divendres, 3 de juny del 2016

Pura vida

Compongo a pezzi questa ultima entrata centroamericana, nei buchi liberi, in questi ultimi giorni intensi e durante il lungo rientro.

Scrivo prima da Tamarindo, una delle località più turistiche del Costa Rica. Mentre tiriamo le fila delle mille attività svolte in un mese, terminando i nostri lavori, ci riprendiamo da circa 4.500 km di viaggio in un posto rilassante e vacanziero. Nonostante sia così popolato, mantiene un tocco selvaggio e autentico. Mi svegliano i versi delle scimmie, le corse delle iguane sul tetto di lamiera, i canti dei galli e di centinaia di uccelli, probabilmente colorati. Il 20% della biodiversità terrestre è presente in Costa Rica, un paese grande un sesto dell’Italia (o il doppio della Sicilia). Iguane lunghe mezzo metro scorrazzano in spiaggia, sugli alberi, e nei corridoi dell’ostello. Saltano sui tetti alle 5 del mattino, come gli scoiattoli in Toscana. I mapache (una specie di furetto) si vedono spesso, addirittura si infilano nella camera.

Iguana a Manuel Antonio. Non è raro vederle in spiaggia, in strada, negli ostelli. [Foto di Lea]
Giriamo tre diversi ostelli: Oveja Negra, tripudio americano della cultura surf, lo Tsunami Surf, appartato, deserto, con stanze da topi, ma ideale per la vicinanza alla spiaggia giusto al di là della strada, e, solo io, una volta partiti tutti per Honduras o San José, il Pura Vida, dove l’ultima notte mi godo una jam session di chitarra dall’amaca, con canne che circolano libere. Puro stile hippie americano. Pura bolla dove pochi riescono a vivere: maestri di surf e gestori degli innumerevoli ostelli, chioschi e ristorantini. Nulla a che vedere con il Centro America di Olancho o Teguz o Leon. Nella nostra camera condivisa all’Oveja Negra, l’aria condizionata è insopportabile, come fosse Las Vegas: mi devo coprire come fosse inverno perché non trovo il comando e le americane in stanza evidentemente hanno la pelle troppo calda e l’abitudine allo spreco troppo radicata.

Iguana mimetica a Manuel Antonio. [Foto di Lea attraverso il telescopio della guida.]




La tirata in macchina dal Nicaragua a Tamarindo la prima volta, arrivando all’1.30 di notte dopo 8 ore di viaggio, è pesante. Reggo sonno e stanchezza ficcandomi le cuffie mentre dormono: In Flames, Aspencat, La Raíz. Tutti dormono e li porto dritti a Tamarindo. Lì è quando sento forte l’identità di un gruppo, la bellezza di un viaggio condiviso. La strada scorre nera sotto le ruote del microbus. Arriviamo in piena notte e per ripigliarmi dal ronzio di musica e motore nelle orecchie li trascino tutti in acqua. Tiepido questo Pacifico notturno.

Bradipo a Manuel Antonio [foto di Lea].
La prima notte mi immergo del tutto nella magia dell’oscurità più silenziosa e profonda, come feci a Manuel Antonio. Sacco a pelo (per proteggersi dalle zanzare, non certo dal freddo), steso sulla spiaggia libera, con stelle che vanno e vengono, coperte da nuvole silenziosamente ballerine che si addensano e scompaiono. Il quarto di luna dà il chiarore perfetto per intuire contorni e sfumature di questa immensa baia paradisiaca, attorniata da verde. Dormire fuori è un’iniezione di energia, anche se non riposi mai del tutto. Mi sveglia uno scalpiccio, vicino al mio braccio destro. Una piccola lumaca di mare, trascinata lì dall’alta marea, si muove di soppiatto con le sue sei zampe. Sembra un animaletto preistorico e incredibile. Piccolo, nulla di che, ma qui ogni centimentro quadrato può offrire uno spettacolo vivente. Ha il guscio rotto, dalle onde penso, ma continua ad avanzare. Le zanzare sono feroci. Ma tutto intorno è energia pura che scorre: piccoli rumori striscianti nel sottobosco antistante la spiaggia, le onde lontane, schizzi nelle pozzanghere lasciate dalla basse marea. La spiaggia di notte mi esercita un fascino primordiale, mi riempie e non ho bisogno di altro.

