dilluns, 27 de juny del 2016

Kalangala

22 giugno, Kalangala, Isola di Bugala. Io e Valeria, la mia collega coordinatrice di progetto, stiamo tornando in boda-boda verso l’alloggio temporaneo dove stiamo, come quasi ogni sera, se ceniamo dalla gioiosa Joy. E’ un po’ più tardi del solito, sono le 23. La strada rettilinea rossa, ci porta nell’oscurità tra qualche centinaio di metri del villaggio di Kalangala, dove ancora alcuni motociclisti siedono aspettando, come durante il giorno, e gli ultimi negozi e bar sono aperti. Per strada non c’è quasi più nessuno, stranamente.


Terra rossa e orizzonti.
Tromba d'aria in acque vicine alla nostra isola di Bugala.
Poi, qualcosa di magico mentre sfrecciamo verso casa. Il lago si è trasformato in un cielo capovolto. Una miriade di punti luminosi lo adorna, nell’oscurità grigio-blu della notte lacustre. Luci e luci, allineate, agglomerate, in ogni direzione, come se si vedessero tante strade in lontananza. Eppure queste isole non hanno luce. Sotto di noi, una decina di luci illumina anche la nostra baia. Pescatori. Barchette. Attirano il pesce con le lanterne. Invadono placidamente il lago, pescando ciò che gli serve per mangiare e sopravvivere. Sono a perdita d’occhio. Un popolo sul lago. Una specie che attinge da ciò che la natura gli offre. Umili barchette, enorme specchio d’acqua. Semplici cene portate alle famiglie, qualche timido commercio, schiere immense di pesci sotto quelle acque misteriose e non balneabili.


Il lago di notte. Le foto non possono descrivere la via Lattea acquea di migliaia di lanterne
Uccelli e barche ovunque

Anime del lago, sul filo di acque per loro mortali.

Isole popolate da pescatori, che spesso non sono nativi: vengono da altre isole, o dalla terraferma. Le isole Ssese (l’arcipelago di cui fanno parte) devono il loro nome a varie epdemie portate dalla mosca tsè-tsè, e sono state ripopolate solo negli ultimi decenni. Un comune denominatore alle decine di isole: barchette, di pochi metri, di legno. La prua punta verso l’alto in modo accentuato, mentre il pescatore si siede dietro guidando o remando. Usano reti di diverse magliature a seconda del pesce che vogliono pescare: una rete fine per il silver fish, una più grossa per la tilapia, un pesce dall’aspetto ancestrale e dal sapore molto deciso. Le barche punteggiano ogni giorno le acque di questo lago immenso. Le producono anche qui, a Mweena, dove ci imbarchiamo ogni giorno per raggiungere in una quarantina di minuti Kitobo Island.
Torri e luci, la migliore sveglia.
Alba vermiglio infuocato dal Ssehab, Kalangala.


L’alba. Una delle più belle che abbia mai visto. Nubi color fiamma, acqua del lago piacida ed incendiata. Indescrivibile. Nubi pennellate di vermiglio, riflessi arancio vivo, alle 7 di mattina, mentre il silenzio è rotto dal canto di uccelli vari. Sì, l’alba, come in ogni parte del mondo dove il cemento non abbia spazzato via la vita, è un tripudio canoro. Anche quando non si assiste a questo spettacolo lentamente pirotecnico, i colori non mancano mai. Il rosa inizia lentamente a farsi strada tra ombre grige e verde scuro. Il cielo, da telo nero punteggiato, torna a essere pennellato di colori. Credo di aver preso da mio papà questa attrazione per l’alba, per queste ore mattutine dove nel silenzio uno osserva, legge, scrive, si sente parte di qualcosa di tanto grande e bello, la natura che si sveglia (e un’altra metà, quella notturna cacciatrice, se ne va a dormire). E’ il momento della calma. Calma come la superficie del lago.



Interviste e raccolta dati con il capovillaggio di Kammese, isola di Buvu.

