dimecres, 25 de maig del 2016

Gente

Scrivo dall’ostello Los Yoses, San José de Costa Rica. Gente tranquilla, sia i miei compagni di viaggio, ormai una famiglia, sia gli altri ospiti. Di fianco una ragazza guarda Facebook, così come a Tamarindo nell’ostello tre o quattro erano stravaccati a sfogliare il whatsapp con il dito. Spesso ci sono i momenti (a?)social, tutti col pollice che scorre. A me risulta sempre più difficile trovare interesse nei pixel. Non riescono a distogliere l’attenzione da quel che mi circonda, né colmare le mancanze di amici, affetti, parenti. Scrivo, scrivo qui (con pixel, per essere incoerente con quel che ho appena detto!), sul diario che ha in copertina la Sagrada Familia, che Aida mi ha regalato qualche mese fa. Scrivo per lo stesso motivo illogico e forse stupido per cui vado a correre. Mentre sto qua, in questi giorni, travolto da tante attività, spostamenti, incontri, momenti assieme, giochi, festa, osservo, penso, connetto. Così come fanno tutti, inconsciamente o meno.

Forse è ovvio, forse ai trent’anni dovrebbe essere una cosa assimilata, eppure mi sto rendendo conto di una cosa: di come gli esseri umani siano davvero simili. L’avidità e la generosità si trvano in villaggi e metropoli, nella culla del benessere occidentale così come negli antri del Centroamerica. La propensione all’alcol, l’amore per il calcio, la tendenza ad adorare un Dio a cui aggrapparsi e ringraziare (e maledire a denti stretti). La diversità di caratteri: il timido, lo sbruffone, l’estroversa, il serio. C’è sempre più differenza tra persone con diversi caratteri di uno stesso popolo, che tra gemelli di diversi continenti.

Nelle strade, mamme portano per kilometri in braccio i loro piccoletti. Dove vanno? Siamo in mezzo alla campagna arida. Camminano. Un pueblo que camina. Uomini che caricano fascine e fascine di legna sulla bici, in Nicaragua come in Tanzania. Non in Costa Rica, un Paese che a prima vista, dal finestrino, è spesso difficilmente distinguibile da cittadine statunitensi, ma che riserva un’attenzione molto più spinta alla società (educazione) e ambiente (parchi nazionali ovunque e politiche in alcuni settori all’avanguardia).

Donne che scambiano quello sguardo per un istante, senza sapere nulla né condividere alcunchè. Linguaggio non verbale, che trascende confini e comunica cose che vanno al di là della cultura, e toccano qualcosa di primitivo. Gli occhi e le mani sanno trasmettere più della lingua.

Bambini, non tanti come in Africa, ma quando ci sono sono bellissimi. Uomini che riposano appoggiati a calde pareti. Nelle campagne, la lentezza della vita che scorre sotto una cappa di caldo, sussistenza o povertà.

C’è voglia di festa, di conoscere, di scambiare quattro parole, di lavorare assieme. Il fatto di stare in un progetto e muoversi in gruppo rende le interazioni molto più facili, permette accedere alla vita vera delle persone, di smarcarsi dal ruolo di turista, per avvicinarsi alla loro vita. E la loro vita, ripeto, è simile a quella di chiunque. Chi può trovare il modo di far soldi, lo fa. Le differenze ci sono e probabilmente, come sempre, in aumento. Differenze economiche e di educazione.

C’è razzismo, ovunque, da noi così come in questi mondi. Costaricensi che si dicono stufi del milione di nicaraguensi (considerati esattamente come i rumeni da noi), ovviamente dopo aver detto “Yo no soy racista pero…”. Honduregni iper-orgogliosi del loro paese e che sparano a zero contro i salvadoregni. Sentimenti anti-spagnoli, in principio legittimi, per come i gloriosi occidentali distrussero a zero pressochè tutte le civiltà originali americane. Però mi sfugge proprio questo sentimento quando chi lo professa è una ricca costaricense, dai tratti e avi occidentali, che disprezza i nicaraguensi e insulta gli statunitensi dopo essere vissuta là… La storia centro-americana, un garbuglio dove il colonialismo classico è stato poi sostituito dal neo-imperialismo statunitense, dai metodi più raffinati e subdoli dei conquistadores di 500 anni fa, e rappresentato da compagnie di saccheggio delle risorse naturali, e dal controllo politico più o meno esplicito.

