Eres puro fuego,
eres mi testigo,
llama que no se apaga,
dejas todo por escrito.
Marcado este diario,
mañana vendrá otro.
Dibujando el mundo
pintando sensaciones
quemando palabras
imprimiendo el tiempo.
Eres mi pasión,
mi furia, mi temor,
mi esperanza, mi amor.
Eres mi desahogo,
mi herencia, mi ojo,
compañero de los dedos.
Lapiz, tinta, pantalla,
sentado, tumbado, de pie.
Me has llevado por continentes,
dando forma a dolor y amor,
desde el fondo negro
hasta el arcoiris
Fiel amigo, noche y día,
expresión espontanea,
ángel de mi indignación,
demonio de mis pensamientos.
Labirinto de emociones,
cruce caótico de vida.
Siempre caminamos juntos,
en una mesa, un bus, un bolsillo.
Pintaremos los colores
hasta que nos consumamos juntos.
Boli. Papel.
.Daniele.
Viatge a través dels ulls de una abella qualsevol - Viaje a través de los ojos de una abeja cualquiera - Viaggio attraverso gli occhi di un'ape qualsiasi - Journey through the eyes of an ordinary bee
dissabte, 27 d’agost del 2016
Ceneri e neve
Ziwa Rhino Sanctuary, nei pressi di Nakitoma,
centro dell’Uganda. I rinoceronti bianchi giacciono quieti,
sonnecchianti e sbuffanti, a una decina di metri da me. Le ere
biologiche, le centinaia di milioni di anni, sono qui davanti a me,
in tutta la loro possanza (raggiungono le 4 tonnellate e sono il
secondo animale più massiccio dopo l’elefante). Thomas, la mia
guida, mi fornisce sottovoce una serie di informazioni su queste
quattro giovani femmine, che girano in branco tra loro. Laloyo
(“Vittoria”), di 4 anni, si alza forse leggermente infastidita da
noi, ci guarda fisso, con quel suo corno centrale che punta verso di
noi. Non vedono molto, con quegli occhietti semi-chiusi così
minuscoli rispetto al resto, ma fanno dell’udito e dell’olfatto
il loro punto forte. Ci precepisce e, dopo averci scrutato, se ne
torna a dormire. Sono tranquillissimi e, come la maggior parte degli
animali, possono attaccare solo per difesa. Laloyo si muove sempre in
gruppo con altre tre adolescenti, di pochi anni: Luna (proprio così,
senza traduzione alcuna), Waribe (“Unità”), nata esattamente due
anni dopo Laloyo, e Malaika (“Angela”). I loro genitori sono gli
esemplari introdotti originariamente nel parco, importandoli dal
Kenya e dallo zoo di Orlando (!) degli Stati Uniti.
Importati perché non ne era rimasto nemmeno uno in Uganda. Come
spesso successo nel corso degli ultimi “rinascenti”,
“illuminati”, “industriali”, “scientifici” secoli, la
scheggia biologica impazzita del pianeta consideri che prodotti come
il corno del rinoceronte (fatto di chitina, dunque in sostanza un
ammasso compattissimo di capelli) e le zanne dell’elefante (avorio)
abbiano un buon mercato, con usi svariati, immancabilmente non
fondati scientificamente, che vanno dalla cura di una decina di
malattie gravi in Cina, al regalo di un coltello di corno di
rinoceronte come rituale di passaggio nei dodicenni yemeniti, allo
status symbol dei super ricchi vietnamiti. Carcasse mastodontiche,
mutilate del solo corno o delle zanne, e lasciate bellamente in pasto
alle iene. Il bracconaggio è una piaga in Sudafrica, dove ogni anno
è in costante aumento e uccide circa 700 dei 20.000 esemplari di
rinoceronti presenti sul pianeta.