Boda-boda con Valeria e Daniel sull'isola di Buvu, verso il villaggio di Luwungulu.

24 giugno, Mweena, Isola di Bugala. Non sanno nuotare, ma vivono su questo specchio d’acqua che deve essere per loro come lava. I nostri colleghi tornano reduci da un incidente in barca. Un pescatore morto. Queste barche, spesso spinte da motori abbastanza potenti, hanno una prua che è abbastanza alta, forse è quello che ostruisce la visuale. Sta di fatto che non è raro che ci siano incidenti. I pescatori cadono in acqua e affogano. Quasi nessuno sa nuotare. “Things happen” dice con un sorriso amaro il nostro amico. “Almeno ne abbiamo salvato uno.” Almeno ne hanno salvato uno… Nessuno si è buttato in acqua, perchè farebbe matematicamente la stessa fine. Gli buttano le giacchette se li vedono, altrimenti si rassegnano. Non riesco a dire nulla, a commentare nulla. Riesco solo a imprimere gli occhi del nostro amico e lo sgomento di Vale nella sua voce. Rimaniamo gelati, prima di riprendere le fila del lavoro quotidiano che ci spetta sull’isola.


Moschea di fianco all'attracco di Katchanga, isola di Buvu. La maggioranza cattolica convive pacificamente e quotidianamente con musulmani, entrambi ben integrati.

Mi impressiona la ricchezza mentale di tanta gente locale che cerca di emergere con un suo business, una attività. Alcuni sono davvero in gamba, tecnicamente e strategicamente.

Costruttore di mattoni sull'isola di Buvu.
22 giugno. Scrivo dal terrazzino del Seese Habitation Resort, sistemazione di lusso (20-40 € a notte, a seconda di quanto tratti con la lunatica manager locale dagli atteggiamenti quasi schiavisti verso i suoi giovani impiegati). Vedo sotto di me il lago, calmo come sempre. Al mattino, le nubi troneggiano spesso. Mi ricordano le stesse nuvole lente e pesanti che avvolgono il Lago di Como e le Grigne nelle giornate invernali. Qui, però, non fa freddo. I contorni di alcune delle oltre 80 isole si distinguono in lontananza. Con il tempo così, tutto assume i contorni di un quadro fatto da mille sfumature di grigi. Un giorno una potente tromba d’aria si distingueva all’orizzonte, tra nubi nere che si scambiavano qualche fulmine. Il lago può diventare pericoloso come un mare. E’ tra le prime cause di morte tra i locali, che non sanno nuotare. Trombe d’aria: due in tre giorni. Pioggia intensissima e anomalmente frequente. I locali stessi, persino chi vive isolato da tutto, ma è a contatto con la natura, gli danno un nome: cambiamenti climatici. Stravolgono le stagioni, le semine, cambiano le stagioni umide e secche.

Ristorantino in centro a Kalangala.
I miei colleghi sulla barca di Kafophan.

Mi impressiona sempre più la ricchezza naturale di questi luoghi, anche quelli più apparentemente anonimi. Questa terra, questo continente, il più ricco del pianeta, è saccheggiato e sfruttato da millenni da tutti tranne che dagli africani (o da pochi di loro). Europei e nordamericani per secoli, e ora anche da indiani e cinesi. Gli africani sembra che al posto di averla sfruttata, la terra gli sia appiccicata addosso in usi e costumi quotidiani, come andare a pescare. Sono parte e sudditi della terra, delle acque.
Mweena, isola di Bugala. Trasporto di datteri di olio di palma, coltivazione anche qui diffusa e importata da società malesi.
Le lanterne dei pescatori in lontananza al tramonto, dalla spiaggia di Kalangala.