E poi, c’è la luce negli occhi. Quella di cui ho già parlato. Dei cooperanti. Quella di Andrea e di due ragazzi di Engeneers Without Borders di Cornell (USA), in una chiamata Skype notturna, stanchissimi dopo un giorno intero di lavoro. Questi studenti di ingegneria vogliono attrezzare i campi profughi con pannelli solari. Ci sono persone che ci dedicano la vita, o la gioventù. Che sperano, e vivono e lavorano per quello. Bellissimo. Anche questo trascende confini, colori, razze, trascende odio, guerre, tensioni, differenze. Mani tese. Occhi aperti e accesi.

In Costa Rica sento di aver già più o meno quasi terminato l’avventura vera. Si lavora, si fa surf sul Pacifico, e si vedono posti splendidi. Prezzi quasi europei. Persino lo spagnolo ha spesso caratteristiche particolari, la “r” viene pronunciata come fosse un gringo che parla spagnolo. Un Paese sicuramente particolare e contraddittorio.

.the.Hive.

diumenge, 22 de maig del 2016

Manuel Antonio

Algo indescriptible.
Rayos de luna llena y reflejos juegan con las olas.
Una nube de espuma que estalla relampagos, lejos y poderosos
El sonido del oceano, sinfonia magica que sugiere silencio
Arena fina, mi cama, al alma habla
Veo bosques, playa, cielo, mar
La belleza demasiado ancestral, fuerte, incorrupta e irreal
Jupiter y la Luna, cercanos y amigos
acompañan y deslumbran.
Perfiles de islitas, rocas, puntas, del negro más bello.
Verde, azul, blanco, gris, negro
Esta noche tiene colores sombreados,
tiene luz, tiene paz, tiene todo.
Es la perfección de un ser vivo empapado de su entorno.
El baño casi ritual, el silencio, la calma
La belleza total, primitiva.
No hay palabras, solo sensaciones.
Una de esas noches de vida pura.

.the.Hive.

dimarts, 17 de maig del 2016

Villaggi e viaggi


Scrivo dal Toyota da dodici posti che abbiamo affittato per attraversare la Panamericana da Teguz (Honduras) a San José de Costa Rica. Un lusso dopo la meraviglia polverosa del Nissan Frontera che ci ha scarrozzato per tutta la tierra catracha. Facciamo tappa a León, Nicaragua. Il paesaggio è verde. Diluvia mentre io e Andrea ci alterniamo alla guida. Dal volante si apprezza il viaggio. Si mangia la strada, si vede davanti, curve e controcurve per dolci paesaggi nicaraguensi, rari tratti completamente dritti. Bello a vedersi. Colori ovunque: i muri delle case, il verde degli alberi, i manifesti politici, i murales pubblicitari. Colori da Centroamerica. Molta gente in bici, a piedi, trasportando cose o spostandosi, chi lo sa. Bambini con in testa mezzi sacchi di cemento, anziani con enormi fascine di legna sul portapacchi di rudimentali bici. Un pueblo que camina. Sembra anche molto più pulito dell’Honduras, e da l’impressione di più apertura e felicità. Pranziamo appena a Nord di Estelì, con il gallo pinto, piatto tipico che cambia nome di paese in paese ma con gli stessi ingredienti: tortilla, riso, fagioli, uova, e salse piccanti. Uova sbattute, occhio di bue o sode. Fagioli interi, misti al riso, in crema. Crema di riso e fagioli. Uno pensa alla monotonia di questo cibo, eppure il cibo è buono e dopo settimane me lo gusto sempre. Le pupusas salvadoregne (molto simili alle arepas colombiane), l’enchilada, la cuajada (formaggio un po’ acidognolo). Soprattutto, i jugos e i licuados di guanabana, di platano e papaya, di cacao e cannella, di marañón… Decine di combinazioni.

Sono in Nicaragua ma nel viaggio riaffiorano le varie esperienze e visite degli ultimi giorni in Honduras, prima e dopo il Díctamo. Visite a villaggi e case isolati, per vedere impianti ad energie rinnovabili già realizzati, in progetto, o potenziali.

