dilluns, 27 de juny del 2016

Kalangala

22 giugno, Kalangala, Isola di Bugala. Io e Valeria, la mia collega coordinatrice di progetto, stiamo tornando in boda-boda verso l’alloggio temporaneo dove stiamo, come quasi ogni sera, se ceniamo dalla gioiosa Joy. E’ un po’ più tardi del solito, sono le 23. La strada rettilinea rossa, ci porta nell’oscurità tra qualche centinaio di metri del villaggio di Kalangala, dove ancora alcuni motociclisti siedono aspettando, come durante il giorno, e gli ultimi negozi e bar sono aperti. Per strada non c’è quasi più nessuno, stranamente.


Terra rossa e orizzonti.
Tromba d'aria in acque vicine alla nostra isola di Bugala.
Poi, qualcosa di magico mentre sfrecciamo verso casa. Il lago si è trasformato in un cielo capovolto. Una miriade di punti luminosi lo adorna, nell’oscurità grigio-blu della notte lacustre. Luci e luci, allineate, agglomerate, in ogni direzione, come se si vedessero tante strade in lontananza. Eppure queste isole non hanno luce. Sotto di noi, una decina di luci illumina anche la nostra baia. Pescatori. Barchette. Attirano il pesce con le lanterne. Invadono placidamente il lago, pescando ciò che gli serve per mangiare e sopravvivere. Sono a perdita d’occhio. Un popolo sul lago. Una specie che attinge da ciò che la natura gli offre. Umili barchette, enorme specchio d’acqua. Semplici cene portate alle famiglie, qualche timido commercio, schiere immense di pesci sotto quelle acque misteriose e non balneabili.


Il lago di notte. Le foto non possono descrivere la via Lattea acquea di migliaia di lanterne
Uccelli e barche ovunque

Anime del lago, sul filo di acque per loro mortali.

Isole popolate da pescatori, che spesso non sono nativi: vengono da altre isole, o dalla terraferma. Le isole Ssese (l’arcipelago di cui fanno parte) devono il loro nome a varie epdemie portate dalla mosca tsè-tsè, e sono state ripopolate solo negli ultimi decenni. Un comune denominatore alle decine di isole: barchette, di pochi metri, di legno. La prua punta verso l’alto in modo accentuato, mentre il pescatore si siede dietro guidando o remando. Usano reti di diverse magliature a seconda del pesce che vogliono pescare: una rete fine per il silver fish, una più grossa per la tilapia, un pesce dall’aspetto ancestrale e dal sapore molto deciso. Le barche punteggiano ogni giorno le acque di questo lago immenso. Le producono anche qui, a Mweena, dove ci imbarchiamo ogni giorno per raggiungere in una quarantina di minuti Kitobo Island.
Torri e luci, la migliore sveglia.
Alba vermiglio infuocato dal Ssehab, Kalangala.


L’alba. Una delle più belle che abbia mai visto. Nubi color fiamma, acqua del lago piacida ed incendiata. Indescrivibile. Nubi pennellate di vermiglio, riflessi arancio vivo, alle 7 di mattina, mentre il silenzio è rotto dal canto di uccelli vari. Sì, l’alba, come in ogni parte del mondo dove il cemento non abbia spazzato via la vita, è un tripudio canoro. Anche quando non si assiste a questo spettacolo lentamente pirotecnico, i colori non mancano mai. Il rosa inizia lentamente a farsi strada tra ombre grige e verde scuro. Il cielo, da telo nero punteggiato, torna a essere pennellato di colori. Credo di aver preso da mio papà questa attrazione per l’alba, per queste ore mattutine dove nel silenzio uno osserva, legge, scrive, si sente parte di qualcosa di tanto grande e bello, la natura che si sveglia (e un’altra metà, quella notturna cacciatrice, se ne va a dormire). E’ il momento della calma. Calma come la superficie del lago.



Interviste e raccolta dati con il capovillaggio di Kammese, isola di Buvu.

Boda-boda con Valeria e Daniel sull'isola di Buvu, verso il villaggio di Luwungulu.

24 giugno, Mweena, Isola di Bugala. Non sanno nuotare, ma vivono su questo specchio d’acqua che deve essere per loro come lava. I nostri colleghi tornano reduci da un incidente in barca. Un pescatore morto. Queste barche, spesso spinte da motori abbastanza potenti, hanno una prua che è abbastanza alta, forse è quello che ostruisce la visuale. Sta di fatto che non è raro che ci siano incidenti. I pescatori cadono in acqua e affogano. Quasi nessuno sa nuotare. “Things happen” dice con un sorriso amaro il nostro amico. “Almeno ne abbiamo salvato uno.” Almeno ne hanno salvato uno… Nessuno si è buttato in acqua, perchè farebbe matematicamente la stessa fine. Gli buttano le giacchette se li vedono, altrimenti si rassegnano. Non riesco a dire nulla, a commentare nulla. Riesco solo a imprimere gli occhi del nostro amico e lo sgomento di Vale nella sua voce. Rimaniamo gelati, prima di riprendere le fila del lavoro quotidiano che ci spetta sull’isola.


Moschea di fianco all'attracco di Katchanga, isola di Buvu. La maggioranza cattolica convive pacificamente e quotidianamente con musulmani, entrambi ben integrati.

Mi impressiona la ricchezza mentale di tanta gente locale che cerca di emergere con un suo business, una attività. Alcuni sono davvero in gamba, tecnicamente e strategicamente.

Costruttore di mattoni sull'isola di Buvu.
22 giugno. Scrivo dal terrazzino del Seese Habitation Resort, sistemazione di lusso (20-40 € a notte, a seconda di quanto tratti con la lunatica manager locale dagli atteggiamenti quasi schiavisti verso i suoi giovani impiegati). Vedo sotto di me il lago, calmo come sempre. Al mattino, le nubi troneggiano spesso. Mi ricordano le stesse nuvole lente e pesanti che avvolgono il Lago di Como e le Grigne nelle giornate invernali. Qui, però, non fa freddo. I contorni di alcune delle oltre 80 isole si distinguono in lontananza. Con il tempo così, tutto assume i contorni di un quadro fatto da mille sfumature di grigi. Un giorno una potente tromba d’aria si distingueva all’orizzonte, tra nubi nere che si scambiavano qualche fulmine. Il lago può diventare pericoloso come un mare. E’ tra le prime cause di morte tra i locali, che non sanno nuotare. Trombe d’aria: due in tre giorni. Pioggia intensissima e anomalmente frequente. I locali stessi, persino chi vive isolato da tutto, ma è a contatto con la natura, gli danno un nome: cambiamenti climatici. Stravolgono le stagioni, le semine, cambiano le stagioni umide e secche.

Ristorantino in centro a Kalangala.
I miei colleghi sulla barca di Kafophan.

Mi impressiona sempre più la ricchezza naturale di questi luoghi, anche quelli più apparentemente anonimi. Questa terra, questo continente, il più ricco del pianeta, è saccheggiato e sfruttato da millenni da tutti tranne che dagli africani (o da pochi di loro). Europei e nordamericani per secoli, e ora anche da indiani e cinesi. Gli africani sembra che al posto di averla sfruttata, la terra gli sia appiccicata addosso in usi e costumi quotidiani, come andare a pescare. Sono parte e sudditi della terra, delle acque.
Mweena, isola di Bugala. Trasporto di datteri di olio di palma, coltivazione anche qui diffusa e importata da società malesi.
Le lanterne dei pescatori in lontananza al tramonto, dalla spiaggia di Kalangala.

.the.Hive.

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