Ascolto "Arrival of the birds" mentre una giornata intensa finisce. Una bella giornata estiva, in questa afosa Brianza dove di passaggio mi godo la bellezza che non avevo mai saputo vedere. Una mattinata a lavorare per l'associazione, tra amici, colleghi, persone con cui si è creato un legame, lentamente e solidamente. Mi godo le notizie di Rachel, che lottando come sempre è riuscita ad ottenere gli ultimi documenti per chiedere il visto per un anno. Ogni passo, e sono tanti, è una fatica, costa, genera stress, paure, ansie. Ma una ad una, con la calma che lei mi cerca di insegnare e con la testardaggine del fare che io ho imparato dall'irrequieta Brianza, otteniamo i documenti. Manca ancora tanto, soprattutto manca l'impredicibile verdetto. Ogni passo sono soldi, i miei risparmi per qualcosa in cui credo, per noi, per lei, per colmare l'immeritata disuguaglianza. Ogni giorno passato assieme, a distanza o meno, è un pugno alzato placidamente contro l'ingiustizia e rende il legame più forte.
Ascolto "Arrival of the birds" perché è la canzone che mi ricorda la serenità pacifica e affettuosa dopo la tempesta. Da lì è cominciato tutto, piano piano. Questi attimi di pausa, nel mezzo di un turbinio di impegni, mi fanno affiorare cose difficili da esprimere.
Ascolto "Arrival of the birds" per lenire questa tristezza che l'attentato a Barcellona mi ha causato. Il video di sangue sparso per posti che vedevo ogni settimana, a dieci minuti a piedi, mi fa gelare il sangue e per la prima volta mi sento davvero coinvolto in questa ennesima follia umana. La mia città, la mia Barcellona... Una follia umana, con cause lontane, molteplici. Ma con una sola ragione di fondo: la violenza insita nell'uomo. La violenza con la quale ha fatto sparire già centinaia di specie animali decine di millenni fa nelle sue prime avanzate verso Americhe e Australia. La violenza con cui Pizarro e compagni cinque secoli fa trucidavano un impero intero in Sudamerica, in nome del volere di un dio Cristiano, con tanto di Bibbia in alto mentre usavano cavalli e acciaio come armi di genocidio. Impero Inca a sua volta soggiogatore di popoli. La violenza con cui i droni americani ogni ora vanno a colpire vigliaccamente obiettivi dall'altra parte del globo, militari e civili. La violenza con cui ogni essere umano reagisce alla violenza. La violenza di tutti i civili massacrati in Paesi prima splendidi. La violenza della stessa invenzione delle armi, sempre più cinicamente efficienti ed assurde, servite dall'aspetto peggiore della scienza. La violenza delle parole e delle decisioni di tanti capi di Stato, supportati dalla violenza e odio di tanta popolazione. La violenza con cui strumentalizzano e sporcano la spiritualità, che, indipendentemente dalla sua forma (religione, arte, amore), è l'aspetto più nobile ed originario della nostra assurda specie. La violenza con cui in nome di progresso, crescita, tecnologia ed esplosione demografica stiamo causando la sesta grande estinzione di massa.
Ascolto "Arrival of the birds" e smetto di pensarci. Mangio l'uva colta ieri dai vicini novantenni. Penso all'orto, alle piantine di avocado che crescono in quest'estate tropicale. Alla fragile pazienza con cui le cose si costruiscono, mantengono, crescono, senza slogan, con tanta perserveranza, tranquilla e tenace. Il frigo pieno di dolci pomodori a metri zero. C'è ancora un seme di jackfruit ugandese che aspetta di essere piantato. Non ancora. E' ora di dormire, appena finisco il grappolo.