Villaggetti isolati, sperduti, a 10, 15 o 30 km dal primo paese vero e proprio, scollegati dalla rete elettrica nazionali e con forti impedimenti di rifornimento. Non c’è di solito povertà estrema, ma sopravvivono con la terra che hanno. Ci sono villaggi allegri, come Quinito, a cui si arriva solo dopo 20 minuti di barca. Col vento tra i capelli e il sole che imperla la pelle ci avviciniamo a Quinito osservo. Osservo fuori e dentro. E’ inevitabile che il viaggio sia anche interiore, quando incontri la meraviglia e lo stupore, la bellezza e la gratitudine per momenti speciali. Pensieri, sensazioni, presente, passato, poi di nuovo presente, presente e ancora presente. Gocce d’acqua, schiuma, colori, luce. Paesaggi meravigliosi: pendici verdi dove spunta una casa ogni tanto. Non ci sono spiagge su questa costa caraibica vicino a Trujillo. Quella di Quinito è di sassi, e costituisce lo sfondo magico davanti al quale giocano a calcio i ragazzi del posto.

Orlando, già conosciuto al Díctamo, ci guida poi nel suo villaggetto. Sfortunatamente proprio quel giorno manca luce perché il generatore funziona male e c’è qualche perdita nelle tubature. Orlando è un vero imprenditore del villaggio. Si è inventato da zero un mestiere di elettricista e direttore lavori tutto fare, con l’esperienza e la conoscenza. Vende il collegamento alla TV satellitare, da dove loro conoscono Daniele De Rossi, Andrea Pirlo, Fabio Cannavaro, che sono i nomi con cui ci chiamano scherzando. Come in tutto l’Honduras, il calcio è una religione e un modo di unire e dividere i popoli: da argomenti e risate, e scatena addirittura guerre (la partita tra El Salvador e Honduras decenni fa fu la causa scatenante che fece scoppiare una guerra per questioni di sconfinamento dei contadini salvadoregni). Sono ospitali, ridono. Noi chiediamo, studiamo l’impianto. Sento tanta ammirazione perché imparo pure tecnicamente da loro. Io, con laurea triennale, specialistica, dottorato e master. Loro, autodidatti che sanno come illuminare un villaggio. Per questo non credo ai pezzi di carta, ai titoli: sono, nel mio caso, mere conseguenze della curiosità e dell’amore dello studio, ma trovo ancora più magico chi sa fare, da autodidatta. Titoli, vetrine troppo brillanti.
Prima di Quinito, vediamo altri villaggi: Las Quebradas, El Recreo, e il centro agroforestale la coltivazione di cacao della FHIA. Ci spiegano gli innesti per la selezione genetica del cacao adibita alla vendita ai produttori, ci fanno vedere i grani di cacao dall’inizio alla fine del processo, fino ai sacchi destinati a Hawaii e Svizzera. Il cacao in Honduras sta crescendo. Come il caffè, ha bisogno di ombra e dunque gli si abbinano alberi ad alto fusto, i quali possono poi essere sfruttati come legna da ardere dopo venti anni circa. Impariamo un sacco con Roberto Fromm. Ci può parlare per ore di coltivazioni, tecniche agricole, storia del Paese, società… Un piacere ascoltare questo anziano che sprizza energia e lamentele.

E poi, il villaggio di Salado Barra, en el Parque Nacional de Cuero y Salado. Al villaggio ci si arriva da La Unión (un’altra Unión, non quella del Díctamo), con un trenino che percorre 10 km e che nacque per il trasporto delle banane, come tutta la ridotta rete nazionale ferroviaria, concentrata nella costa atlantica. Piantagioni di banane ora sostituite completamente da palma africana per l’olio. A volte si attraversano decine di chilometri di palme. Un affare ottimo per i palmeri come lo era per le compagnie statunitensi bananere, che hanno lasciato una fortissima impronta, e la fama dell’Honduras come Repubblica delle Banane.

A Cuero y Salado abbiamo un progetto da costruire da zero, commissionato dall’ONG ReTe, nostri colleghi sul campo, e riguardante la conservazione della biodiversità marina. I progetti sono sempre ad ampio respiro, e il fattore acqua ed energia è spesso un punto forte. Dobbiamo innanzitutto valutare le eventuali necessità ed opinioni della comunità.

