Un'altra colazione a terra, fatta di papaia e avocado degli alberi dietro l'edificio, uova sbattute, caffè solubile, in questa stanzetta umile, con tazze, piatti e posate contati ma impeccabili, con questa bellissima ragazza color ebano. Perdendomi nei suoi gesti mi sento nella Val Camonica degli anni Trenta o Quaranta. Mi prepara una limonata, con tanto di foglie colte dalla pianta, per un malessere intestinale (non il primo... sospetto proprio di essere diventato intollerante alla birra...). Mi sorprende mentre la osservo.
"What are you thinking?" Provo a spiegargli questa attrazione infinita che ho verso la semplicità umile, verso la sua e loro tenacia voglia di sopravvivere con poche ma preziose risorse. Provo a colmare un distacco così grande tra la vita europea e quella africana. Proviamo a farlo con tanti sguardi, tanti racconti, idee. Idee e prospettive spesso così simili da lasciarmi di stucco, una volta di più vicino a cose così lontane. Colmare quel distacco... ci riesco, ci riusciamo, al buio, con intrecci di colori, ma non con le parole. Vedo i miei nonni. Prendersi cura uno dell'altro, in stanze buie e pulite. Combattendo ogni giorno contro una povertà che è come la pioggia, inevitabile. Questa semplicità così aliena a me, che ho viaggiato migliaia di chilometri, spinto dalla complessità del mio essere, e dall'assenza di problemi veri, se non sentimentali. Spinto da un ardente e maledetta curiosità e voglia di osservare, senza giudizi. Vedo i miei nonni, in infanzie e gioventù segnate dal dramma, dalla miseria. Ma li vedo sereni. Più di noi, prima generazione europea senza guerra, senza bisogni, senza povertà.
La cura meticolosa e paziente in tutto. Nel tenere pulito e ordinato quel pezzetto di mondo, tenendo lontano tutto ciò che è fuori. La dignità, la semplice eleganza dei suoi vestiti colorati, economici e sinuosi. La dignità dell'igiene, della pulizia, del riposo, della cucina, dell'intelligenza e dell'umiltà. Nel non sprecare un pezzetto di grasso, utilizzabile per dare più sapore al matoke. Centellinare l'acqua usata per pulire i piatti, ma che dico pulirli, piuttosto pulirli magistralmente (quando ci provo io i risultati sono un po' scandenti...). E prendersi cura di sé. Vedo Sharon, vicina di casa, perennemente ubriaca e volgare. Non più giovane, almeno apparentemente, dilaniata da qualcosa che sospetto sia più dell'alcolismo, ridotta a blaterare già alle 11 di mattina. E vedo lei, che si prende cura di ogni minimo dettaglio. Capisco l'importanza di questo, qui. Capisco la bellezza di un giorno normale, trascorso tra faccende domestiche e una passeggiata dopo la pioggia. Capisco, o forse torno a capire, la profondità così importante dell'affetto e comprensione tra due esseri umani, senza altre definizioni.
Capisco anche che poi io devo lo stesso andare, correre, esplorare l'isola con una bici scassata che mi fa imprecare in tre ore almeno trenta volta, ogni volta che la catena scende dall'unico cambio. Percorro decine di chilometri di palme da olio. Distese belle, infinite, che hanno stravolto l'isola di Bugala. Su e giù per le larghe salite e discese di terra rossa, mani sporche di grasso di catena, e una bottiglia d'acqua e la fotocamera come unico bagaglio, insieme ai miei occhi e alla voglia di gustarmi le cose in solitudine, a volte.
La vita quotidiana non porta stupore, porta tranquillità. Tranquillità come quella che vivo sull'oasi del camping di Banda Island, dove mi trasferisco ogni tanto per vari giorni, per essere vicinissimo a Kitobo, l'isola dove lavoro, di fronte. Una quiete totale, interrotta solo da sporadiche apparizioni notturne di uno o due ippopotami (che non ho ancora visto), che vengono a brucare tra tende e casupole. Lì si gode del trattamento-bolla muzungu. Si mangia da Dio, con tentativi non deprecabili di lasagne, pasta, oltre ad altre pietanze che non sono certo locali. Si dorme letteralmente sulle rive del lago, con la porta finestra che da direttamente a Est, palcoscenico di albe da cartone animato, che non possono che parlare direttamente al sé, all'anima naturale che ci muove.
A Banda una sera godo di uno dei tramonti più belli della mia vita, in canoa, mentre faccio il giro dell'isola con la pagaietta di legno che affonda due colpi a destra e due a sinistra, all'africana, come fanno gli stessi pescatori che vedo a poche centinaia di metri da me armeggiare con le reti. La lentezza della canoa, che avanza lentamente e zigzagando un po', e la placida fatica mi permettono di vedere da vicino come questi ragazzi tirano le reti in barca, di come il sole tinge di riflessi cremisi le acqua a tratti calme, nelle baie, e a tratti un po' agitate dalla Kuma, corrente che arriva da Est. Sta ricominciando la stagione delle piogge, e questo vuol dire scrosci mattutini di una bellezza tropicale, e vuol dire anche tornare a vedere giochi di luce, sole a capolino tra nubi drammatiche, con i rossi e i blu che fanno la guerra e l'amore, a volte solcati da scariche bianche, frecce di Cupido di questa passionale energia del pianeta.