.the.Hive.

dijous, 16 de juny del 2016

Arte del caos, culla del mondo

Colpisce l’odore, di terra. Terra calda. Stesso odore che accompagnava le albe in Tanzania. Odore di Africa, di terra, di culla ricca. Dall’alto è uno spettacolo di notte, un continente davvero nero, con poche luci. Sono immersi nel naturale, gli occhi non vedono, ma gli odori e i suoni pervadono le notti. Il mio arrivo in piena notte mi permette di vedere la strada da Entebbe a Kampala, generalmente ingolfata, completamente libera. Autostoppisti e ciclisti invisibili fino a pochi metri scandiscono i bordi della carreggiata. Sì, sono in Africa. La gente in strada. Dopo 25 ore di viaggio, con scali a Amsterdam, Nairobi e Kigali, e un intoppo con il visto, eccomi nella nuova terra adottiva per i prossimi due o tre mesi.

Quando esplode il giorno, dopo un paio di ore di sonno, ci aggiriamo per lavoro in città. Sebbene non sia la prima volta, rimango nuovamente ammaliato dalla quantità di materiale trasportato. Camion stracolmi di sacchi, uomini e donne con legna, materiale non ben identificato, cibo, di solito in equilibrio sulla testa, o sulla bici. La gente ai lati, passa il giorno chiacchierando, vendendo, comprando, vivendo. Ecco la differenza con il Centro America. La gente qua vive fuori, costantemente. Vive davvero in Africa, non in due quaterne di mura ben curate e perfette, con qualche ora d’aria libera.

Il traffico è semplicemente un’opera d’arte. Ci sono schiere di motociclette, pronte ad assaltare ogni spazio libero. Marciapiedi, corsie opposte, mezzi metri tra un cofano e un bagagliaio. Son matti o son geni. Questo puoi pensare. Le donne montano le moto all’amazzone, a volte con grossi cesti pieni di frutta o verdura. Si respira fumo nero misto a aria trasparente ma ugualmente inquinata. Due, tre, quattro persone sulla stessa moto. Ovviamente si contratta il prezzo, un’arte anche qui. Lavoro pericoloso, dice il mio pilota personale oggi, ma non c’è altro in Uganda. Si meraviglia che mi piaccia. Non gli dico, perché non lo so, il perché mi piace. Forse perché qua ha tutto il sapore dell’arrangiarsi con un sorriso. Guardando attorno, vedendo palme, terra rossa, case, gente, attorniato dal mondo, semplicemente rido. La mia collega alza il pollice verso un ragazzo apprezzando degli occhiali buffi. Ridono. E’ un’opera d’arte, nessuno si innervosisce, i clacson sono pochi. I pedoni passano dove si può. Rido, sorrido, finchè non penso a Nerea e il suo maledetto motorino. Ma poi sorrido di nuovo, perché sa tutto troppo di vita per pensare al suo contrario.

Buche ovunque. Ne evita una, si gira di lato, vede all’ultimo una moto che inchioda, la affianca con una sterzata improvvisa e necessaria. Riparte sul marciapiede, supera a destra, a sinistra, davanti, dietro. Va contromano esattamente in direzione di una grossa jeep. Si scostano quel tanto che basta affinchè gli specchietti si accarezzino. La direzione di manubri e volanti non è fissa, traballa e scatta in continuazione ma per miracolo oggi è sempre una carezza e mai uno schianto. Una donna con una cesta stracolma di banane, portata retta sulla testa. La superiamo sfiorandone il vestito rosso tramonto con il manubrio. Una tazzina… Sì, una tazzina, dritta e pulita, come fosse un’apparizione onirica. Intatta, come fosse la tavola bandita, al centro della strada malconcia e assalita da questa mandria infinita di bufali ferrosi su due e quattro ruote. Per evitare questa apparizione, quasi sfonda una portiera. Tanto è ben più malconcia della tazzina! Non ho tempo di assimilare tutto. Gli occhi sono troppo lenti, infatti guidassi io durerei sì e no venti metri. Ecco subito un murales che stanno pitturando dal vivo: una chitarra che gocciola, come l’orologio di Dalì, un ritratto del Che, altri due oggetti. Via, un camion con tre mucche, di cui una ha corna molto lunghe, mi sembra di vedere. Lo passiamo andando contromano e dando quasi una spallata a un minibus, qua chiamato taxi. Un kilometro di mobili e letti in legno, bellissimi, all’aria aperta. Come il mercato di fiori e piante, ai lati della strada. Sbaglia strada, mi parla della sua vita tra una sterzata e l’altra, poi mi supplica un dollaro in più. So che sbaglio, ma come spesso accade glielo concedo. Non vedo forti ragioni del perché no, quando un boccone di pizza ci costa uguale da noi, o pochi minuti di aereo. La sproporzione tra i nostri consumi e le loro esigenze è talmente ampia…

