dissabte, 14 de maig del 2016

Ritorno al Díctamo


C’è qualcosa di magico nel bosco di Olancho al tramonto, quando il sole equatoriale si butta giù in picchiata, lasciando rinfrescare la terra. Una moltitudine di animali inizia a cantare, le foglie prendono vita giocando a nascondino con la brezza. Le piantagioni di caffè, di un colore verde scuro intenso, respirano, all’ombra di pini e altre caducifoglie proprie delle alture honduregne. Bosco stremato dall’estate prolungata, dagli incendi, dalle piaghe, in teoria protetto ma spesso aggredito dall’essere umano. I pochi temporali serali sono un elisir per i campi, gli alberi, e anticipano l’imminente stagione delle piogge, qui chiamata inverno, e contrapposta all’estate, secca; non esistono primavera e autunno.

Il primo giorno in cui stiamo, solo tre persone locali ci accompagnano al lavoro, e viene convocata per il pomeriggio una assemblea generale dal nostro Andrea, a cui tutta la comunità è legata da anni. Assemblea per chiarire fraintesi, per ritrovarsi, per tagliare un traguardo che dista pochi mesi, dopo circa 4 anni di attesa. Assemblea per motivare tutta la comunità a lavorare duro, e per riunire i rappresentanti di tutte le ONG, le istituzioni, gli enti che hanno promosso il progetto. Rafael, giovane leader della comunità, prende la parola e ci ringrazia uno per uno, con la voce rotta, l’emozione che affiora, gli occhi che brillano di lacrime e di speranza pura. Ci crede tanto in ciò che fa. Andrea non è da meno. Sarebbe riduttivo ripeterne le parole, perché è difficilmente trascrivibile l’energia che sprigiona da gesti, sguardi, e frasi. L’ingegnere honduregno Roberto Fromm, burbero e dai modi diretti, con i suoi 74 anni, interviene una volta di più per redarguire chi non si impegna. E’ rude ma è un pezzo di pane, con carattere irascibile, volontà di ferro, indignazione facile verso la pigrizia di alcuni locali così come degli scempi dell’umanità in generale, grandi conoscenze e principi saldi. Sono tre persone che ammiro nella loro diversità. “En els teus ulls he vist la llum que canviarà el demà” (Nei tuoi occhi ho visto la luce che cambierà il domani), pezzo degli Aspencat che ha scandito molti miei anni in Spagna, correndo e pensando a cosa volessi fare davvero. Gli occhi che cercavo, alcuni dei molti occhi che esistono e che aspettavo di trovare, ce li ho ora tutti i giorni con me. Occhi coraggiosi, impavidi e limpidi, forti e sinceri. Gli occhi di Rafael pieni di lacrime mentre ci fissa dentro uno a uno è ciò che mi porterò nel profondo da qua. Dopo sguardi così, usciti dal centro de salud dove si teneva la riunione (una semplice casetta con due tavoli, un vecchio monitor di computer, qualche cassa, tre tavoli e due frigo parcheggiati), guardo in alto per non dovere trattenere le emozioni, e per gustarmele. Le nuvole, i boschi. Rivivere e gustare questi momenti nel silenzio, con i miei splendidi e tranquillissimi compagni di viaggio. Non dover dire niente, e gustarsi le proprie stesse lacrime che affiorano dolci.

La sera, dopo la cena con tutto il nostro gruppo, stiamo un po’ sulla terrazza, beviamo un goccio di rum e raramente ci rilassiamo con due tiri di erba. Vorrei godermi di più cielo stellato e lucciole, ma la stanchezza e il relax che il bosco sonoro offre hanno la meglio. Andiamo sempre a letto stanchissimi, alle 23 massimo, e tutti ci svegliamo alle 5 o 5,30. Le scimmie urlatrici spesso intonano il loro inno mattutino, gareggiando con cicale e uccelli su chi per primo accompagna la dolce apertura delle nostre palpebre. Alle 7 l’appuntamento con la comunità. Poi, momenti di formazione, momenti di studio dell’impianto, di misure, di apprendimento e confronto con gli esperti locali (Orlando), viaggi alla cittadina de La Unión (24 km su una strada molto sconnessa) in cerca di cemento, benzina, connessioni internet e segnale telefonico (tutte cose assenti).
Ci sono inoltre molte altre cose e lavori in sospeso per ognuno di noi. Ci sono momenti di confronto, momenti di stanchezza, momenti di divertimento e momenti di disorganizzazione. Ma ci sono tanti momenti di tranquillità collettiva, mentre avanziamo con questo progetto, briciola a briciola. Non ci sono mai più di un’ora o due libere. Eppure, nessuno si lamenta. Tra di noi c’è una crescente e tranquilla confidenza. Aiuto Andrea nell’organizzazione logistica per tutto il gruppo. Non è semplice. Porta via tempo, energia e a volte rischia di causare piccoli malcontenti. Ma tutto sommato il gruppo è eccellente: Lea, Marco, Marco, Fabio, Chris, Zafiro, Andrea ed io. Si va avanti sereni, e concentrati sul lavoro ma rilassati. Il nostro ruolo, oltre a quello di tecnici (un po’ accademici, rispetto alla praticità di chi dirige davvero i lavori), è quello di motivare la comunità, di garantire la buona riuscita del progetto entro i limiti previsti dal bando, è appianare eventuali discordie grazie alla buona relazione che Andrea, e poi tutti noi, abbiamo con gli abitanti.