In tutto questo, trovarsi al fianco di guide preparate, che arrivano
dai villaggi vicini, e che si meravigliano loro stesse della bellezza
di questi e altri animali (come delle orme di leopardo, fresche
fresche, che troviamo di notte insieme a decine di varie specie di
antilopi), è un sollievo e un contrappeso al pessimismo che mi
avvolge nei confronti del genere umano, quando rifletto per un attimo
sulla cura che ha verso la propria casa.
E così è come trascorro un bel week-end, solitario e in pace,
nonostante si fosse messo malissimo per quello che da subito
sospettavo e per fortuna si è rivelato essere una intossicazione
alimentare. Dieci ore di nausea su un bus che non evita una delle
migliaia di buche in uscita da Kampala, in una serie interminabile di
mezzi come boda-boda, traghetto…
Le sorgenti del Nilo. O meglio, dove sgorga l'acqua che alimenta il 30% del Nilo Bianco. Le tumultuose cascate di Itanda, le uniche rimaste dopo che i vari sbarramenti hanno inondato quelle che erano mete turistiche succulente a monte, in nome del consumo elettrico, inondandone interamente l'alveo. Nuoto in mezzo a queste acque tumultuose, evitando il rafting, dai costi improponibili. Posti splendidi, non troppo sfruttati turisticamente, forse per fortuna, in una zona, quella di Jinja, che accoglie indistintamente locali e bazungu.
Lago Bunyonyi, angolo sud-occidentale vicino ai confini con Rwanda e
Congo. Dicono sia il lago più bello del mondo. Un altro week-end
magico, con Rachel, e con i miei tre amici russi mezzi matti. O
semplicemente russi. Un paradiso che rende meritevole il lungo
viaggio di quasi 10 ore. La canoa è un tronco scavato che zig-zaga
con poco controllo, mal bilanciata sia nella sua struttura in sé,
che per come pagaiamo. Vediamo varie isole, tra cui Buchara,
eco-isola che ospita zebre ed altri animali, e Punishment Island,
un’isola di una decina di metri di diametro, coperta di canneti
melmosi e con un albero moribondo. Le ragazze madri incinte venivano
lasciate qui, a morire, come castigo per la loro vergogna in grembo.
La manager del piccolo resort vuoto dove alloggiamo per due notti è
una canadese appena trasferitasi. Lilli, 53 anni, ne dimostra meno di
40 e non vuole diventare nonna, perché vuole continuare a viaggiare
e fare esperienze. In Uganda ci è tornata per starci più a lungo,
per aiutare un piccolo orfanotrofio vicino al resort, nei pressi di
Kabale. Il lago è un piccolo paradiso, ancora più tranquillo e
spettacolare delle Isole Ssese. La sera, infreddoliti dopo tanta
canoa e bagni, attorno al falò, con una cena quasi troppo abbondante
a cui nemmeno il mio stomaco è più abituato, e con canti e musiche
festosi sparati a tutto volume dal vicino per tutta la notte, in
onore di un defunto (messe e funerali sono qui una festa). Un altro
week-end, questa volta con la migliore compagnia, e immersi nella
bellezza, prima di tornare con un rocambolesco viaggio di ritorno
dove riusciamo miracolosamente letteralmente a saltare in corsa
sull’ultima barca che salpa dalla terraferma, con rapide ed
efficaci contrattazioni di Rachel e tante risate dei passeggeri che
ci vedono coperti di polvere da capo a piedi, per la corsa contro il
tempo in boda-boda. Corsa contro il tempo, davvero poco
africana…
Un giorno qualsiasi, Bugala Island. La bellezza naturale è qualcosa
che toglie il fiato. Corro verso Mweena, e oltre, mangiando sotto le
suole sempre più consumate, sotto le scarpe il cui bianco è ormai
diventato rosso terra. Piccoli orti di banane, cassava, gente che
passeggia in questo sabato di sole cocente, palme e lago. A una
svolta del sentiero, mi trovo davanti famiglie di scimmiette che
giocano. Mi fermo, mi accuccio, le fisso. Provo a comunicare. Loro mi
fissano e scappano, poi tornano. I piccolini sono i più impavidi, si
inseguono e giocano noncuranti. Scimmiette che sono ovunque su queste
isole. Basta addentrarsi minimamente in quel che è rimasto della
foresta originale, o anche solo starne ai bordi, e si vedono questi
nostri piccoli parenti rincorrersi, mangiare i frutti delle palme
tirandone i noccioli al suolo, inseguirsi mostrando i loro testicoli
azzurro fosforescente.