Visitiamo il posto di domenica, con il solito viaggio di qualche ora. Una bella comunità dove addirittura si è costituita una piccola cooperativa di due donne e due uomini che assemblano pannelli fotovoltaici. Nel mezzo del nulla. Tetti di paglia e pannellini. Laboratorio di produzione artigianale di manufatti con noci di cocco, con un piccolo trapano che per il momento funziona con un generatore a benzina. Parliamo con tutti. Vediamo pozzi, case, passeggiamo in un caldo torrido di questo terreno acquitrinoso. Tutti sono entusiasti della possibilità di svilupparsi un pochino, di avere delle case rialzate che resistano alle inondazioni sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Anche qua, tutti sanno cosa sono i cambiamenti climatici. Si allaga tutto. Facciamo decine di domande a una decina di diverse persone. Il presidente del patronato (la pro-loco locale), la responsabile del centro di smistamento del pesce. Una guida turistica che vuole iniziare un’attività locale. Un modo di lavorare, conoscere, dialogare, ascoltare, tornare indietro nel tempo. Qua c’è bisogno anche di preservare le mangrovie e l’ecosistema fluviale. La spazzatura e l’inquinamento idrico sono grossi ostacoli a una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Al ritorno, la sorpresa: ho lasciato le luci accese della Nissan, e la batteria è morta. Nel mezzo del nulla, di domenica pomeriggio, senza cavi, con altri viaggi da intraprendere il giorno dopo. Cazzo…. Poi l’aiuto di altri honduregni (i pochi lì presenti), varie prove spingendo a forza la macchina, e via, per magia e fortuna la macchina parte. Uff… Meno male… Imprevisti che fanno parte del viaggio. Stanchi, come sempre, senza un giorno di pausa o di relax. Andiamo forte. Ci piace tutto questo.

Altri villaggetti, di domenica nuovamente. Due ore di macchina, sotto un sole davvero tropicale. Visitiamo zone molto remote, dove le case sono isolate. Le case sono incredibili. In pietra e fango (si notano pezzi di paglia incrostati nel muro), con tetti di paglia o lamiera, all'interno lasciano intravedere lo squarcio di una vita senza tempo, senza eccessi, senza comodità. Un letto un po' sfondato ma ben tenuto nello stesso salone. Zucche che fungono da borracce. Non hanno i soldi per comprare un telefono. Hanno dei piccoli pannelli solari, con i quali accendono orgogliosamente 3 o 4 luci, dentro e fuori. Gente silenziosa, gentile, stanca e magrissima. Gli occhi, un misto di trasparente stanchezza. Vivono di sussistenza, con papaye piantate appena fuori dalla casa. Il pavimento è il suolo stesso. Hanno pezzi terra con cui sopravvivere, e bestiame per i più fortunati. Vedere l'interno delle case è un'esperienza incredibile: costruzioni semplici, muri che ospitano ragni, gechi, gabbie di pappagalli, ferri e plastiche appesi, poster fortemente religiosi... In giro hanno i pochi attrezzi da lavoro. Tutto pieno di polvere. Si percepisce la vita quotidiana così lontana da noi. Penso spesso che sto vedendo come vivevano i miei nonni. Indietro nel tempo.

Ora scrivo di notte, poche ore prima di ripartire, verso Costa Rica. Abbiamo fatto un giro a León, bellissima. Davvero un gusto camminarci, tranquilla, calda, molto spagnola. Mi ricorda Siviglia per le piazze. Mi ricorda Barcellona per come le chiese e gli edifici quattrocentenari parlino nella notte, con le strade quasi deserte. Alcune città hanno la magia dentro. La sento in quelle città calde, ben tenute ma poco frequentate.

.the.Hive.

dissabte, 14 de maig del 2016

Ritorno al Díctamo


C’è qualcosa di magico nel bosco di Olancho al tramonto, quando il sole equatoriale si butta giù in picchiata, lasciando rinfrescare la terra. Una moltitudine di animali inizia a cantare, le foglie prendono vita giocando a nascondino con la brezza. Le piantagioni di caffè, di un colore verde scuro intenso, respirano, all’ombra di pini e altre caducifoglie proprie delle alture honduregne. Bosco stremato dall’estate prolungata, dagli incendi, dalle piaghe, in teoria protetto ma spesso aggredito dall’essere umano. I pochi temporali serali sono un elisir per i campi, gli alberi, e anticipano l’imminente stagione delle piogge, qui chiamata inverno, e contrapposta all’estate, secca; non esistono primavera e autunno.

