diumenge, 1 de maig del 2016

Olancho, Honduras


Cinque giorni di puro isolamento in mezzo alla provincia di Olancho, Honduras. Lavoriamo al villaggio di El Díctamo, circa 200 persone, lontano 24 km dal primo centro abitato, La Unión, che sembra letteralmente uscito da un film Spaghetti Western. Alloggiamo a metà strada, dove passo delle notti di puro sonno ameno, e vivo delle ore di pura contemplazione verso lo spettacolo notturno più bello della mia vita, di cui parlo più avanti.

Quando si lascia la strada principale e si devia verso le montagne di Olancho centrale, il territorio è cosparso di boschi e di allevamenti. I boschi, massacrati. Deforestazione, incendi appiccati da allevatori ed agricoltori, e pini seccati dall’implacabile piaga del gorgojo. Un insetto che si infila tra corteccia e legno, scava e si riproduce velocemente. Tutti ne parlano. Il paesaggio sembra il viso di una novantenne che era stata attrice, o di una bella honduregna colpita da più malattie. Desolante. Tutti parlano anche dei cambiamenti climatici che stanno colpendo duramente il Paese. Qua l’argomento non è una pillola da ambientalisti, è una realtà che persino i contadini più isolati conoscono, così come El Niño e La Niña. Fa caldo, è tutto secco, manca acqua, le piante muoiono. Temono l’arrivo di un nuovo uragano Mitch (il secondo più violento mai registrato), che nel 1998 (in corrispondenza di un’annata con El Niño) travolse ogni centimentro quadrato del Paese, distruggendo ogni sorta di infrastruttura. Oggi ancora non si è recuperato del tutto. Mitch è il nome di un fantasma terribile.

Dopo un paio di ore di strada bianca, si arriva alla zona del Parco Nazionale La Muralla. Si entra nella zona de amortiguamento, che circonda il nucleo vero e proprio del parco, e che è punteggiata da bellissimi cafetales (piantagioni di caffè), e coltivazioni di mais e fagioli (non ancora seminati). Confesso ai miei compagni di viaggio honduregni che è la prima volta che vedo la pianta del caffè. E io ne bevo a litri! Ridono increduli. Qui è un’altra cosa. Sebbene i due parassiti, ossia l'uomo con i massacri forestali e il gorgojo con la sua voracità, colpiscano duramente anche la riserva naturale, qua almeno l’ambiente è più verde, ben tenuto. E il rifugio dove alloggiamo, favoloso. Un centro di visitatori in legno, ben tenuto, grande, con una decina di letti. C’è Pedrito, il custode locale, che vive tra La Muralla con le sue camminate nei boschi e il paese de La Unión tra alcol, moglie con 6 figli, e chiacchiere con tutti. C’è suo nipote, Alalí. Un occhio bendato per sempre e una vistosa cicatrice sul polpaccio. Due assalti con arma subiti e finiti con pallottole. Ha perso la vista ma dopo aver riguadagnato la vita dopo 48 giorni di coma. Ha 25 anni. Racconta che gli scendono lacrime se ci pensa, ma è la vita. Si nota in lui un certo nervosismo quando vede arrivare qualcuno. Gli piace parlare, non ha potuto studiare per andare a lavorare e, come molti anche nel villaggio, parlano di cibo, boschi, tempo, e importanza del lavoro. Cose ovvie, forse. Ma vere. Sua figlia ha 2 anni ed è splendida. È timida, ma ha il più  bel sorriso del mondo, come la madre che ci prepara ogni mattina la colazione tipica catracha, cioè caffè molto molto dolce, fagioli schiacciati, e tortillas. La bimba si scioglie solo l’ultimo giorno, mi chiama, vuole giocare e mi parla per la prima volta. Dolcissima. Solo poche ore prima, la sera, ero attorniato da tanti bimbi del villaggio che non mi lasciano andare a cenare per stare con loro a fabbricare aeroplani di carta, una volta presa confidenza con questo chelito dai capelli biondi lunghi (“sono veri?” mi chiede una ragazza in un taxi un giorno).

Dicevo, le notti nel rifugio de La Muralla. Incredibile. La prima notte, dopo una leggera pioggia, mi affaccio sul bel balcone, che si affaccia sul bosco ancora intatto. E’ tutto buio, alle 20 tutti dormono già, perché tutti abbiamo viaggiato molto e ci si sveglia alle 5. Le giornate sono pesanti, tra spostamenti su strade difficili, carico di materiali, riunioni, coordinamento delle squadre di lavoro e sul campo. Sono isolato, senza copertura del cellulare, senza internet, e con dei compagni di lavoro honduregni che già dormono, nella loro routine. Io esco al balcone, nel buio. E sono travolto dai suoni della foresta. Impossibile distinguerli tutti. Uccelli, scimmie urlatrici, cicale, grilli, rane. Un concerto. E in questo incredibile caos di vita, il buio spruzzato qua e là da puntini luminosi. Luci sopra, delle stelle di cui la metà sono a me sconosciute o quasi. Riconosco la famosa Croce del Sud. E luci tutto attorno, intermittenti. Centinaia e centinaia di lucciole. Non ho mai visto nulla di simile. È una immersione quasi panteistica nella vita in tutte le sue forme. Mozza il fiato ed è una sensazione ancestrale di appagamento, pari solo a quella intima e passionale tra due innamorati. Vado a letto completamente in estasi. Non ricordo aver dormito così bene da tempo.