Un altro giorno qualsiasi, Banda Island. Da tempo parlano di lui.
Appare a volte, preannunciato da cani che impauriti abbaiano. Sono
sdraiato sull’amaca, al telefono, dopo una giornata di lavoro, con
l’oscurità già quasi totale. Tra le acque leggermente mosse della
spiaggia, affiora uno scoglio. Si muove. Non ci credo… Mi avvicino,
chiamo Michele. “E’ luI!” I cani lo confermano. Posso solo
vedere il testone enorme, con le narici possenti, che affiorano
dall’acqua. Vorrebbe approdare sulla spiaggia, ma i cani lo tengono
a distanza. Se ne va. Mezzora dopo, a cena, si risentono i cani. Li
rintraccio ed eccolo, in tutta la sua magnificenza. La mastodontica
figura dell’ippopotamo si staglia scura contro le acque del lago
leggermente illuminate dalla luna crescente. E’ semplicemente
enorme. Sta pascolando tra gli alberi del campeggio. Si muove tra
queste isole, Banda, Kitobo, e isolette e scogli circostanti. Sono
due esemplari. Rimango affascinato dalla bellezza. E da come questa
bellezza conviva quotidianamente, in armonia e naturalità.
Un altro giorno qualsiasi, Kitobo. Mi prendo delle pause dal lavoro.
Amo andare alla scogliera, specialmente quando le giornate sono
costellate di problemi da risolvere, tramite chiamate, viaggi,
soluzioni improvvisate. Allora mi perdo con lo sguardo nella natura.
Ritrovo subito la calma e relativizzo qualsiasi problema. Osservo
questi falchi giganteschi, che si tuffano tra le acque con gli
artigli, e che vivono tra le foreste delle diverse isolette. Le loro
ali, la libertà che ci accomuna.
Una sera qualsiasi, Kalangala, giardino di casa. Mentre ricordo
l’opposta frenesia entusiasta e passeggera con cui svolgevo mille
attività ad Alicante, Barcellona, Milano, Boulder, mi godo ogni
respiro del vento tra le fronde mentre mi sdraio su una panchina
approssimativa, un tronco tagliato a metà, instabilmente appoggiato
a due ceppi. Riesco a sentire il fresco, il caldo, il vento, la
stanchezza, il benessere dopo una corsa e una doccia fredda,
l’integrità e salute del mio corpo, e la fortuna di poter
prendermi cura di me ogni giorno, senza malattie o povertà. Il
privilegio di poter osservare e godere della bellezza, del benessere,
della natura, della semplicità. Non sento il bisogno di alcol,
festa, caos urbano. La città, fosse anche Roma o Barcellona, non può
competere in me con la stupenda semplicità di Kalangala, cala
Violina, la val di Mello, le Grigne, la Vila Joiosa. Esce fuori solo
una salutare sensazione di mancanza per la famiglia, i migliori
amici, le prealpi, il lago di Lecco, la Spagna e il suo calore, la
brulicante speranza sociale catalana, il Mediterraneo, la pizza, unas
tapas, Rafiki (la mia gatta a forma di mucca). Ma sono attimi,
salutari e necessari.
E poi per caso scopro ieri sera Ashes and Snow, il film-documentario che
trae ispirazione dal museo nomade omonimo del canadese Gregory Colbert. Peculiare, a tratti
mistico ed ermetico, magico nella sua rappresentazione dell’armonia
primordiale tra umani e animali.