Campeón!
Il weekend successivo che soggiorniamo a Tamarindo (quattro notti in due week-end diversi), un coccodrillo morto giace vicino alle reti di volley, non lontano da dove dormivo. Mi diranno poi che sono le correnti che trasportano i cadaveri, e che non attaccano gli umani, anche se non lontano da lì un cartello avverte della presenza di coccodrilli e delle barche fanno transitare all'altra riva del piccolo fiume (eppure vedo surfisti attraversarne la foce come se nulla fosse). L’ultima notte prima della partenza dei miei compagni troviamo in spiaggia anche un corpo di bulldog bianco mozzato all’altezza dell’addome, sempre arenato dalla bassa marea. Violenza naturale trasportata dalla corrente del fiume e depositata sulle spiagge di divertimento, che di notte sono deserte.

Hostal Pura Vida, Tamarindo. Concerti la sera, stesi sulle amache del cortile aperto.
La sera, è un tripudio di canadesi, americane e americani da film, tutti con aspetto da surfisti navigati e con il loro vociare caratteristico di chi si muove da padrone del mondo. Non nascondo che in generale mi sembrano troppo ingombranti, sebbene cerchino effettivamente di essere simpatici ed aperti. Parlo invece a lungo con quelli dello Tsunami Surf: due ticos, uno di Coco e l’altro della costa sud, sulla trentina o più. Parlano di surf, benessere fisico, donne, sesso. Le quebecois, le americane, le norvegesi, le europee, le spagnole… Sono calmi, simpatici senza essere invadenti. Qua in Costa Rica non ci si sente mai straniero, forse perché nemmeno loro hanno mantenuto molto della loro identità. I pochi indigeni si trovano in zone limitate, e per il resto la popolazione ha tratti in gran parte occidentali.

Partita di beach-rugby con messicani, Manuel Antonio.
Tutto è pura vida. Pure quando visitiamo un impianto eolico che è in stato di fermo per un temporale che ne ha messo fuori uso una parte. Mentre suonano allarmi ovunque, l’operatore della sala controllo chiama a destra e a manca con il telefono, rispondendo e esordendo con pura vida, con un tono quasi pigro. Non certo preoccupato. Passi in strada, pura vida. Adios, pura vida. Hola, pura vida. Qué tal, pura vida. Surf, pura vida. Chiriguaro, shot al peperoncino a cui ci siamo assuefatti, pura vida. Contagioso. Ovviamente il più delle volte dopo “vida” si ferma la conversazione…

Noche de fiesta en San José!
Ho dei ricordi bellissimi mentre riscrivo dall’aereo. La passeggiata finale al buio e in silenzio. Inutile parlare se non per stupirsi assieme dei fulmini all’orizzonte. La bellezza e il respiro sono sufficienti, il resto sarebbe rumore. Le onde dell’alta marea lasciano spazio a uno scenario onirico di grigi magici, dove la sabbia molle è punteggiata da conchiglie, noci di cocco, granchi, pesci rimasti in secca. Noi a piedi scalzi avanziamo. Ho un’inevitabile senso di malinconia. Le ore passate a surfare, shaka-shaka (saluto surfista copiato da Ronaldinho), la sensazione di farsi trasportare dall’onda, di cavalcarla. Cadere e ridere, ovviamente. Beccarsi anche qualche dolorosa tavolata sulla scapola, la capoccia o la pancia. La libertà di stare tutti in costume, a pochi metri dall’alloggio, coperti di Autan. Di farsi una surfata alle 6 di mattino, prima di iniziare il lavoro. Di lavorare a torso nudo nei buchi liberi. Di ridere, scherzare e prendere tutto con calma e leggerezza, portando però avanti i progetti, confrontandosi. Di giocare a rugby con il sole di mezzogiorno a Manuel Antonio, o a calcio con campi e palloni improbabili a San Ramón e al Díctamo.