Non ci sono vestiti neri. Basta la pelle, poi sono colori. Il nero appare solo in alcuni vestiti eleganti, come macchia in mezzo a aranci, rossi, verdi. Più che un insieme di individui, tutto questo sembra un gigantesco organismo misterioso e affascinante, che può essere definito un caos, ma chiaramente non lo è. Ha un suo meccanismo, naturale e senza tregua.

Piove uno scroscio alle 13. Fa sole dopo. Si sta bene, non sembra l’equatore. E’ solo il primo giorno ma crollo a letto, avendo dormito 5 ore in due notti.

L’ultimo pensiero, a questo progetto: http://centroculturalaminata.org
Video: www.youtube.com/watch?v=-6dXMZqteFo

.the.Hive.

dimarts, 14 de juny del 2016

Roma

Siglos inmortales, clavados en piedras
Luces de tiempo, aliento de magia.
Tan nobles que no hablan,
Tan populares que no dejan hablar.
Raptan, seducen, envuelven.
Ruinas del ya no, artefactos de un ayer imposible
Capas de generaciones, siglos, milenios
Faldas de belleza atávica,
Rostros de hermosura.
Las calles no necesitan hablar,
Cansadas de ruido y fama.
Que el verde de los pinos juegue con el cielo azul
Nubes blancas de esponja, que corran,
El rojo de las ruinas, como flores.

.the.Hive.

Nespoli

Ti parlavo di nespoli,
sdraiati tra mature spighe.
L'estate dorata, infinita,
era in vacanza la penna,
conservata per il buio.
Ballavamo nella luce,
ti contorcevi sotto la luna.
Pelle, sangue, battito,
aria respirata dall'ardore.
Ti voltasti ridendo,
soffiasti sulla fiamma.
Impresso il sorriso libero,
e qualcosa di irripetibile.
Fortuna, libertà.

.the.Hive.

diumenge, 12 de juny del 2016

Viento

Viento cálido de verano,
aliento mágico lejano;
llevas deseos, bosques, cielo,
acaricias cuerpo, alma, ojo,
ramas, colores, aves en celo,
moldeas mar y tierra a tu antojo.
Se atrapan faldas, pero no a ti,
rozaste mi niñez, siempre te sentí.
Hermano de la inquietud,
padre de cada viaje,
amante de vicio y virtud,
abrazo sin camisa al coraje.
No te rindes,
siempre vuelves.
Te calmas
y no mueres.
Eres vida, no me dejes,
sostén mis alas, no me alejes.

.the.Hive.

divendres, 3 de juny del 2016

Pura vida

Compongo a pezzi questa ultima entrata centroamericana, nei buchi liberi, in questi ultimi giorni intensi e durante il lungo rientro.

