabilità della situazione attuale,
questo mina le fondamenta di un continente che in teoria era stato ricostruito
su valori di pace e tolleranza, ma che, alla prima vera prova dura da
affrontare in 70 anni, vacilla come un castello di carta.
E mentre il
castello di carta vacilla e minaccia di prendere fuoco di fronte a tante micce
neofasciste e xenofobe sparse per l’Occidente, a pagare sono persone. Sono
14.600 cadaveri. Sono anche, e forse soprattutto, gente viva che vive in
condizioni di neo-schiavitù sessuale o lavorale.
Parla di tutto
questo Valentina Milano, professoressa di diritto internazionale dell’Università
delle Isole Baleari, e un’intera sala variegata ascolta, discute, interviene. C’è
un ragazzo Al-Saharaui, cresciuto in un campo di rifugiati in Algeria. Ci sono
varie donne latino-americane, che parlano del razzismo che ancora,
anacronisticamente, fa capolino nella vita quotidiana di persone apparentemente
integrate nella società europea.
Parlano
dell’Eritrea, del servizio militare permanente. Non riesco a intervenire, anche se vorrei; ho il
groppo in gola di queste cose non le ha solo lette ed immaginate in forma
drammatica su rapporti dell’ONU, ma le ha viste con i propri occhi. Ho il
groppo in gola pensando al fatto che quasi tutti i miei colleghi precedenti (sposati
con figli) in Uganda l’anno scorso per rilassarsi andavano a prostitute locali,
pagate una miseria. Ci andavano nell'ostello BushPig, Kampala, gestito da un italiano che pensavo fosse un amico. I rapporti, i numeri, i ritratti di storie personali che
vengono presentati in un seminario, sono per me una realtà vivida a cui associo
nomi, esempi, analogie. Dentro il marchio a fuoco del continente nero brucia
forte.
Aspetto Rachel,
che il Mediterraneo lo vedrà dall’alto di un aereo sicuro venerdì, se tutto va
come deve andare. La aspetto e dentro di me urlo a 14.600 decibel. E, per non
urlare fuori come un pazzo isterico, devo scrivere queste righe con un’urgenza
impellente.
.the.Hive.
dimarts, 26 de setembre del 2017
Impregnato di senso felice
Ci sono momenti
che si impregnano di anni. Sono istanti rari, in cui ti rendi conto che di
strada ne hai fatta, che il tempo, il nostro amico tempo, ti ha accompagnato in
silenzio durante mesi o anni. È stato silenziosamente presente. Ora ti invita
ad ammirarlo. Mi porta indietro di tre anni, alla Tanzania. Mi porta indietro
di 6 e mezzo, a Cuenca, e al primo forte ed incontrollabile impulso per andare
in Sudamerica. Ammiro il tempo, tutto assieme.
In questo attico,
nel centro di Palma de Mallorca, mi sento al traguardo. Qui, dove anche lei, Rachel, verrà.
Sì, perché abbiamo quasi vinto. 3-0, palla al centro. Un altro visto. Sudato
sangue, soldi ed energie. Questa volta un visto di un anno, affinché lei, dalla
remota Lusoga ugandese, sbarchi a Mallorca per stare con me e per
studiare ancora, come lei sognava. Sfibrati dalla burocrazia, dalla mancanza cronica
di soldi sopperita dalla mia famiglia che non ha mai dubitato un minuto
nell’appoggiarci.
Eppure, sono qui,
su un’amaca trovata in un cassetto di questo attico molto rustico e bohemien, con
una terrazza grande e di un camino, con scaffali e mobiletti recuperati dalla
strada e restaurati. Un appartamento che non avrei potuto sognare, non per il
lusso, ma per l’imperfetto stile rustico e genuino, unico e romantico. Qui,
mentre bevo un vino già aperto trovato nel frigo spento, con Leonard Cohen,
qui, sento il senso della vita, della bellezza, della fortuna, della giustizia.
Pensando che forse sono arrivato a un punto. Che ho lottato duro, che sono stato
aiutato decine di volte. Abbiamo lottato in tanti. Ho sofferto, ho gioito, ho
sofferto ancora. E lei con me. E la mia famiglia con noi. Da lontano o da
vicino.
Il vino che
scioglie i nodi nello stomaco, scioglie mesi o anni di scelte difficili, rese più
facili dall’appoggio incondizionato di famiglia e alcuni amici. Mamma, papà,
Cri, grazie. Annalisa, Serena, Mimi, Marta, Luis, Bernat, grazie.
Mi sento adulto.
Ho scelto, spesso. Scegliere per me è sempre stato difficile. Un uomo, ho
capito, deve sapere scegliere. E deve continuare sulla scelta fatta, anche se
forse ha portato svantaggi. Fatico a pensare che ci siano scelte proprio
sbagliate, sono rare: la maggior parte delle volte è un bilancino al vento,
dove è impossibile capire pro e contro nel futuro, giustizia e ingiustizia… E
allora si sceglie, secondo quel che si sente, e, spesso quando si cresce,
secondo quello che realisticamente si può. Come Kutki Romero dice, “Quando
segui il cuore non sbagli mai. Se lui si sbaglia, è perché dovevi sbagliarti.”