Sono agnostico. Forse non sono ateo perché mi chiedo come è
possibile tanta bellezza, armonia, perfezione. E forse non sono
credente perché mi chiedo come è possibile che una sola specie
possa distruggere tutto questo, se è davvero la specie prescelta da
qualche dio.
.the.Hive.
diumenge, 14 d’agost del 2016
La quiete e i perché
Un'altra colazione a terra, fatta di papaia e avocado degli alberi dietro l'edificio, uova sbattute, caffè solubile, in questa stanzetta umile, con tazze, piatti e posate contati ma impeccabili, con questa bellissima ragazza color ebano. Perdendomi nei suoi gesti mi sento nella Val Camonica degli anni Trenta o Quaranta. Mi prepara una limonata, con tanto di foglie colte dalla pianta, per un malessere intestinale (non il primo... sospetto proprio di essere diventato intollerante alla birra...). Mi sorprende mentre la osservo.
"What are you thinking?" Provo a spiegargli questa attrazione infinita che ho verso la semplicità umile, verso la sua e loro tenacia voglia di sopravvivere con poche ma preziose risorse. Provo a colmare un distacco così grande tra la vita europea e quella africana. Proviamo a farlo con tanti sguardi, tanti racconti, idee. Idee e prospettive spesso così simili da lasciarmi di stucco, una volta di più vicino a cose così lontane. Colmare quel distacco... ci riesco, ci riusciamo, al buio, con intrecci di colori, ma non con le parole. Vedo i miei nonni. Prendersi cura uno dell'altro, in stanze buie e pulite. Combattendo ogni giorno contro una povertà che è come la pioggia, inevitabile. Questa semplicità così aliena a me, che ho viaggiato migliaia di chilometri, spinto dalla complessità del mio essere, e dall'assenza di problemi veri, se non sentimentali. Spinto da un ardente e maledetta curiosità e voglia di osservare, senza giudizi. Vedo i miei nonni, in infanzie e gioventù segnate dal dramma, dalla miseria. Ma li vedo sereni. Più di noi, prima generazione europea senza guerra, senza bisogni, senza povertà.
La cura meticolosa e paziente in tutto. Nel tenere pulito e ordinato quel pezzetto di mondo, tenendo lontano tutto ciò che è fuori. La dignità, la semplice eleganza dei suoi vestiti colorati, economici e sinuosi. La dignità dell'igiene, della pulizia, del riposo, della cucina, dell'intelligenza e dell'umiltà. Nel non sprecare un pezzetto di grasso, utilizzabile per dare più sapore al matoke. Centellinare l'acqua usata per pulire i piatti, ma che dico pulirli, piuttosto pulirli magistralmente (quando ci provo io i risultati sono un po' scandenti...). E prendersi cura di sé. Vedo Sharon, vicina di casa, perennemente ubriaca e volgare. Non più giovane, almeno apparentemente, dilaniata da qualcosa che sospetto sia più dell'alcolismo, ridotta a blaterare già alle 11 di mattina. E vedo lei, che si prende cura di ogni minimo dettaglio. Capisco l'importanza di questo, qui. Capisco la bellezza di un giorno normale, trascorso tra faccende domestiche e una passeggiata dopo la pioggia. Capisco, o forse torno a capire, la profondità così importante dell'affetto e comprensione tra due esseri umani, senza altre definizioni.
Capisco anche che poi io devo lo stesso andare, correre, esplorare l'isola con una bici scassata che mi fa imprecare in tre ore almeno trenta volta, ogni volta che la catena scende dall'unico cambio. Percorro decine di chilometri di palme da olio. Distese belle, infinite, che hanno stravolto l'isola di Bugala. Su e giù per le larghe salite e discese di terra rossa, mani sporche di grasso di catena, e una bottiglia d'acqua e la fotocamera come unico bagaglio, insieme ai miei occhi e alla voglia di gustarmi le cose in solitudine, a volte.