Giochiamo coi bambini. Li adoro sempre più. Innocenti, puri, aperti. Kelly, Belin, Machi: splendide bambine che vogliono giocare con la macchina fotografica, con il mio braccio, o a giochi simili al girotondo. Splendidi. Perché poi, dall’adolescenza in poi, diventiamo un guscio dalla scorza spesso dura, difficilmente malleabile? Così come il corpo si ingobbisce, la mente diventa meno elastica, irrigidita dalle esperienze, deformata da strati di conoscenze, da legami attuali o passati, da obblighi, pregiudizi, imposizioni, sferzata dagli ormoni, dalle aspirazioni personali e dall’orgoglio.

I lavori proseguono nella gola del ruscello: bisogna continuare a montare e fissare una piccola condotta forzata di cira 900 metri di lunghezza, che preleva parte dell’acqua del torrente a monte, per poi scaricarla 75 metri più in basso, facendo girare una turbina. Per magia, chiamata gravità, la forza dell’acqua si trasformerà in energia elettrica: luce la sera, servizi nella scuola, disinfezione molto economica dell’acqua (proveniente da un rudimentale acquedotto) tramite quella che si chiama “produzione locale di cloro per elettrolisi”. Tecnologie, alcune semplici, altre un po’ più complesse. Non conta tanto la perfezione ingegneristica, quanto la loro applicabilità, semplicità, resistenza e facilità a livello operativo e di manutenzione. Ci sono tante cose da fare, migliorare, cambiare. I rifiuti: ovunque. Non hanno nemmeno una fossa comunitaria: ognuno ne fa ciò che vuole. E il gran problema è che l’arrivo di prodotti imballati pone grossi problemi di salute ed ambientali: plastica ovunque, con le galline che la beccano e i maiali che ci sguazzano, in mezzo ai canali di scolo delle acque grigie ai lati delle strade. Un pomeriggio, tornando dalla presa idroelettrica al centro del villaggio, siamo di nuovo testimoni di un terreno di vari ettari bruciato. Nero, al giorno successivo. Odore acre, vista orribile. Stupidità vestita da tradizione. Tradizione millenaria diffusa in tutto il mondo ancora oggi. Bisogna informare e formare capillarmente: lavoro principe della cooperazione, con risultati che implicano tanta pazienza.

L’ultima sera al villaggio de El Díctamo è l’arrivederci coi ragazzi del posto, con una ultima partita a calcio in un campo di terra cosparso di solchi, escrementi di mucca, e attorniato da erba secca e pendii tipici di queste montagne di Olancho. Fulmini e pioggia accompagnano gli abbracci finali. Di nuovo, bellissime parole di Rafael. Quando parla del progetto per cui lavoriamo, e per cui buona parte della comunità mette sudore, tempo e speranze, gli brillano gli occhi. Parla del futuro dei suoi figli, della fortuna di cui godono, dell’opportunità che hanno. Parla della luce e dell’energia elettrica come un miraggio. Come la maggior parte, ha una forte fede e ringrazia Dio per aver fatto scegliere la sua comunità dai suoi amici italiani. Ci si abbraccia sotto la pioggia.

Tanta, tanta macchina. Chi mi conosce sa che odio le scatole di ferro su quattro ruote. Questa almeno è un’altra storia: una 4x4 necessaria per affrontare sentieri impervi. Tanta macchina. Alla guida, nel cassone, nei sedili. Coperti da borse, attorniati da bagagli, riparati alla buona in caso di pioggia o polvere. Viaggi lunghi, pesanti ma affascinanti. Chi si ustiona al sole tropicale, chi ha botte a schiena, costato, o gambe incriccate. Ma la vista ripaga tutto. Incrociamo i bus gialli tipicamente latinoamericani, scambi saluti con contadini, viandanti sperduti tra un gruppo di case e l’altro. Vedi tante coltivazioni, tante costruzioni rudimentali, tanta sussistenza. Ma non molta povertà estrema. O forse i progetti e i posti che visitiamo sono un po’ più privilegiati. Da dentro la macchina, dai vetri oscurati, si percepisce meno che dal cassone, dove l’aria calda e polverosa, o la pioggia intensa, sanno di vita.

Le donne honduregne sono bellissime di viso, e molte anche di corpo. Una bellezza non sfacciata, bensì naturale, tiepida ed attraente. La pelle tra l'oliva e il moreno, gli occhi neri e lo sguardo brillante. Nei villaggi e paesotti, soprattutto, la semplicità delle forme. Alcune hanno qualche tratto vagamente mediorientale. Tutte sembrano dolci. Tante hanno vari figli, il primo a 15-16 anni, e spesso non dello stesso padre. Sorridono molto e i loro compiti siano ben definiti e legati alla casa. Ridono molto.

Ora siamo tornati alla metropoli collinare della capitale di Teguz. Un altro viaggio molto lungo. Senza imprevisti. Altri meeting, che non sempre sempre vanno in porto perfettamenti, per ritardi accumulati in giro per l’Honduras tra tutti questi spostamenti. Poi ci aspetta un weekend di lavoro. Ma ne vale la pena, perché questo è viaggio, lavoro, studio, vita, mondo, tutto assieme. Andrea ci ha insegnato una cosa importante: questa non è fortuna. Avere la possibilità di queste esperienze è fortuna, il puntare su questa opportunità e rinunciare a molto per viverle è una scelta.

9-13 maggio 2016

.the.Hive.

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