C’è qualcosa di magico nel bosco di Olancho al tramonto,
quando il sole equatoriale si butta giù in picchiata, lasciando rinfrescare la
terra. Una moltitudine di animali inizia a cantare, le foglie prendono vita
giocando a nascondino con la brezza. Le piantagioni di caffè, di un colore
verde scuro intenso, respirano, all’ombra di pini e altre caducifoglie proprie
delle alture honduregne. Bosco stremato dall’estate prolungata, dagli incendi,
dalle piaghe, in teoria protetto ma spesso aggredito dall’essere umano. I pochi
temporali serali sono un elisir per i campi, gli alberi, e anticipano
l’imminente stagione delle piogge, qui chiamata inverno, e contrapposta
all’estate, secca; non esistono primavera e autunno.
Il primo giorno in cui stiamo, solo tre persone locali ci
accompagnano al lavoro, e viene convocata per il pomeriggio una assemblea
generale dal nostro Andrea, a cui tutta la comunità è legata da anni. Assemblea
per chiarire fraintesi, per ritrovarsi, per tagliare un traguardo che dista
pochi mesi, dopo circa 4 anni di attesa. Assemblea per motivare tutta la
comunità a lavorare duro, e per riunire i rappresentanti di tutte le ONG, le
istituzioni, gli enti che hanno promosso il progetto. Rafael, giovane leader
della comunità, prende la parola e ci ringrazia uno per uno, con la voce rotta,
l’emozione che affiora, gli occhi che brillano di lacrime e di speranza pura.
Ci crede tanto in ciò che fa. Andrea non è da meno. Sarebbe riduttivo ripeterne
le parole, perché è difficilmente trascrivibile l’energia che sprigiona da
gesti, sguardi, e frasi. L’ingegnere honduregno Roberto Fromm, burbero e dai
modi diretti, con i suoi 74 anni, interviene una volta di più per redarguire
chi non si impegna. E’ rude ma è un pezzo di pane, con carattere irascibile,
volontà di ferro, indignazione facile verso la pigrizia di alcuni locali così
come degli scempi dell’umanità in generale, grandi conoscenze e principi saldi.
Sono tre persone che ammiro nella loro diversità. “En els teus ulls he vist la
llum que canviarà el demà” (Nei tuoi occhi ho visto la luce che cambierà il
domani), pezzo degli Aspencat che ha scandito molti miei anni in Spagna,
correndo e pensando a cosa volessi fare davvero. Gli occhi che cercavo, alcuni
dei molti occhi che esistono e che aspettavo di trovare, ce li ho ora tutti i
giorni con me. Occhi coraggiosi, impavidi e limpidi, forti e sinceri. Gli occhi
di Rafael pieni di lacrime mentre ci fissa dentro uno a uno è ciò che mi
porterò nel profondo da qua. Dopo sguardi così, usciti dal centro de salud dove si teneva la riunione (una semplice casetta
con due tavoli, un vecchio monitor di computer, qualche cassa, tre tavoli e due
frigo parcheggiati), guardo in alto per non dovere trattenere le emozioni, e
per gustarmele. Le nuvole, i boschi. Rivivere e gustare questi momenti nel
silenzio, con i miei splendidi e tranquillissimi compagni di viaggio. Non dover
dire niente, e gustarsi le proprie stesse lacrime che affiorano dolci.
La sera, dopo la cena con tutto il nostro gruppo, stiamo un
po’ sulla terrazza, beviamo un goccio di rum e raramente ci rilassiamo con due
tiri di erba. Vorrei godermi di più cielo stellato e lucciole, ma la stanchezza
e il relax che il bosco sonoro offre hanno la meglio. Andiamo sempre a letto
stanchissimi, alle 23 massimo, e tutti ci svegliamo alle 5 o 5,30. Le scimmie
urlatrici spesso intonano il loro inno mattutino, gareggiando con cicale e
uccelli su chi per primo accompagna la dolce apertura delle nostre palpebre.