La vita quotidiana non porta stupore, porta tranquillità. Tranquillità come quella che vivo sull'oasi del camping di Banda Island, dove mi trasferisco ogni tanto per vari giorni, per essere vicinissimo a Kitobo, l'isola dove lavoro, di fronte. Una quiete totale, interrotta solo da sporadiche apparizioni notturne di uno o due ippopotami (che non ho ancora visto), che vengono a brucare tra tende e casupole. Lì si gode del trattamento-bolla muzungu. Si mangia da Dio, con tentativi non deprecabili di lasagne, pasta, oltre ad altre pietanze che non sono certo locali. Si dorme letteralmente sulle rive del lago, con la porta finestra che da direttamente a Est, palcoscenico di albe da cartone animato, che non possono che parlare direttamente al sé, all'anima naturale che ci muove.
A Banda una sera godo di uno dei tramonti più belli della mia vita, in canoa, mentre faccio il giro dell'isola con la pagaietta di legno che affonda due colpi a destra e due a sinistra, all'africana, come fanno gli stessi pescatori che vedo a poche centinaia di metri da me armeggiare con le reti. La lentezza della canoa, che avanza lentamente e zigzagando un po', e la placida fatica mi permettono di vedere da vicino come questi ragazzi tirano le reti in barca, di come il sole tinge di riflessi cremisi le acqua a tratti calme, nelle baie, e a tratti un po' agitate dalla Kuma, corrente che arriva da Est. Sta ricominciando la stagione delle piogge, e questo vuol dire scrosci mattutini di una bellezza tropicale, e vuol dire anche tornare a vedere giochi di luce, sole a capolino tra nubi drammatiche, con i rossi e i blu che fanno la guerra e l'amore, a volte solcati da scariche bianche, frecce di Cupido di questa passionale energia del pianeta.
Passo in canoa dal villaggetto di Banda, 200 persone, che si adagia sul dolce pendio verde a forma di punta che si sdraia nel mare, partendo dalla collinetta boscosa e rocciosa sovrastante, coperta da strani arbusti onnipresenti dai fiori rosa. Gli stessi tra i quali mi ero perso il giorno prima in una passeggiata per la foresta di Kitobo, prima di arrendermi, guardare la posizione del sole, e accendere il GPS per orientarmi. La gente del villaggetto è pacatamente indaffarata, in parte, e in parte riposa sotto l'ombra di un grande albero isolato, la cui chioma tipicamente africana si apre solo in alto, formando un ombrello piatto. Le casette di legno e paglia e la faticosa calma povera dei suoi abitanti scandiscono le mie altrettanto faticose e calme pagaiate. Poi aggiro l'isola a nord e ovest, dove solo la natura domina il paesaggio. Passo tra tronchi di palme verdi, osservo attorno a me uccelli e immagino brulicanti creature che non vedo, emblema di vita interconnessa. Intanto, il Sole si tinge di un rosso sublime. I colori del cielo della stagione delle piogge sono così intensi che le
mie retine si chiedono se siano reali e naturali. La bellezza è quasi violenta, difficile da assimilare, digerire, imprimere, ricordare. Facile da vivere, lasciandosi andare come una goccia nell'oceano, senza bisogno di altro, di un dopo, di un perché, di un come. L'arancio è così
brillante da attrarre a sé i miei occhi, mentre la canoa va per un po'
lentamente alla deriva verso le rive selvagge, coperte di palme
semisommerse e distese di felci. Torno alla spiaggia del campeggio, in questo posto isolato ed incredibilmente magico, con sporadici visitatori quasi sempre in sintonia con esso. Peace and love.
