dimecres, 25 de maig del 2016

Gente

Scrivo dall’ostello Los Yoses, San José de Costa Rica. Gente tranquilla, sia i miei compagni di viaggio, ormai una famiglia, sia gli altri ospiti. Di fianco una ragazza guarda Facebook, così come a Tamarindo nell’ostello tre o quattro erano stravaccati a sfogliare il whatsapp con il dito. Spesso ci sono i momenti (a?)social, tutti col pollice che scorre. A me risulta sempre più difficile trovare interesse nei pixel. Non riescono a distogliere l’attenzione da quel che mi circonda, né colmare le mancanze di amici, affetti, parenti. Scrivo, scrivo qui (con pixel, per essere incoerente con quel che ho appena detto!), sul diario che ha in copertina la Sagrada Familia, che Aida mi ha regalato qualche mese fa. Scrivo per lo stesso motivo illogico e forse stupido per cui vado a correre. Mentre sto qua, in questi giorni, travolto da tante attività, spostamenti, incontri, momenti assieme, giochi, festa, osservo, penso, connetto. Così come fanno tutti, inconsciamente o meno.

Forse è ovvio, forse ai trent’anni dovrebbe essere una cosa assimilata, eppure mi sto rendendo conto di una cosa: di come gli esseri umani siano davvero simili. L’avidità e la generosità si trvano in villaggi e metropoli, nella culla del benessere occidentale così come negli antri del Centroamerica. La propensione all’alcol, l’amore per il calcio, la tendenza ad adorare un Dio a cui aggrapparsi e ringraziare (e maledire a denti stretti). La diversità di caratteri: il timido, lo sbruffone, l’estroversa, il serio. C’è sempre più differenza tra persone con diversi caratteri di uno stesso popolo, che tra gemelli di diversi continenti.

Nelle strade, mamme portano per kilometri in braccio i loro piccoletti. Dove vanno? Siamo in mezzo alla campagna arida. Camminano. Un pueblo que camina. Uomini che caricano fascine e fascine di legna sulla bici, in Nicaragua come in Tanzania. Non in Costa Rica, un Paese che a prima vista, dal finestrino, è spesso difficilmente distinguibile da cittadine statunitensi, ma che riserva un’attenzione molto più spinta alla società (educazione) e ambiente (parchi nazionali ovunque e politiche in alcuni settori all’avanguardia).

Donne che scambiano quello sguardo per un istante, senza sapere nulla né condividere alcunchè. Linguaggio non verbale, che trascende confini e comunica cose che vanno al di là della cultura, e toccano qualcosa di primitivo. Gli occhi e le mani sanno trasmettere più della lingua.

Bambini, non tanti come in Africa, ma quando ci sono sono bellissimi. Uomini che riposano appoggiati a calde pareti. Nelle campagne, la lentezza della vita che scorre sotto una cappa di caldo, sussistenza o povertà.

C’è voglia di festa, di conoscere, di scambiare quattro parole, di lavorare assieme. Il fatto di stare in un progetto e muoversi in gruppo rende le interazioni molto più facili, permette accedere alla vita vera delle persone, di smarcarsi dal ruolo di turista, per avvicinarsi alla loro vita. E la loro vita, ripeto, è simile a quella di chiunque. Chi può trovare il modo di far soldi, lo fa. Le differenze ci sono e probabilmente, come sempre, in aumento. Differenze economiche e di educazione.

C’è razzismo, ovunque, da noi così come in questi mondi. Costaricensi che si dicono stufi del milione di nicaraguensi (considerati esattamente come i rumeni da noi), ovviamente dopo aver detto “Yo no soy racista pero…”. Honduregni iper-orgogliosi del loro paese e che sparano a zero contro i salvadoregni. Sentimenti anti-spagnoli, in principio legittimi, per come i gloriosi occidentali distrussero a zero pressochè tutte le civiltà originali americane. Però mi sfugge proprio questo sentimento quando chi lo professa è una ricca costaricense, dai tratti e avi occidentali, che disprezza i nicaraguensi e insulta gli statunitensi dopo essere vissuta là… La storia centro-americana, un garbuglio dove il colonialismo classico è stato poi sostituito dal neo-imperialismo statunitense, dai metodi più raffinati e subdoli dei conquistadores di 500 anni fa, e rappresentato da compagnie di saccheggio delle risorse naturali, e dal controllo politico più o meno esplicito.

E poi, c’è la luce negli occhi. Quella di cui ho già parlato. Dei cooperanti. Quella di Andrea e di due ragazzi di Engeneers Without Borders di Cornell (USA), in una chiamata Skype notturna, stanchissimi dopo un giorno intero di lavoro. Questi studenti di ingegneria vogliono attrezzare i campi profughi con pannelli solari. Ci sono persone che ci dedicano la vita, o la gioventù. Che sperano, e vivono e lavorano per quello. Bellissimo. Anche questo trascende confini, colori, razze, trascende odio, guerre, tensioni, differenze. Mani tese. Occhi aperti e accesi.

In Costa Rica sento di aver già più o meno quasi terminato l’avventura vera. Si lavora, si fa surf sul Pacifico, e si vedono posti splendidi. Prezzi quasi europei. Persino lo spagnolo ha spesso caratteristiche particolari, la “r” viene pronunciata come fosse un gringo che parla spagnolo. Un Paese sicuramente particolare e contraddittorio.

.the.Hive.

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