La mattina, il concerto si ripete, ma è meno impetuoso, è più un crescendo, come se gli alberi stessi, la terra umida, e tutte le forme di vita sbadigliassero e tornassero alla vita. La radio di Pedrito marca l’inizio di un nuovo giorno. La vita, qui, comincia alle 5, ed è un piacere immenso che sia così, svegliandosi con il bosco in fermento alle prime luci. Mi alzo alle 5,30, dopo aver scritto, letto, o raccolto le idee di lavoro per la giornata. Il progetto ha bisogno di avanzare. Mi sento felice per farne parte, anche se è duro.
Anche nel villaggio de El Díctamo, fulcro dei nostri lavori con l’installazione di una piccola turbina su un ruscello per dare corrente a 56 case, la vita finisce alle 19, quando il Sole è già sceso in picchiata sotto l’orizzonte per riapparire 12 ore dopo. Si lavora molto, sotto la scrupolosa direzione dell’Ing. Roberto Fromm, un ingegnere agronomo della Federación Hondureña de Investigación Agrícola, o meglio ancora un tuttologo ostinato bonario e rude, e un po’ testardo. Burbero all’apparenza, ha un cuore d’oro, si indigna quando si parla di delinquenza, di cose mal fatte, e da tutta l’anima e la volontà per questo progetto. Si inerpica per scarpate impossibili dove pure io ho paura di scivolare giù nel ruscello. Tutto per tracciare con esattezza il percorso dei tubi che portano l’acqua dalla presa alla turbina. Cinque giorni con lui, 74 anni, per imparare tanto sugli aspetti tecnici e pratici del progetti di elettrificazione rurale, e, più in generale, sull’Honduras, sulle tradizioni, sui problemi. Impossibile spiegarlo tutto. Diciamo che nonostante tutto lui crede in quello che fa per sopperire ai mille problemi di questo paese dalla storia strana e poco conosciuta. Mi ricorda mio nonno un po’, ma molto più positivo.

I ragazzi del villaggio che partecipano ai lavori sono soprattutto giovani e chiassosi, si chiamano a urla, prendono bonariamente in giro me per poi cercare comunque amicizia. Si lavora assieme. Ci separa tutto, la loro mentalità mi risulta così lontana, nel bene e nel male, ci separa tanto ma non la cosa più importante: siamo essere umani. E ci unisce il calcio, argomento collante in quasi qualunque angolo del mondo. Molto del loro stile di vita assomiglia a quello dei nostri nonni, legato alla terra, all’ambiente. Eppure, anche qui il paradosso dell’essere umano: la loro saggezza si mischia con tradizioni millenarie come dar fuoco per pulire prati e boschi, lasciare qualsiasi tipo di pattumiera nei campi o nei canali di scolo dove le acque grigie scorrono impastate con fango, marcato da impronte di gallina che beccano proprio lì. L’educazione, la conoscenza… Questo conflitto, queste contraddizioni, le vidi anche in Africa, sono proprie dell’essere umano, sono il Yin e Yang della condizione umana. Non credo nessuno abbia la ricetta per questo. Ma l’educazione e l’informazione sono necessarie. Per questo l’ultimo giorno, nell’assemblea comunitaria, cerco di trasmettere questi concetti in modo molto pacato, prendendo la parola, davanti alla comunità e alle autorità locali, come rappresentante dell’ONG donatrice (ReTe ONG) e dei vari organismi europei coinvolti. Mi ascoltano attenti. Chissà se serve a evitare che diano fuoco a un altro ettaro, o anche solo che un paio di cartacce siano ingerite dalle galline, o delle pile usate vangate sotto per far crescere i fagioli…

Qua girano molte magliette di progetti finanziati dall’Unione Europea. Il nome da solo evoca rispetto per loro. Io non so che dire, a parte che effettivamente i soldi finora impiegati sono stati ben utilizzati per questo progetto pilota, sebbene abbia inevitabilmente sofferto ritardi, cambi, ripensamenti. Anche qui, sospendo il giudizio sulla reale bontà degli europei per la cooperazione, ma è innegabile che i benefici per la gente qua sono reali e necessari.