Alle 7 l’appuntamento con la comunità. Poi, momenti di formazione, momenti di
studio dell’impianto, di misure, di apprendimento e confronto con gli esperti
locali (Orlando), viaggi alla cittadina de La
Unión (24 km su una strada molto sconnessa) in cerca di cemento, benzina,
connessioni internet e segnale telefonico (tutte cose assenti).
Ci sono inoltre molte altre cose e lavori in sospeso per
ognuno di noi. Ci sono momenti di confronto, momenti di stanchezza, momenti di
divertimento e momenti di disorganizzazione. Ma ci sono tanti momenti di
tranquillità collettiva, mentre avanziamo con questo progetto, briciola a
briciola. Non ci sono mai più di un’ora o due libere. Eppure, nessuno si
lamenta. Tra di noi c’è una crescente e tranquilla confidenza. Aiuto Andrea
nell’organizzazione logistica per tutto il gruppo. Non è semplice. Porta via
tempo, energia e a volte rischia di causare piccoli malcontenti. Ma tutto
sommato il gruppo è eccellente: Lea, Marco, Marco, Fabio, Chris, Zafiro, Andrea
ed io. Si va avanti sereni, e concentrati sul lavoro ma rilassati. Il nostro
ruolo, oltre a quello di tecnici (un po’ accademici, rispetto alla praticità di
chi dirige davvero i lavori), è quello di motivare la comunità, di garantire la
buona riuscita del progetto entro i limiti previsti dal bando, è appianare
eventuali discordie grazie alla buona relazione che Andrea, e poi tutti noi,
abbiamo con gli abitanti.
Giochiamo coi bambini. Li adoro sempre più. Innocenti, puri,
aperti. Kelly, Belin, Machi: splendide bambine che vogliono giocare con la
macchina fotografica, con il mio braccio, o a giochi simili al girotondo.
Splendidi. Perché poi, dall’adolescenza in poi, diventiamo un guscio dalla
scorza spesso dura, difficilmente malleabile? Così come il corpo si ingobbisce,
la mente diventa meno elastica, irrigidita dalle esperienze, deformata da
strati di conoscenze, da legami attuali o passati, da obblighi, pregiudizi,
imposizioni, sferzata dagli ormoni, dalle aspirazioni personali e dall’orgoglio.
I lavori proseguono nella gola del ruscello: bisogna
continuare a montare e fissare una piccola condotta forzata di cira 900 metri
di lunghezza, che preleva parte dell’acqua del torrente a monte, per poi
scaricarla 75 metri più in basso, facendo girare una turbina. Per magia,
chiamata gravità, la forza dell’acqua si trasformerà in energia elettrica: luce
la sera, servizi nella scuola, disinfezione molto economica dell’acqua
(proveniente da un rudimentale acquedotto) tramite quella che si chiama “produzione
locale di cloro per elettrolisi”. Tecnologie, alcune semplici, altre un po’ più
complesse. Non conta tanto la perfezione ingegneristica, quanto la loro
applicabilità, semplicità, resistenza e facilità a livello operativo e di
manutenzione. Ci sono tante cose da fare, migliorare, cambiare. I rifiuti:
ovunque. Non hanno nemmeno una fossa comunitaria: ognuno ne fa ciò che vuole. E
il gran problema è che l’arrivo di prodotti imballati pone grossi problemi di
salute ed ambientali: plastica ovunque, con le galline che la beccano e i
maiali che ci sguazzano, in mezzo ai canali di scolo delle acque grigie ai lati
delle strade. Un pomeriggio, tornando dalla presa idroelettrica al centro del
villaggio, siamo di nuovo testimoni di un terreno di vari ettari bruciato. Nero,
al giorno successivo. Odore acre, vista orribile. Stupidità vestita da
tradizione. Tradizione millenaria diffusa in tutto il mondo ancora oggi.
Bisogna informare e formare capillarmente: lavoro principe della cooperazione,
con risultati che implicano tanta pazienza.
L’ultima sera al villaggio de El Díctamo è l’arrivederci coi ragazzi del posto, con una ultima
partita a calcio in un campo di terra cosparso di solchi, escrementi di mucca,
e attorniato da erba secca e pendii tipici di queste montagne di Olancho.