Scrivo prima da Tamarindo, una delle località più turistiche del Costa Rica. Mentre tiriamo le fila delle mille attività svolte in un mese, terminando i nostri lavori, ci riprendiamo da circa 4.500 km di viaggio in un posto rilassante e vacanziero. Nonostante sia così popolato, mantiene un tocco selvaggio e autentico. Mi svegliano i versi delle scimmie, le corse delle iguane sul tetto di lamiera, i canti dei galli e di centinaia di uccelli, probabilmente colorati. Il 20% della biodiversità terrestre è presente in Costa Rica, un paese grande un sesto dell’Italia (o il doppio della Sicilia). Iguane lunghe mezzo metro scorrazzano in spiaggia, sugli alberi, e nei corridoi dell’ostello. Saltano sui tetti alle 5 del mattino, come gli scoiattoli in Toscana. I mapache (una specie di furetto) si vedono spesso, addirittura si infilano nella camera.

Iguana a Manuel Antonio. Non è raro vederle in spiaggia, in strada, negli ostelli. [Foto di Lea]
Giriamo tre diversi ostelli: Oveja Negra, tripudio americano della cultura surf, lo Tsunami Surf, appartato, deserto, con stanze da topi, ma ideale per la vicinanza alla spiaggia giusto al di là della strada, e, solo io, una volta partiti tutti per Honduras o San José, il Pura Vida, dove l’ultima notte mi godo una jam session di chitarra dall’amaca, con canne che circolano libere. Puro stile hippie americano. Pura bolla dove pochi riescono a vivere: maestri di surf e gestori degli innumerevoli ostelli, chioschi e ristorantini. Nulla a che vedere con il Centro America di Olancho o Teguz o Leon. Nella nostra camera condivisa all’Oveja Negra, l’aria condizionata è insopportabile, come fosse Las Vegas: mi devo coprire come fosse inverno perché non trovo il comando e le americane in stanza evidentemente hanno la pelle troppo calda e l’abitudine allo spreco troppo radicata.

Iguana mimetica a Manuel Antonio. [Foto di Lea attraverso il telescopio della guida.]




La tirata in macchina dal Nicaragua a Tamarindo la prima volta, arrivando all’1.30 di notte dopo 8 ore di viaggio, è pesante. Reggo sonno e stanchezza ficcandomi le cuffie mentre dormono: In Flames, Aspencat, La Raíz. Tutti dormono e li porto dritti a Tamarindo. Lì è quando sento forte l’identità di un gruppo, la bellezza di un viaggio condiviso. La strada scorre nera sotto le ruote del microbus. Arriviamo in piena notte e per ripigliarmi dal ronzio di musica e motore nelle orecchie li trascino tutti in acqua. Tiepido questo Pacifico notturno.

Bradipo a Manuel Antonio [foto di Lea].
La prima notte mi immergo del tutto nella magia dell’oscurità più silenziosa e profonda, come feci a Manuel Antonio. Sacco a pelo (per proteggersi dalle zanzare, non certo dal freddo), steso sulla spiaggia libera, con stelle che vanno e vengono, coperte da nuvole silenziosamente ballerine che si addensano e scompaiono. Il quarto di luna dà il chiarore perfetto per intuire contorni e sfumature di questa immensa baia paradisiaca, attorniata da verde. Dormire fuori è un’iniezione di energia, anche se non riposi mai del tutto. Mi sveglia uno scalpiccio, vicino al mio braccio destro. Una piccola lumaca di mare, trascinata lì dall’alta marea, si muove di soppiatto con le sue sei zampe. Sembra un animaletto preistorico e incredibile. Piccolo, nulla di che, ma qui ogni centimentro quadrato può offrire uno spettacolo vivente. Ha il guscio rotto, dalle onde penso, ma continua ad avanzare. Le zanzare sono feroci. Ma tutto intorno è energia pura che scorre: piccoli rumori striscianti nel sottobosco antistante la spiaggia, le onde lontane, schizzi nelle pozzanghere lasciate dalla basse marea. La spiaggia di notte mi esercita un fascino primordiale, mi riempie e non ho bisogno di altro.