Le mie scelte si
basano spesso sul dove. Il dove, che in teoria conta poco. Il dove alla fine è
uno scenario esterno dove posizionarsi e trovare altri esseri umani, che, in
ogni dove, sono sostanzialmente simili nel bene e nel male. Eppure, il mio dove
è sempre importante. Il dove si è materializzato in posti incredibili come
Kalangala, Mallorca, Pian di Spagna, Eritrea, Alicante, Barcellona…
Nella strada
pedonale dove vivo ci sono ben due parrucchieri per africane. Davanti alla
porta di casa c’è un restauratore di mobili antichi con un apprendista
nigeriano. All’angolo c’è un riparatore di scarpe e chiavi con un altro ragazzo
africano al seguito. L’università brulica di diversità, con tante ragazze di
colore. Sorrido aspettando Rachel, sorrido al vedere pezzetti di Africa ben
integrati.
Il lavoro è di
una tranquillità e pace ideale. Le persone, semplicemente simpatiche,
tranquille. Il mio capo, i colleghi, il padrone di casa, che mi parla di
cambiamenti climatici e ha i capelli lunghi e ricci come li avevo io a 25 anni.
La bellezza di Mallorca è calda e ubiqua. Nel centro di Palma, sul lungomare, nelle
calette. Vivere in questa bellezza, e viverlo in un modo sereno, non frenetico
né chiassoso, è la cosa più bella che posso immaginare. Apprezzare tutto questo è ancora più saporito se penso allo squallore di mesi passati. Acqua passata ed esperienza acquisita.
In tutto questo,
la spinta è lei. È lei e il nostro placido amore, che ha sopravvissuto a
distanze intercontinentali. Non credo che sia vero che manchino solo pochi
giorni. La felicità che proveremo, in questa isoletta del Mediterraneo, è per
chi in questo stesso mare ha perso la vita, e chi attraversandolo cerca di non
perdere la speranza. Noi abbiamo vinto le frontiere, a costo di stress e soldi.
Con un costo più alto, c’è chi le attraversa in altro modo, definito illegale.
Io le frontiere non le voglio. E non c’è nient’altro che mi spinge più che
questo. Ogni essere umano ha il diritto di avere una possibilità come la abbiamo
avuta noi occidentali alla nascita, senza fare nulla, ma proprio nulla, per
meritarla. Come dice Sepúlveda, semplicemente “da qualche parte bisogna nascere”.
La felicità che
proveremo, in questa pacifica cittadina soleggiata, è per chi 75 anni fa
combatteva in questo stesso continente, come pedoni messi in gioco da folli al
potere. Con i risparmi di mio nonno, che ha avuto decenni di pensione da
reduce, riesco a mantenere lei e aiutare la sua famiglia. C’è una circolarità
nella vita, basta coglierla quando il cerchio ci passa accanto. A volte sento
la sua voce, mi parla deciso, come fosse la sua rivincita personale per tutto
il pessimismo e il dolore che provò nei tempi bellici della sua giovinezza. Non
si potrà mai compensare la quantità abnorme di ingiustizia storica ed attuale,
ma almeno possiamo essere dei veicoli passivi e casuali di pace, di speranza. È
una piccola cosa. Ma io sono solo una piccola goccia, e non credo più nel
cambiare il mondo. Mi basta cambiare una piccola goccia come me.
Ho trovato centinaia
di piccole gocce, di tutte le età, razze, colore, che mi hanno ispirato e che
mi ispirano. Come il coinquilino temporaneo che ho avuto, il cileno Andrés, la
cui visione del mondo è praticamente identica alla mia, nonostante sia nato 25
anni prima di me dalla parte opposta del mondo. Come Fausta, che 3 anni fa ci
ospitò in Tanzania, e da cui partì il mio amore per il continente che è la
culla dell’umanità. Nell’ultimo mese ho conosciuto persone di Uruguay, Cechia,
Messico, Giappone, Bielorussia, Ucraina, Nigeria, Sierra Leone, Russia,
Austria, Cile, Spagna, Italia… Non mi stancherò mai di questa bellissima
diversità. Diversità di età, sesso, nazionalità. Ma chi conosce e viene a
contatto, impara a riconoscere l’umanità. E le frontiere si disintegrano. È
proprio nella diversità che spesso trovo la comprensione, il senso, l’umanità.
È nel contatto casuale, libero e disinteressato che sento quella fiammella
comune, direi spirituale. “Cosa ti spinge a fare questo?” mi chiedono una sera
a Morbegno, verso la fine del campo di volontariato che ho diretto per conto di
Legambiente. “Abbattere le frontiere.” Avevamo appena ospitato tre richiedenti
asilo, della stessa età (attorno ai 20) dei volontari internazionali. Hanno
raccontato degli orrori e dell’anarchia libica.
Hanno mostrato cicatrici e
spavalderia allo stesso tempo. Vedere le facce stupite, sorprese, allibite, di
ragazzine est-europee, bianche come il latte, delicate, innocenti e buone,
opposte ai visi già di uomini troppo giovani, vissuti, consapevoli e consunti
di ragazzi africani che si sono guadagnati la vita a tentoni. Sentire quel
brivido che ti dice “Questo è giusto.”. Gocce che si incontrano senza
scontrarsi. Gocce che si conoscono e che non si incontreranno mai più ma
continueranno a far parte dello stesso mare, con una maggiore consapevolezza di
farne parte.
Oggi vado a letto
con un’altra consapevolezza, piena e felice, pensando alla mia goccia gemella
che fra una decina di giorni sarà ogni notte accanto a me. La vita è
meravigliosa, se hai fortuna al tuo fianco e persone vicine.
.the.Hive.
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