Nel villaggio ci sono animali ovunque. Cavalli, maiali, vacche, vitelli, pony, galline, tutti in mezzo alla strada. Ma non solo nel villaggio: in tutta la provincia. Nulla a che fare con Teguz, molto a che fare con, ad esempio, con Gonnostramatza, 800 anime e migliaia di animali, in Sardegna. Una vacca la notte prima si è impigliata nella recinzione spinata. Quando hanno tagliato il filo, è rotolata giù in un canyon. L’hanno tirata su a peso, ma deve essersi rotta qualcosa. Rimane così sofferente sul sentiero polveroso (e impedendo l’arrivo in macchina al nostro cantiere inferiore), sdraiata e incapace di alzarsi, per vari giorni, agonizzando al sole, coperta di formiche e mosche e ricevendo un po’ di cibo e acqua una volta al giorno. La strana e contraddittoria relazione tra pastore e bestiame. Il Yin e Yang dell’allevatore. Non so che fine ha fatto.

Lavoriamo nell’acqua. Faccio un po’ di tutto. Perlustro ciò che è stato fatto, ripercorro le sdrucciolevoli pendici della gola dove scorre il ruscello che ha ora la portata minima (si aspetta a giorni la pioggia). Ascolto e imparo dall’ingegnere, discuto e mi confronto con lui quando sono all’altezza di farlo. Aiuto gli operai che a turno si smazzano due giorni di lavoro invece di andare a coltivare. Controparte del progetto donato è la loro manodopera, e questo non era stato capito (si crearono fraintesi e malumori). Misuriamo, calcoliamo quanta luce avranno queste 200 anime con questa quantità di acqua, con questo salto (75 metri, con 800 metri di tubi). Sufficiente a illuminare il villaggio e a tenere un po’ di frigoriferi, per una bella Imperial fredda, o anche un refresco al tamarindo. “Esta aldea se va a alegrar” è la cantilena dell’ingegnere, memore di una ventina di altri progetti simili. Non è sufficiente, forse per fortuna, a tenere i lussi di cui godiamo in Europa. Lussi che io reputo enormemente superflui. Opinione strettamente personale.

Ceniamo molto presto, alle 18 (mi rifiuto alle 17, in quel caso poi in camera mi cibo delle riserve che ho, cioè formaggio e pane posso). Cena, pranzo, colazione: gli ingredienti sono invariati. Fagioli, tortillas, e a turno uova, carne, riso, o repollo e carote (insalata). Come sempre, non faccio nessuna fatica ad adattarmi, sebbene evito la carne al mattino almeno (essere vegetariano in queste situazioni risulta impossibile e un tantino snob). La compagnia è tranquilla. Insieme all’ingegnere, c’è Fran, un evangelista ebanista tutto fare molto disciplinato, serio, ma simpatico e voglioso di parlare. Tranquillità ideale, anche per dare spazio alla contemplazione del paesaggio durante i molti tragitti sul 4x4 dell’ingegnere.

Il sabato torno a Teguz, per trovarmi con tutti gli altri italiani. Aspetto un po’ di ore a La Unión, nell’ufficio di Jorge (ReTe ONG), e poi nella piazza centrale. Lì attiro un po’ di signori vogliosi di spiegarmi dei loro malanni, della loro miseria. Ascolto. Non c’è nulla da fare. Nessuno ha nulla da fare. Riposano. Hanno caldo. Hanno poco lavoro. Polvere, sopra, sotto, dalla terra e dal cielo (per gli incendi). Il Sole è pallido e impolverito pure lui. Una cappa di lentezza sorniona avvolge tutto. Arriva il bus. Il bus ci mette qualche ora, con il tipico calore un po’ soffocante e gente che offre cibo a ogni fermata. Compro qualche schifezza, tipo patatine e pannocchia scottata. Come sempre, chiunque a cui chiedo è voglioso di darmi indicazioni o aiutarmi. Come sempre, mi credono gringo e qualcuno mi dice che parla inglese, qualcuno che è stato nella Carolina del Nord... I gringos qua sono allacciati con la storia del Paese e non sono malvisti, ma nemmeno benvoluti. Almeno mi pare. I finestrini e parabrezza dei bus, i negozi, i grandi murales, tutti pieni di cubitali e pomposi inni a Gesù e a Dio (Mi vida es la sangre de Cristo, Dios es vida, Solo Jescristo es el camino...). Le pubblicità della Pepsi, dipinte con colori sgargianti sull'intonaco delle case.

Si siede di fianco a me una ragazza splendida. Avrà 18 o 20 anni e un viso e un corpo da favola. Quelli attorno intentano attaccare discorso con lei. Io invece finisco per perdermi nel mio diario e nel paesaggio caloroso e incendiato, gustarmi l’avventura, e lei si perde nel whatsapp. Solo le offro una mentina e ottengo un breve sorriso sincero. Adios.

De vuelta a Teguz.

.the.Hive.

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