Passo in canoa dal villaggetto di Banda, 200 persone, che si adagia sul dolce pendio verde a forma di punta che si sdraia nel mare, partendo dalla collinetta boscosa e rocciosa sovrastante, coperta da strani arbusti onnipresenti dai fiori rosa. Gli stessi tra i quali mi ero perso il giorno prima in una passeggiata per la foresta di Kitobo, prima di arrendermi, guardare la posizione del sole, e accendere il GPS per orientarmi. La gente del villaggetto è pacatamente indaffarata, in parte, e in parte riposa sotto l'ombra di un grande albero isolato, la cui chioma tipicamente africana si apre solo in alto, formando un ombrello piatto. Le casette di legno e paglia e la faticosa calma povera dei suoi abitanti scandiscono le mie altrettanto faticose e calme pagaiate. Poi aggiro l'isola a nord e ovest, dove solo la natura domina il paesaggio. Passo tra tronchi di palme verdi, osservo attorno a me uccelli e immagino brulicanti creature che non vedo, emblema di vita interconnessa. Intanto, il Sole si tinge di un rosso sublime. I colori del cielo della stagione delle piogge sono così intensi che le
mie retine si chiedono se siano reali e naturali. La bellezza è quasi violenta, difficile da assimilare, digerire, imprimere, ricordare. Facile da vivere, lasciandosi andare come una goccia nell'oceano, senza bisogno di altro, di un dopo, di un perché, di un come. L'arancio è così
brillante da attrarre a sé i miei occhi, mentre la canoa va per un po'
lentamente alla deriva verso le rive selvagge, coperte di palme
semisommerse e distese di felci. Torno alla spiaggia del campeggio, in questo posto isolato ed incredibilmente magico, con sporadici visitatori quasi sempre in sintonia con esso. Peace and love.
Non riesco ad annoiarmi perché la sua paradisiaca tranquillità dura le poche ore che separano i doveri lavorativi a Kitobo, su cui andiamo e veniamo con barchette di pescatori, e il sonno, precoce, lungo e armonioso. Il senso di tutto è semplice, primitivo, genuino, naturale. Mi accorgo di come mi trovo spogliato di cose che normalmente senza saperlo mi appesantivano: il pc, mille conoscenze superficiali e mutevoli, le macchine, la vita notturna artificiale ed alcolica, la città. Sento di non poter fare a meno di questo, sia anche solo ogni tanto, perché è ancestrale, come la parola, l'amore, il sesso, la musica. Mi sento il più ricco del mondo mentre sono sull'amaca, o semplicemente sulla barchetta che ci porta avanti e indietro. Chiacchiero con Michele, gli dico come non mi manchi per nulla la vita di ufficio. Pensare a 8 ore tra quattro pareti con dei pixel come colleghi è quanto più distante io abbia ora, e ne sono felice.
Conosco Pim, olandese. Alto come un olandese, sta preparando un corso di sopravvivenza. Ha 28 anni ed ha una calma e una tranquillità, condite da erba e tabacco, che nascondono un passato assai diverso. A 19 anni, prima missione con l'esercito in Afghanistan. 7 anni tra le armi, uccidendo e rischiando di fare la stessa fine.
"What was pushing you? Ideology or personal motivation?"
"Personal motivation, as the majority of soldiers, the will to overcome your limits. I didn't care about why we were in war."
In guerra ci andò per superare i suoi limiti, fisici e mentali. Ignorando cosa fosse la guerra.
"If I can ask, why did you quit?"
"I was tired. I was missing something in my life, and I had to stop."
"I was tired. I was missing something in my life, and I had to stop."
Stanco della guerra, gli mancava qualcosa. Forse lo sta cercando ora, penserò io, mentre la sera dopo si scambia battute e carezze con la manager del posto, una bellissima, sensuale e dolce ugandese con le treccine, madre di Andrea, quasi due anni. Questo dialogo avviene mentre siamo su una barca a vela del campeggio (gratis!), l'unica che ho visto in questo lago enorme che sarebbe uno scenario velistico ideale, ma che ospita gente con ben altri problemi. Lui sa manovrarla più o meno, io imparo l'essenziale. E mentre vento e sole, mai troppo equatoriali come uno penserebbe, ci accarezzano e consumano la pelle troppo bianca, gli chiedo se abbia un'opinione sulla guerra in Afghanistan
"I think we were just doing wrong. I was too young, I just followed my personal motivation. But this made my perspective so blind."
Pensa che fu semplicemente un errore. Anni e anni imbracciando fucili, rischiando la propria vita, togliendola ad altri, per un errore, per una scelta. Non chiedo altro. Dormirà di notte? Cosa ricorderà della sensazione di uccidere? Cosa rimane nella sua mente di uno scenario polveroso di strazi inflitti? La sua calma e il suo sguardo trasparente e aperto mi lasciano intuire che deve avere già fatto pace con se stesso, ma non so dire a che prezzo e dopo quanto tempo. Mi viene in mente La Guerra di Piero, che con poche e semplici parole, come solo De André sa fare, esprime tutto sulla guerra. Una volta di più, sento come il giudizio, le ideologie, i pensieri assoluti siano gabbie troppo rigide per la condizione umana. Non è solo un fatto di giustificare, ma il fluire dei pensieri, degli stati d'animo, dei contesti, ci porta a scelte. Ci porta a sbagliare. Ci porta a cambiare. A sbagliare di nuovo. A fare meglio o peggio. È la bellezza e il dramma della condizione umana. Come ne Il sogno di Maria e Il Testamento di Tito di De André. E mi piace vederla senza le lenti invasive del giudizio, del senso di colpa, e della supponenza. Mi piace vederla come un drammatico ed indecifrabile dipinto sul quale si sono ricamati nei millenni trattati di filosofia, decine di religioni, opere d'arte, libri, senza avere alcuna risposta finale alla domanda "Perché?".
Sto imparando ciò che non son mai riuscito a fare. Gustare il presente. Non ho mai nascosto che questo lavoro, questo viaggio, queste esperienze, non sono per altruismo. Sono egoismo. Mi apportano qualcosa che tanti, beati voi, avete già interiorizzato, senza bisogno di viaggiare il mondo.
.the.Hive.
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