Cinque giorni di puro isolamento in mezzo alla provincia di
Olancho, Honduras. Lavoriamo al villaggio di El Díctamo, circa 200 persone, lontano 24 km dal primo centro
abitato, La Unión, che sembra letteralmente uscito da un film Spaghetti Western. Alloggiamo a metà
strada, dove passo delle notti di puro sonno ameno, e vivo delle ore di pura
contemplazione verso lo spettacolo notturno più bello della mia vita, di cui
parlo più avanti.
Quando si lascia la strada principale e si devia verso le
montagne di Olancho centrale, il territorio è cosparso di boschi e di
allevamenti. I boschi, massacrati. Deforestazione, incendi appiccati da
allevatori ed agricoltori, e pini seccati dall’implacabile piaga del gorgojo. Un insetto che si infila tra corteccia e legno, scava e si riproduce velocemente. Tutti ne parlano. Il paesaggio
sembra il viso di una novantenne che era stata attrice, o di una bella
honduregna colpita da più malattie. Desolante. Tutti parlano anche dei
cambiamenti climatici che stanno colpendo duramente il Paese. Qua l’argomento
non è una pillola da ambientalisti, è una realtà che persino i contadini più
isolati conoscono, così come El Niño e La Niña. Fa caldo, è tutto secco, manca
acqua, le piante muoiono. Temono l’arrivo di un nuovo uragano Mitch (il secondo
più violento mai registrato), che nel 1998 (in corrispondenza di un’annata con
El Niño) travolse ogni centimentro quadrato del Paese, distruggendo ogni sorta
di infrastruttura. Oggi ancora non si è recuperato del tutto. Mitch è il nome
di un fantasma terribile.
Dopo un paio di ore di strada bianca, si arriva alla zona
del Parco Nazionale La Muralla. Si entra nella zona de amortiguamento, che circonda il nucleo vero e proprio del
parco, e che è punteggiata da bellissimi cafetales
(piantagioni di caffè), e coltivazioni di mais e fagioli (non ancora seminati).
Confesso ai miei compagni di viaggio honduregni che è la prima volta che vedo
la pianta del caffè. E io ne bevo a litri! Ridono increduli. Qui è un’altra
cosa. Sebbene i due parassiti, ossia l'uomo con i massacri forestali e il gorgojo con la sua voracità, colpiscano duramente anche la riserva naturale, qua almeno l’ambiente è più
verde, ben tenuto. E il rifugio dove alloggiamo, favoloso. Un centro di
visitatori in legno, ben tenuto, grande, con una decina di letti. C’è Pedrito,
il custode locale, che vive tra La Muralla con le sue camminate nei boschi e il
paese de La Unión tra alcol, moglie con 6 figli, e chiacchiere con tutti. C’è
suo nipote, Alalí. Un occhio bendato per sempre e una vistosa cicatrice sul
polpaccio. Due assalti con arma subiti e finiti con pallottole. Ha perso la
vista ma dopo aver riguadagnato la vita dopo 48 giorni di coma. Ha 25 anni.
Racconta che gli scendono lacrime se ci pensa, ma è la vita. Si nota in lui un
certo nervosismo quando vede arrivare qualcuno. Gli piace parlare, non ha
potuto studiare per andare a lavorare e, come molti anche nel villaggio,
parlano di cibo, boschi, tempo, e importanza del lavoro. Cose ovvie, forse. Ma
vere. Sua figlia ha 2 anni ed è splendida. È timida, ma ha il più bel sorriso del mondo, come la madre che ci
prepara ogni mattina la colazione tipica catracha,
cioè caffè molto molto dolce, fagioli schiacciati, e tortillas. La bimba si scioglie solo l’ultimo giorno, mi chiama,
vuole giocare e mi parla per la prima volta. Dolcissima. Solo poche ore prima,
la sera, ero attorniato da tanti bimbi del villaggio che non mi lasciano andare
a cenare per stare con loro a fabbricare aeroplani di carta, una volta presa
confidenza con questo chelito dai
capelli biondi lunghi (“sono veri?” mi chiede una ragazza in un taxi un giorno).
Dicevo, le notti nel rifugio de La Muralla. Incredibile. La
prima notte, dopo una leggera pioggia, mi affaccio sul bel balcone, che si
affaccia sul bosco ancora intatto. E’ tutto buio, alle 20 tutti dormono già, perché
tutti abbiamo viaggiato molto e ci si sveglia alle 5. Le giornate sono pesanti,
tra spostamenti su strade difficili, carico di materiali, riunioni,
coordinamento delle squadre di lavoro e sul campo. Sono isolato, senza
copertura del cellulare, senza internet, e con dei compagni di lavoro
honduregni che già dormono, nella loro routine. Io esco al balcone, nel buio. E
sono travolto dai suoni della foresta. Impossibile distinguerli tutti. Uccelli,
scimmie urlatrici, cicale, grilli, rane. Un concerto. E in questo incredibile
caos di vita, il buio spruzzato qua e là da puntini luminosi. Luci sopra, delle
stelle di cui la metà sono a me sconosciute o quasi. Riconosco la famosa Croce
del Sud. E luci tutto attorno, intermittenti. Centinaia e centinaia di lucciole.