Fulmini e pioggia accompagnano gli abbracci finali. Di nuovo, bellissime parole
di Rafael. Quando parla del progetto per cui lavoriamo, e per cui buona parte
della comunità mette sudore, tempo e speranze, gli brillano gli occhi. Parla
del futuro dei suoi figli, della fortuna di cui godono, dell’opportunità che
hanno. Parla della luce e dell’energia elettrica come un miraggio. Come la
maggior parte, ha una forte fede e ringrazia Dio per aver fatto scegliere la
sua comunità dai suoi amici italiani. Ci si abbraccia sotto la pioggia.
Tanta, tanta macchina. Chi mi conosce sa che odio le scatole di ferro su quattro ruote. Questa almeno è un’altra storia: una 4x4 necessaria per affrontare sentieri impervi. Tanta macchina. Alla guida, nel cassone, nei sedili. Coperti da borse, attorniati da bagagli, riparati alla buona in caso di pioggia o polvere. Viaggi lunghi, pesanti ma affascinanti. Chi si ustiona al sole tropicale, chi ha botte a schiena, costato, o gambe incriccate. Ma la vista ripaga tutto. Incrociamo i bus gialli tipicamente latinoamericani, scambi saluti con contadini, viandanti sperduti tra un gruppo di case e l’altro. Vedi tante coltivazioni, tante costruzioni rudimentali, tanta sussistenza. Ma non molta povertà estrema. O forse i progetti e i posti che visitiamo sono un po’ più privilegiati. Da dentro la macchina, dai vetri oscurati, si percepisce meno che dal cassone, dove l’aria calda e polverosa, o la pioggia intensa, sanno di vita.
Tanta, tanta macchina. Chi mi conosce sa che odio le scatole di ferro su quattro ruote. Questa almeno è un’altra storia: una 4x4 necessaria per affrontare sentieri impervi. Tanta macchina. Alla guida, nel cassone, nei sedili. Coperti da borse, attorniati da bagagli, riparati alla buona in caso di pioggia o polvere. Viaggi lunghi, pesanti ma affascinanti. Chi si ustiona al sole tropicale, chi ha botte a schiena, costato, o gambe incriccate. Ma la vista ripaga tutto. Incrociamo i bus gialli tipicamente latinoamericani, scambi saluti con contadini, viandanti sperduti tra un gruppo di case e l’altro. Vedi tante coltivazioni, tante costruzioni rudimentali, tanta sussistenza. Ma non molta povertà estrema. O forse i progetti e i posti che visitiamo sono un po’ più privilegiati. Da dentro la macchina, dai vetri oscurati, si percepisce meno che dal cassone, dove l’aria calda e polverosa, o la pioggia intensa, sanno di vita.
Le donne honduregne sono bellissime di viso, e molte anche di corpo. Una bellezza non sfacciata, bensì naturale, tiepida ed attraente. La pelle tra l'oliva e il moreno, gli occhi neri e lo sguardo brillante. Nei villaggi e paesotti, soprattutto, la semplicità delle forme. Alcune hanno qualche tratto vagamente mediorientale. Tutte sembrano dolci. Tante hanno vari figli, il primo a 15-16 anni, e spesso non dello stesso padre. Sorridono molto e i loro compiti siano ben definiti e legati alla casa. Ridono molto.
Ora siamo tornati alla metropoli collinare della capitale di
Teguz. Un altro viaggio molto lungo. Senza imprevisti. Altri meeting, che non
sempre sempre vanno in porto perfettamenti, per ritardi accumulati in giro per
l’Honduras tra tutti questi spostamenti. Poi ci aspetta un weekend di lavoro.
Ma ne vale la pena, perché questo è viaggio, lavoro, studio, vita, mondo, tutto
assieme. Andrea ci ha insegnato una cosa importante: questa non è fortuna.
Avere la possibilità di queste esperienze è fortuna, il puntare su questa
opportunità e rinunciare a molto per viverle è una scelta.
9-13 maggio 2016
.the.Hive.
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