Colori al tramonto, in acque placide di bassa marea, Tamarindo.
Il mio capo e ormai amico, Andrea, è un fenomeno come cooperante, come oratore, e come maestro di surf. Ci mette in piedi tutti sulle tavole affittate. Surfiamo divertendoci. Surfiamo all’alba, al tramonto, a mezzogiorno, nei tempi liberi. Un continuo tetris di viaggio, appuntamenti, svago, lavoro. Stancante. A volte i cambi di programma scombinano le carte, io mi secco perché mi sembra che rimane sempre molto lavoro arretrato. Andrea è generalmente rilassato, tranquillo, senza stress, con imprevedibili punte di improvvisa agitazione ma con un continuo entusiasmo contagiante. Abbiamo differenze di carattere sui tempi e programmi. Ma abbiamo tanto in comune, compreso gli ideali, esplicitamente dichiarati o meno, una voglia di costruire cose, un carattere a volte un po’ impulsivo, e la visione della vita come un fluire continuo. Calle 13, la nostra colonna sonora. No tenemos la vida resuelta. E’ un esempio. Crederci e anteporre la speranza alle comodità.

Equipo Surf!
C’è Marco V. Sardonico, calmo, pacifico e maturo, coi suoi 21 anni. A volte bastano sguardi di intesa per capirsi, scoppiare a ridere per qualche pensiero o commento comune. Compagno di viaggio ideale, e lavoratore quando serve. Oltre ad avere il tipico savoir fair del latin lover, con chitarra in mano e sguardo misterioso. Spazza gli avanzi di cibo di tutti.

Marco V., Marco P., Andrea, Fabio.
C’è Marco P., una delle persone più buone e trasparenti che conosco. Oltre a una serie di uscite inaspettate, dice le cose in faccia sempre con tatto. Mangia alla velocità della luce, e la sua autoironia è fantastica: servirebbe a tutti. Parla dei suoi sogni, in buona parte coincidono coi miei. Vive per l’utopia, e anche in questo mi riconosco, anche se qualche anno in più nel mio caso mi ha ammorbidito con piccole iniezioni di realismo che rendono più morbido e piacevole l’impatto con la realtà. E, non ultimo, è un ingegnere in gamba con cui mi piacerebbe lavorare anche in futuro, dopo il progetto in corso al Dictamo, su cui lavoriamo molto. Un ingegnere un po’ artistico e poco quadrato, come si auto-definisce sin dall’inizio, indossando la maglietta del Piccolo Principe.

Una surfata con Andrea, il miglior maestro!
C’è Fabio, tranquillità in persona. Curioso, aperto, sempre disponibile e amichevole con tutti. Lavora quando deve, si diverte quando vuole. Parla volentieri di tutto, e si ferma un mese in Costa Rica. Se busca la vida, ma senza un briciolo di ansia. Come viene viene. Da Ascoli a San José, come fosse un passo.

Rocce nere spuntano dalla bassa marea: la spiaggia si allunga di 100 metri e lascia pozze, molluschi, detriti (noci di cocco e conchiglie) e giochi di luce.
Ci sono Fabrizio, Chris, Steve, Zafi, Francesco, Marco R., Martina, che ci accompagnano a tratti. Tutte persone eccezionali, ognuna con le sue peculiarità: la giovalità, l’iperattività e le risate di Zafi; l’introspettività aperta di Chris, marine anomalo dalla Virginia, culo perennemente sul bordo del pick-up catracho, leggendo al vento vari libri di Sofocle e 100 años de soledad di García Marquez (Melchiade sempre tra noi!); la saggezza sessuagenaria di Steve, veterano texano dello sviluppo sostenibile, con la sua chioma di paglia bianca che fa il pari con la mia; la passione per il proprio lavoro di Fabri, vecchia conoscenza milanese dall’anno scorso; la serafica tranquillità matura di Francesco, con cui condividiamo una piacevole incertezza sul futuro; la disponibilità, pazienza e positività di Marco R., campione di pallavolo e direttore della Camera di Commercio italo-costaricense; la inquieta ed attraente voglia di vivere della sua bella Martina. Ci sono anche tanti altri personaggi che incontriamo per stringere e mantenere collaborazioni e progetti: Lulù, Jorge, Alex di ReTe e tutta la compagnia italiana di Tegucigalpa; Wilmer; Jose Enrique, padre della mia grande amica tica di Barcelona, Marina; Adrian, di Enel.