Non ho mai visto nulla di simile. È una immersione quasi panteistica nella vita
in tutte le sue forme. Mozza il fiato ed è una sensazione ancestrale di
appagamento, pari solo a quella intima e passionale tra due innamorati. Vado a
letto completamente in estasi. Non ricordo aver dormito così bene da tempo.
La mattina, il concerto si ripete, ma è meno impetuoso, è
più un crescendo, come se gli alberi stessi, la terra umida, e tutte le forme
di vita sbadigliassero e tornassero alla vita. La radio di Pedrito marca l’inizio
di un nuovo giorno. La vita, qui, comincia alle 5, ed è un piacere immenso che
sia così, svegliandosi con il bosco in fermento alle prime luci. Mi alzo alle
5,30, dopo aver scritto, letto, o raccolto le idee di lavoro per la giornata.
Il progetto ha bisogno di avanzare. Mi sento felice per farne parte, anche se è
duro.
Anche nel villaggio de El Díctamo, fulcro dei nostri lavori
con l’installazione di una piccola turbina su un ruscello per dare corrente a
56 case, la vita finisce alle 19, quando il Sole è già sceso in picchiata sotto
l’orizzonte per riapparire 12 ore dopo. Si lavora molto, sotto la scrupolosa
direzione dell’Ing. Roberto Fromm, un ingegnere agronomo della Federación Hondureña de Investigación Agrícola,
o meglio ancora un tuttologo ostinato bonario e rude, e un po’ testardo. Burbero
all’apparenza, ha un cuore d’oro, si indigna quando si parla di delinquenza, di
cose mal fatte, e da tutta l’anima e la volontà per questo progetto. Si
inerpica per scarpate impossibili dove pure io ho paura di scivolare giù nel
ruscello. Tutto per tracciare con esattezza il percorso dei tubi che portano l’acqua
dalla presa alla turbina. Cinque giorni con lui, 74 anni, per imparare tanto
sugli aspetti tecnici e pratici del progetti di elettrificazione rurale, e, più
in generale, sull’Honduras, sulle tradizioni, sui problemi. Impossibile
spiegarlo tutto. Diciamo che nonostante tutto lui crede in quello che fa per
sopperire ai mille problemi di questo paese dalla storia strana e poco
conosciuta. Mi ricorda mio nonno un po’, ma molto più positivo.
I ragazzi del villaggio che partecipano ai lavori sono
soprattutto giovani e chiassosi, si chiamano a urla, prendono bonariamente in
giro me per poi cercare comunque amicizia. Si lavora assieme. Ci separa tutto,
la loro mentalità mi risulta così lontana, nel bene e nel male, ci separa tanto
ma non la cosa più importante: siamo essere umani. E ci unisce il calcio,
argomento collante in quasi qualunque angolo del mondo. Molto del loro stile di
vita assomiglia a quello dei nostri nonni, legato alla terra, all’ambiente. Eppure,
anche qui il paradosso dell’essere umano: la loro saggezza si mischia con
tradizioni millenarie come dar fuoco per pulire prati e boschi, lasciare
qualsiasi tipo di pattumiera nei campi o nei canali di scolo dove le acque
grigie scorrono impastate con fango, marcato da impronte di gallina che beccano
proprio lì. L’educazione, la conoscenza… Questo conflitto, queste
contraddizioni, le vidi anche in Africa, sono proprie dell’essere umano, sono
il Yin e Yang della condizione umana. Non credo nessuno abbia la ricetta per
questo. Ma l’educazione e l’informazione sono necessarie. Per questo l’ultimo
giorno, nell’assemblea comunitaria, cerco di trasmettere questi concetti in
modo molto pacato, prendendo la parola, davanti alla comunità e alle autorità
locali, come rappresentante dell’ONG donatrice (ReTe ONG) e dei vari organismi
europei coinvolti. Mi ascoltano attenti. Chissà se serve a evitare che diano
fuoco a un altro ettaro, o anche solo che un paio di cartacce siano ingerite
dalle galline, o delle pile usate vangate sotto per far crescere i fagioli…
Qua girano molte magliette di progetti finanziati dall’Unione
Europea. Il nome da solo evoca rispetto per loro. Io non so che dire, a parte
che effettivamente i soldi finora impiegati sono stati ben utilizzati per questo
progetto pilota, sebbene abbia inevitabilmente sofferto ritardi, cambi,
ripensamenti. Anche qui, sospendo il giudizio sulla reale bontà degli europei
per la cooperazione, ma è innegabile che i benefici per la gente qua sono reali
e necessari.
Nel villaggio ci sono animali ovunque. Cavalli, maiali,
vacche, vitelli, pony, galline, tutti in mezzo alla strada. Ma non solo nel
villaggio: in tutta la provincia. Nulla a che fare con Teguz, molto a che fare
con, ad esempio, con Gonnostramatza, 800 anime e migliaia di animali, in
Sardegna. Una vacca la notte prima si è impigliata nella recinzione spinata.