Non riesco ad annoiarmi perché la sua paradisiaca tranquillità dura le poche ore che separano i doveri lavorativi a Kitobo, su cui andiamo e veniamo con barchette di pescatori, e il sonno, precoce, lungo e armonioso. Il senso di tutto è semplice, primitivo, genuino, naturale. Mi accorgo di come mi trovo spogliato di cose che normalmente senza saperlo mi appesantivano: il pc, mille conoscenze superficiali e mutevoli, le macchine, la vita notturna artificiale ed alcolica, la città. Sento di non poter fare a meno di questo, sia anche solo ogni tanto, perché è ancestrale, come la parola, l'amore, il sesso, la musica. Mi sento il più ricco del mondo mentre sono sull'amaca, o semplicemente sulla barchetta che ci porta avanti e indietro. Chiacchiero con Michele, gli dico come non mi manchi per nulla la vita di ufficio. Pensare a 8 ore tra quattro pareti con dei pixel come colleghi è quanto più distante io abbia ora, e ne sono felice.
Conosco Pim, olandese. Alto come un olandese, sta preparando un corso di sopravvivenza. Ha 28 anni ed ha una calma e una tranquillità, condite da erba e tabacco, che nascondono un passato assai diverso. A 19 anni, prima missione con l'esercito in Afghanistan. 7 anni tra le armi, uccidendo e rischiando di fare la stessa fine.
"What was pushing you? Ideology or personal motivation?"
"Personal motivation, as the majority of soldiers, the will to overcome your limits. I didn't care about why we were in war."
In guerra ci andò per superare i suoi limiti, fisici e mentali. Ignorando cosa fosse la guerra.
"If I can ask, why did you quit?"
"I was tired. I was missing something in my life, and I had to stop."
"I was tired. I was missing something in my life, and I had to stop."
Stanco della guerra, gli mancava qualcosa. Forse lo sta cercando ora, penserò io, mentre la sera dopo si scambia battute e carezze con la manager del posto, una bellissima, sensuale e dolce ugandese con le treccine, madre di Andrea, quasi due anni. Questo dialogo avviene mentre siamo su una barca a vela del campeggio (gratis!), l'unica che ho visto in questo lago enorme che sarebbe uno scenario velistico ideale, ma che ospita gente con ben altri problemi. Lui sa manovrarla più o meno, io imparo l'essenziale. E mentre vento e sole, mai troppo equatoriali come uno penserebbe, ci accarezzano e consumano la pelle troppo bianca, gli chiedo se abbia un'opinione sulla guerra in Afghanistan
"I think we were just doing wrong. I was too young, I just followed my personal motivation. But this made my perspective so blind."
Pensa che fu semplicemente un errore. Anni e anni imbracciando fucili, rischiando la propria vita, togliendola ad altri, per un errore, per una scelta. Non chiedo altro. Dormirà di notte? Cosa ricorderà della sensazione di uccidere? Cosa rimane nella sua mente di uno scenario polveroso di strazi inflitti? La sua calma e il suo sguardo trasparente e aperto mi lasciano intuire che deve avere già fatto pace con se stesso, ma non so dire a che prezzo e dopo quanto tempo. Mi viene in mente La Guerra di Piero, che con poche e semplici parole, come solo De André sa fare, esprime tutto sulla guerra. Una volta di più, sento come il giudizio, le ideologie, i pensieri assoluti siano gabbie troppo rigide per la condizione umana. Non è solo un fatto di giustificare, ma il fluire dei pensieri, degli stati d'animo, dei contesti, ci porta a scelte. Ci porta a sbagliare. Ci porta a cambiare. A sbagliare di nuovo. A fare meglio o peggio. È la bellezza e il dramma della condizione umana. Come ne Il sogno di Maria e Il Testamento di Tito di De André. E mi piace vederla senza le lenti invasive del giudizio, del senso di colpa, e della supponenza. Mi piace vederla come un drammatico ed indecifrabile dipinto sul quale si sono ricamati nei millenni trattati di filosofia, decine di religioni, opere d'arte, libri, senza avere alcuna risposta finale alla domanda "Perché?".
Sto imparando ciò che non son mai riuscito a fare. Gustare il presente. Non ho mai nascosto che questo lavoro, questo viaggio, queste esperienze, non sono per altruismo. Sono egoismo. Mi apportano qualcosa che tanti, beati voi, avete già interiorizzato, senza bisogno di viaggiare il mondo.
.the.Hive.
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