Campeón!
Il weekend successivo che soggiorniamo a Tamarindo (quattro notti in due week-end diversi), un coccodrillo morto giace vicino alle reti di volley, non lontano da dove dormivo. Mi diranno poi che sono le correnti che trasportano i cadaveri, e che non attaccano gli umani, anche se non lontano da lì un cartello avverte della presenza di coccodrilli e delle barche fanno transitare all'altra riva del piccolo fiume (eppure vedo surfisti attraversarne la foce come se nulla fosse). L’ultima notte prima della partenza dei miei compagni troviamo in spiaggia anche un corpo di bulldog bianco mozzato all’altezza dell’addome, sempre arenato dalla bassa marea. Violenza naturale trasportata dalla corrente del fiume e depositata sulle spiagge di divertimento, che di notte sono deserte.

Hostal Pura Vida, Tamarindo. Concerti la sera, stesi sulle amache del cortile aperto.
La sera, è un tripudio di canadesi, americane e americani da film, tutti con aspetto da surfisti navigati e con il loro vociare caratteristico di chi si muove da padrone del mondo. Non nascondo che in generale mi sembrano troppo ingombranti, sebbene cerchino effettivamente di essere simpatici ed aperti. Parlo invece a lungo con quelli dello Tsunami Surf: due ticos, uno di Coco e l’altro della costa sud, sulla trentina o più. Parlano di surf, benessere fisico, donne, sesso. Le quebecois, le americane, le norvegesi, le europee, le spagnole… Sono calmi, simpatici senza essere invadenti. Qua in Costa Rica non ci si sente mai straniero, forse perché nemmeno loro hanno mantenuto molto della loro identità. I pochi indigeni si trovano in zone limitate, e per il resto la popolazione ha tratti in gran parte occidentali.

Partita di beach-rugby con messicani, Manuel Antonio.
Tutto è pura vida. Pure quando visitiamo un impianto eolico che è in stato di fermo per un temporale che ne ha messo fuori uso una parte. Mentre suonano allarmi ovunque, l’operatore della sala controllo chiama a destra e a manca con il telefono, rispondendo e esordendo con pura vida, con un tono quasi pigro. Non certo preoccupato. Passi in strada, pura vida. Adios, pura vida. Hola, pura vida. Qué tal, pura vida. Surf, pura vida. Chiriguaro, shot al peperoncino a cui ci siamo assuefatti, pura vida. Contagioso. Ovviamente il più delle volte dopo “vida” si ferma la conversazione…

Noche de fiesta en San José!
Ho dei ricordi bellissimi mentre riscrivo dall’aereo. La passeggiata finale al buio e in silenzio. Inutile parlare se non per stupirsi assieme dei fulmini all’orizzonte. La bellezza e il respiro sono sufficienti, il resto sarebbe rumore. Le onde dell’alta marea lasciano spazio a uno scenario onirico di grigi magici, dove la sabbia molle è punteggiata da conchiglie, noci di cocco, granchi, pesci rimasti in secca. Noi a piedi scalzi avanziamo. Ho un’inevitabile senso di malinconia. Le ore passate a surfare, shaka-shaka (saluto surfista copiato da Ronaldinho), la sensazione di farsi trasportare dall’onda, di cavalcarla. Cadere e ridere, ovviamente. Beccarsi anche qualche dolorosa tavolata sulla scapola, la capoccia o la pancia. La libertà di stare tutti in costume, a pochi metri dall’alloggio, coperti di Autan. Di farsi una surfata alle 6 di mattino, prima di iniziare il lavoro. Di lavorare a torso nudo nei buchi liberi. Di ridere, scherzare e prendere tutto con calma e leggerezza, portando però avanti i progetti, confrontandosi. Di giocare a rugby con il sole di mezzogiorno a Manuel Antonio, o a calcio con campi e palloni improbabili a San Ramón e al Díctamo.