Quando hanno tagliato il filo, è rotolata giù in un canyon. L’hanno tirata su a
peso, ma deve essersi rotta qualcosa. Rimane così sofferente sul sentiero
polveroso (e impedendo l’arrivo in macchina al nostro cantiere inferiore),
sdraiata e incapace di alzarsi, per vari giorni, agonizzando al sole, coperta
di formiche e mosche e ricevendo un po’ di cibo e acqua una volta al giorno. La
strana e contraddittoria relazione tra pastore e bestiame. Il Yin e Yang dell’allevatore.
Non so che fine ha fatto.
Lavoriamo nell’acqua. Faccio un po’ di tutto. Perlustro ciò
che è stato fatto, ripercorro le sdrucciolevoli pendici della gola dove scorre
il ruscello che ha ora la portata minima (si aspetta a giorni la pioggia).
Ascolto e imparo dall’ingegnere, discuto e mi confronto con lui quando sono all’altezza
di farlo. Aiuto gli operai che a turno si smazzano due giorni di lavoro invece
di andare a coltivare. Controparte del progetto donato è la loro manodopera, e
questo non era stato capito (si crearono fraintesi e malumori). Misuriamo,
calcoliamo quanta luce avranno queste 200 anime con questa quantità di acqua,
con questo salto (75 metri, con 800 metri di tubi). Sufficiente a illuminare il
villaggio e a tenere un po’ di frigoriferi, per una bella Imperial fredda, o anche un refresco al tamarindo. “Esta aldea se
va a alegrar” è la cantilena dell’ingegnere, memore di una ventina di altri
progetti simili. Non è sufficiente, forse per fortuna, a tenere i lussi di cui
godiamo in Europa. Lussi che io reputo enormemente superflui. Opinione
strettamente personale.
Ceniamo molto presto, alle 18 (mi rifiuto alle 17, in quel
caso poi in camera mi cibo delle riserve che ho, cioè formaggio e pane posso).
Cena, pranzo, colazione: gli ingredienti sono invariati. Fagioli, tortillas, e a turno uova, carne, riso,
o repollo e carote (insalata). Come
sempre, non faccio nessuna fatica ad adattarmi, sebbene evito la carne al
mattino almeno (essere vegetariano in queste situazioni risulta impossibile e
un tantino snob). La compagnia è
tranquilla. Insieme all’ingegnere, c’è Fran, un evangelista ebanista tutto fare
molto disciplinato, serio, ma simpatico e voglioso di parlare. Tranquillità
ideale, anche per dare spazio alla contemplazione del paesaggio durante i molti
tragitti sul 4x4 dell’ingegnere.
Il sabato torno a Teguz, per trovarmi con tutti gli altri
italiani. Aspetto un po’ di ore a La Unión, nell’ufficio di Jorge (ReTe ONG), e
poi nella piazza centrale. Lì attiro un po’ di signori vogliosi di spiegarmi
dei loro malanni, della loro miseria. Ascolto. Non c’è nulla da fare. Nessuno
ha nulla da fare. Riposano. Hanno caldo. Hanno poco lavoro. Polvere, sopra,
sotto, dalla terra e dal cielo (per gli incendi). Il Sole è pallido e
impolverito pure lui. Una cappa di lentezza sorniona avvolge tutto. Arriva il
bus. Il bus ci mette qualche ora, con il tipico calore un po’ soffocante e
gente che offre cibo a ogni fermata. Compro qualche schifezza, tipo patatine e
pannocchia scottata. Come sempre, chiunque a cui chiedo è voglioso di darmi
indicazioni o aiutarmi. Come sempre, mi credono gringo e qualcuno mi dice che
parla inglese, qualcuno che è stato nella Carolina del Nord... I gringos qua
sono allacciati con la storia del Paese e non sono malvisti, ma nemmeno
benvoluti. Almeno mi pare. I finestrini e parabrezza dei bus, i negozi, i grandi murales, tutti pieni di cubitali e pomposi inni a Gesù e a Dio (Mi vida es la sangre de Cristo, Dios es vida, Solo Jescristo es el camino...). Le pubblicità della Pepsi, dipinte con colori sgargianti sull'intonaco delle case.
Si siede di fianco a me una ragazza splendida. Avrà 18 o 20 anni e un viso e un corpo da favola. Quelli attorno intentano attaccare discorso con lei. Io invece finisco per perdermi nel mio diario e nel paesaggio caloroso e incendiato, gustarmi l’avventura, e lei si perde nel whatsapp. Solo le offro una mentina e ottengo un breve sorriso sincero. Adios.
Si siede di fianco a me una ragazza splendida. Avrà 18 o 20 anni e un viso e un corpo da favola. Quelli attorno intentano attaccare discorso con lei. Io invece finisco per perdermi nel mio diario e nel paesaggio caloroso e incendiato, gustarmi l’avventura, e lei si perde nel whatsapp. Solo le offro una mentina e ottengo un breve sorriso sincero. Adios.
De vuelta a Teguz.
.the.Hive.
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