Shaka-Shaka! Fabio, Daniele, Andrea sulla schiuma
E poi c’è Lea, unica donna quasi sempre. Silenziosa quanto basta e sorridente, come un Sole. Spesso la vedo dallo specchietto, mentre guido, ascoltare musica e guardare dal finestrino, prima di riaccocolarsi sul sedile a dormire o di reclamare cibo, con attacchi di fame improvvisi e poco duraturi. Condividiamo l’amore per la Spagna e un carattere un po’ nordico. Lea ed io, supervisionati da Andrea e accompagnati dal resto del gruppo, abbiamo messo su un progetto nuovo a Cuero y Salado, e per come è nato dal nulla rimane una delle cose più belle di questo mese. E’ giovane e molto bella e parla spagnolo con un rapido accento italo-andaluso. Le foto più belle sono le sue dall’iPhone, da copertina. Mi mancherà vedere la sua lunga cascata dorata quando anch’io siedo nei sedili posteriori, contemplare las calles de Latinoamérica al tramonto coi finestrini aperti, e scambiare due parole e sorrisi tranquilli.


Spiaggia a Manuel Antonio.

Oltre a loro, c’è chi dal backstage di Roma appoggia le nostre attività, o le rivive: Ric, professionale e attento a tutto; Caterina, instancabile comunicatrice; Giulia, che rivive sei mesi di colorati ricordi centroamericani coi miei racconti, con la stessa bellissima infantile e matura meraviglia verso el pueblo que camina.
 
Agua! Da sx: Marco P., Lea, Daniele, Andrea, Fabio, Marco V. (in acqua).
Le altre spiagge viste in queste due settimane sono tutte sul pacifico. Jacó, battesimo Pacifico per molti di noi, e meta turistica numero uno per il surf, che per lo scempio di un paio di palazzi ricorda un po’ l’edilizia costiera europea. Anche se la spiaggia è comunque molto bella e pulita, come tutte quelle che abbiamo visto. Manuel Antonio, paradiso naturale dove le guide identificano animaletti a decine di metri di distanza puntandoli con il telescopio. Vediamo bradipi, lenti scimmiotti con pochi muscoli e molti tendini; scimmie dalla faccia bianca; mapaches, iguane, pipistrelli. C’è cura e cultura tra i ticos. Cuidan su tierra, perché ne hanno fatto una ricchezza da preservare a tutti i costi. Naturalmente, a un’occhiata più approfondita non tutto è oro, e spesso c’è un filoamericanismo evidente in vetrine, atteggiamenti e prezzi, ma sicuramente il Costa Rica rappresenta una punta di diamante a livello mondiale per ambiente e società.

Tamarindo al tramonto, dopo il lungo scroscio diurno e prima del temporale notturno. Le nubi giocano serie in un orizzonte tanto denso e vasto da essere quasi tangibile.
Sono ora sul treno verso le terre nordiche italiane. Un cappuccino a Roma e una passeggiata al sole all’Acquario romano mi hanno ricordato che bella è l’Italia. Mentre mi godo qualche giorno di Italia, famiglia e amici, prima di partire per l’Africa, voglio leggere le vene aperte dell’America Latina di Galeano e ascoltare musica valenciana, mentre chiacchiero ogni tanto con i miei fratelli spagnoli, e mentre do un’occhiata a offerte di lavoro e proposte di progetti futuri per l’autunno, con le idee molto più chiare e soddisfatte su dove mi sono ficcato.

Surfata alle 6 di mattino, Tamarindo.
Próxima estación: Uganda. Y esperanza, siempre. Pura vida, puro mundo.

.the.Hive.

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