Colori al tramonto, in acque placide di bassa marea, Tamarindo.
Il mio capo e ormai amico, Andrea, è un fenomeno come cooperante, come oratore, e come maestro di surf. Ci mette in piedi tutti sulle tavole affittate. Surfiamo divertendoci. Surfiamo all’alba, al tramonto, a mezzogiorno, nei tempi liberi. Un continuo tetris di viaggio, appuntamenti, svago, lavoro. Stancante. A volte i cambi di programma scombinano le carte, io mi secco perché mi sembra che rimane sempre molto lavoro arretrato. Andrea è generalmente rilassato, tranquillo, senza stress, con imprevedibili punte di improvvisa agitazione ma con un continuo entusiasmo contagiante. Abbiamo differenze di carattere sui tempi e programmi. Ma abbiamo tanto in comune, compreso gli ideali, esplicitamente dichiarati o meno, una voglia di costruire cose, un carattere a volte un po’ impulsivo, e la visione della vita come un fluire continuo. Calle 13, la nostra colonna sonora. No tenemos la vida resuelta. E’ un esempio. Crederci e anteporre la speranza alle comodità.

Equipo Surf!
C’è Marco V. Sardonico, calmo, pacifico e maturo, coi suoi 21 anni. A volte bastano sguardi di intesa per capirsi, scoppiare a ridere per qualche pensiero o commento comune. Compagno di viaggio ideale, e lavoratore quando serve. Oltre ad avere il tipico savoir fair del latin lover, con chitarra in mano e sguardo misterioso. Spazza gli avanzi di cibo di tutti.

Marco V., Marco P., Andrea, Fabio.
C’è Marco P., una delle persone più buone e trasparenti che conosco. Oltre a una serie di uscite inaspettate, dice le cose in faccia sempre con tatto. Mangia alla velocità della luce, e la sua autoironia è fantastica: servirebbe a tutti. Parla dei suoi sogni, in buona parte coincidono coi miei. Vive per l’utopia, e anche in questo mi riconosco, anche se qualche anno in più nel mio caso mi ha ammorbidito con piccole iniezioni di realismo che rendono più morbido e piacevole l’impatto con la realtà. E, non ultimo, è un ingegnere in gamba con cui mi piacerebbe lavorare anche in futuro, dopo il progetto in corso al Dictamo, su cui lavoriamo molto. Un ingegnere un po’ artistico e poco quadrato, come si auto-definisce sin dall’inizio, indossando la maglietta del Piccolo Principe.

Una surfata con Andrea, il miglior maestro!
C’è Fabio, tranquillità in persona. Curioso, aperto, sempre disponibile e amichevole con tutti. Lavora quando deve, si diverte quando vuole. Parla volentieri di tutto, e si ferma un mese in Costa Rica. Se busca la vida, ma senza un briciolo di ansia. Come viene viene. Da Ascoli a San José, come fosse un passo.

Rocce nere spuntano dalla bassa marea: la spiaggia si allunga di 100 metri e lascia pozze, molluschi, detriti (noci di cocco e conchiglie) e giochi di luce.
Ci sono Fabrizio, Chris, Steve, Zafi, Francesco, Marco R., Martina, che ci accompagnano a tratti. Tutte persone eccezionali, ognuna con le sue peculiarità: la giovalità, l’iperattività e le risate di Zafi; l’introspettività aperta di Chris, marine anomalo dalla Virginia, culo perennemente sul bordo del pick-up catracho, leggendo al vento vari libri di Sofocle e 100 años de soledad di García Marquez (Melchiade sempre tra noi!); la saggezza sessuagenaria di Steve, veterano texano dello sviluppo sostenibile, con la sua chioma di paglia bianca che fa il pari con la mia; la passione per il proprio lavoro di Fabri, vecchia conoscenza milanese dall’anno scorso; la serafica tranquillità matura di Francesco, con cui condividiamo una piacevole incertezza sul futuro; la disponibilità, pazienza e positività di Marco R., campione di pallavolo e direttore della Camera di Commercio italo-costaricense; la inquieta ed attraente voglia di vivere della sua bella Martina. Ci sono anche tanti altri personaggi che incontriamo per stringere e mantenere collaborazioni e progetti: Lulù, Jorge, Alex di ReTe e tutta la compagnia italiana di Tegucigalpa; Wilmer; Jose Enrique, padre della mia grande amica tica di Barcelona, Marina; Adrian, di Enel.

