Scrivo dall’ostello Los Yoses, San José de Costa Rica. Gente
tranquilla, sia i miei compagni di viaggio, ormai una famiglia, sia gli altri
ospiti. Di fianco una ragazza guarda Facebook, così come a Tamarindo nell’ostello
tre o quattro erano stravaccati a sfogliare il whatsapp con il dito. Spesso ci
sono i momenti (a?)social, tutti col pollice che scorre. A me risulta sempre
più difficile trovare interesse nei pixel. Non riescono a distogliere l’attenzione
da quel che mi circonda, né colmare le mancanze di amici, affetti, parenti.
Scrivo, scrivo qui (con pixel, per essere incoerente con quel che ho appena
detto!), sul diario che ha in copertina la Sagrada Familia, che Aida mi ha
regalato qualche mese fa. Scrivo per lo stesso motivo illogico e forse stupido
per cui vado a correre. Mentre sto qua, in questi giorni, travolto da tante
attività, spostamenti, incontri, momenti assieme, giochi, festa, osservo,
penso, connetto. Così come fanno tutti, inconsciamente o meno.
Forse è ovvio, forse ai trent’anni dovrebbe essere una cosa
assimilata, eppure mi sto rendendo conto di una cosa: di come gli esseri umani
siano davvero simili. L’avidità e la generosità si trvano in villaggi e
metropoli, nella culla del benessere occidentale così come negli antri del
Centroamerica. La propensione all’alcol, l’amore per il calcio, la tendenza ad
adorare un Dio a cui aggrapparsi e ringraziare (e maledire a denti stretti). La
diversità di caratteri: il timido, lo sbruffone, l’estroversa, il serio. C’è
sempre più differenza tra persone con diversi caratteri di uno stesso popolo,
che tra gemelli di diversi continenti.
Nelle strade, mamme portano per kilometri in braccio i loro
piccoletti. Dove vanno? Siamo in mezzo alla campagna arida. Camminano. Un pueblo que camina. Uomini che
caricano fascine e fascine di legna sulla bici, in Nicaragua come in Tanzania.
Non in Costa Rica, un Paese che a prima vista, dal finestrino, è spesso
difficilmente distinguibile da cittadine statunitensi, ma che riserva
un’attenzione molto più spinta alla società (educazione) e ambiente (parchi
nazionali ovunque e politiche in alcuni settori all’avanguardia).
Donne che scambiano quello sguardo per un istante, senza
sapere nulla né condividere alcunchè. Linguaggio non verbale, che trascende
confini e comunica cose che vanno al di là della cultura, e toccano qualcosa di
primitivo. Gli occhi e le mani sanno trasmettere più della lingua.
Bambini, non tanti come in Africa, ma quando ci sono sono
bellissimi. Uomini che riposano appoggiati a calde pareti. Nelle campagne, la
lentezza della vita che scorre sotto una cappa di caldo, sussistenza o povertà.
C’è voglia di festa, di conoscere, di scambiare quattro
parole, di lavorare assieme. Il fatto di stare in un progetto e muoversi in
gruppo rende le interazioni molto più facili, permette accedere alla vita vera
delle persone, di smarcarsi dal ruolo di turista, per avvicinarsi alla loro
vita. E la loro vita, ripeto, è simile a quella di chiunque. Chi può trovare il
modo di far soldi, lo fa. Le differenze ci sono e probabilmente, come sempre,
in aumento. Differenze economiche e di educazione.
C’è razzismo, ovunque, da noi così come in questi mondi.
Costaricensi che si dicono stufi del milione di nicaraguensi (considerati
esattamente come i rumeni da noi), ovviamente dopo aver detto “Yo no soy
racista pero…”. Honduregni iper-orgogliosi del loro paese e che sparano a zero
contro i salvadoregni. Sentimenti anti-spagnoli, in principio legittimi, per
come i gloriosi occidentali distrussero a zero pressochè tutte le civiltà
originali americane. Però mi sfugge proprio questo sentimento quando chi lo
professa è una ricca costaricense, dai tratti e avi occidentali, che disprezza
i nicaraguensi e insulta gli statunitensi dopo essere vissuta là… La storia
centro-americana, un garbuglio dove il colonialismo classico è stato poi
sostituito dal neo-imperialismo statunitense, dai metodi più raffinati e
subdoli dei conquistadores di 500 anni fa, e rappresentato da compagnie di
saccheggio delle risorse naturali, e dal controllo politico più o meno
esplicito.
E poi, c’è la luce negli occhi. Quella di cui ho già
parlato. Dei cooperanti. Quella di Andrea e di due ragazzi di Engeneers Without
Borders di Cornell (USA), in una chiamata Skype notturna, stanchissimi dopo un
giorno intero di lavoro. Questi studenti di ingegneria vogliono attrezzare i
campi profughi con pannelli solari. Ci sono persone che ci dedicano la vita, o
la gioventù. Che sperano, e vivono e lavorano per quello. Bellissimo. Anche
questo trascende confini, colori, razze, trascende odio, guerre, tensioni,
differenze. Mani tese. Occhi aperti e accesi.
In Costa Rica sento di aver già più o meno quasi terminato l’avventura
vera. Si lavora, si fa surf sul Pacifico, e si vedono posti splendidi. Prezzi
quasi europei. Persino lo spagnolo ha spesso caratteristiche particolari, la
“r” viene pronunciata come fosse un gringo che parla spagnolo. Un Paese
sicuramente particolare e contraddittorio.
.the.Hive.