Shaka-Shaka! Fabio, Daniele, Andrea sulla schiuma
E poi c’è Lea, unica donna quasi sempre. Silenziosa quanto basta e sorridente, come un Sole. Spesso la vedo dallo specchietto, mentre guido, ascoltare musica e guardare dal finestrino, prima di riaccocolarsi sul sedile a dormire o di reclamare cibo, con attacchi di fame improvvisi e poco duraturi. Condividiamo l’amore per la Spagna e un carattere un po’ nordico. Lea ed io, supervisionati da Andrea e accompagnati dal resto del gruppo, abbiamo messo su un progetto nuovo a Cuero y Salado, e per come è nato dal nulla rimane una delle cose più belle di questo mese. E’ giovane e molto bella e parla spagnolo con un rapido accento italo-andaluso. Le foto più belle sono le sue dall’iPhone, da copertina. Mi mancherà vedere la sua lunga cascata dorata quando anch’io siedo nei sedili posteriori, contemplare las calles de Latinoamérica al tramonto coi finestrini aperti, e scambiare due parole e sorrisi tranquilli.


Spiaggia a Manuel Antonio.

Oltre a loro, c’è chi dal backstage di Roma appoggia le nostre attività, o le rivive: Ric, professionale e attento a tutto; Caterina, instancabile comunicatrice; Giulia, che rivive sei mesi di colorati ricordi centroamericani coi miei racconti, con la stessa bellissima infantile e matura meraviglia verso el pueblo que camina.
 
Agua! Da sx: Marco P., Lea, Daniele, Andrea, Fabio, Marco V. (in acqua).
Le altre spiagge viste in queste due settimane sono tutte sul pacifico. Jacó, battesimo Pacifico per molti di noi, e meta turistica numero uno per il surf, che per lo scempio di un paio di palazzi ricorda un po’ l’edilizia costiera europea. Anche se la spiaggia è comunque molto bella e pulita, come tutte quelle che abbiamo visto. Manuel Antonio, paradiso naturale dove le guide identificano animaletti a decine di metri di distanza puntandoli con il telescopio. Vediamo bradipi, lenti scimmiotti con pochi muscoli e molti tendini; scimmie dalla faccia bianca; mapaches, iguane, pipistrelli. C’è cura e cultura tra i ticos. Cuidan su tierra, perché ne hanno fatto una ricchezza da preservare a tutti i costi. Naturalmente, a un’occhiata più approfondita non tutto è oro, e spesso c’è un filoamericanismo evidente in vetrine, atteggiamenti e prezzi, ma sicuramente il Costa Rica rappresenta una punta di diamante a livello mondiale per ambiente e società.

Tamarindo al tramonto, dopo il lungo scroscio diurno e prima del temporale notturno. Le nubi giocano serie in un orizzonte tanto denso e vasto da essere quasi tangibile.
Sono ora sul treno verso le terre nordiche italiane. Un cappuccino a Roma e una passeggiata al sole all’Acquario romano mi hanno ricordato che bella è l’Italia. Mentre mi godo qualche giorno di Italia, famiglia e amici, prima di partire per l’Africa, voglio leggere le vene aperte dell’America Latina di Galeano e ascoltare musica valenciana, mentre chiacchiero ogni tanto con i miei fratelli spagnoli, e mentre do un’occhiata a offerte di lavoro e proposte di progetti futuri per l’autunno, con le idee molto più chiare e soddisfatte su dove mi sono ficcato.

Surfata alle 6 di mattino, Tamarindo.
Próxima estación: Uganda. Y esperanza, siempre. Pura vida, puro mundo.

.the.Hive.