Il primo giorno in cui stiamo, solo tre persone locali ci accompagnano al lavoro, e viene convocata per il pomeriggio una assemblea generale dal nostro Andrea, a cui tutta la comunità è legata da anni. Assemblea per chiarire fraintesi, per ritrovarsi, per tagliare un traguardo che dista pochi mesi, dopo circa 4 anni di attesa. Assemblea per motivare tutta la comunità a lavorare duro, e per riunire i rappresentanti di tutte le ONG, le istituzioni, gli enti che hanno promosso il progetto. Rafael, giovane leader della comunità, prende la parola e ci ringrazia uno per uno, con la voce rotta, l’emozione che affiora, gli occhi che brillano di lacrime e di speranza pura. Ci crede tanto in ciò che fa. Andrea non è da meno. Sarebbe riduttivo ripeterne le parole, perché è difficilmente trascrivibile l’energia che sprigiona da gesti, sguardi, e frasi. L’ingegnere honduregno Roberto Fromm, burbero e dai modi diretti, con i suoi 74 anni, interviene una volta di più per redarguire chi non si impegna. E’ rude ma è un pezzo di pane, con carattere irascibile, volontà di ferro, indignazione facile verso la pigrizia di alcuni locali così come degli scempi dell’umanità in generale, grandi conoscenze e principi saldi. Sono tre persone che ammiro nella loro diversità. “En els teus ulls he vist la llum que canviarà el demà” (Nei tuoi occhi ho visto la luce che cambierà il domani), pezzo degli Aspencat che ha scandito molti miei anni in Spagna, correndo e pensando a cosa volessi fare davvero. Gli occhi che cercavo, alcuni dei molti occhi che esistono e che aspettavo di trovare, ce li ho ora tutti i giorni con me. Occhi coraggiosi, impavidi e limpidi, forti e sinceri. Gli occhi di Rafael pieni di lacrime mentre ci fissa dentro uno a uno è ciò che mi porterò nel profondo da qua. Dopo sguardi così, usciti dal centro de salud dove si teneva la riunione (una semplice casetta con due tavoli, un vecchio monitor di computer, qualche cassa, tre tavoli e due frigo parcheggiati), guardo in alto per non dovere trattenere le emozioni, e per gustarmele. Le nuvole, i boschi. Rivivere e gustare questi momenti nel silenzio, con i miei splendidi e tranquillissimi compagni di viaggio. Non dover dire niente, e gustarsi le proprie stesse lacrime che affiorano dolci.

La sera, dopo la cena con tutto il nostro gruppo, stiamo un po’ sulla terrazza, beviamo un goccio di rum e raramente ci rilassiamo con due tiri di erba. Vorrei godermi di più cielo stellato e lucciole, ma la stanchezza e il relax che il bosco sonoro offre hanno la meglio. Andiamo sempre a letto stanchissimi, alle 23 massimo, e tutti ci svegliamo alle 5 o 5,30. Le scimmie urlatrici spesso intonano il loro inno mattutino, gareggiando con cicale e uccelli su chi per primo accompagna la dolce apertura delle nostre palpebre. Alle 7 l’appuntamento con la comunità. Poi, momenti di formazione, momenti di studio dell’impianto, di misure, di apprendimento e confronto con gli esperti locali (Orlando), viaggi alla cittadina de La Unión (24 km su una strada molto sconnessa) in cerca di cemento, benzina, connessioni internet e segnale telefonico (tutte cose assenti).
Ci sono inoltre molte altre cose e lavori in sospeso per ognuno di noi. Ci sono momenti di confronto, momenti di stanchezza, momenti di divertimento e momenti di disorganizzazione. Ma ci sono tanti momenti di tranquillità collettiva, mentre avanziamo con questo progetto, briciola a briciola. Non ci sono mai più di un’ora o due libere. Eppure, nessuno si lamenta. Tra di noi c’è una crescente e tranquilla confidenza. Aiuto Andrea nell’organizzazione logistica per tutto il gruppo. Non è semplice. Porta via tempo, energia e a volte rischia di causare piccoli malcontenti. Ma tutto sommato il gruppo è eccellente: Lea, Marco, Marco, Fabio, Chris, Zafiro, Andrea ed io. Si va avanti sereni, e concentrati sul lavoro ma rilassati. Il nostro ruolo, oltre a quello di tecnici (un po’ accademici, rispetto alla praticità di chi dirige davvero i lavori), è quello di motivare la comunità, di garantire la buona riuscita del progetto entro i limiti previsti dal bando, è appianare eventuali discordie grazie alla buona relazione che Andrea, e poi tutti noi, abbiamo con gli abitanti.

Giochiamo coi bambini. Li adoro sempre più. Innocenti, puri, aperti. Kelly, Belin, Machi: splendide bambine che vogliono giocare con la macchina fotografica, con il mio braccio, o a giochi simili al girotondo. Splendidi. Perché poi, dall’adolescenza in poi, diventiamo un guscio dalla scorza spesso dura, difficilmente malleabile? Così come il corpo si ingobbisce, la mente diventa meno elastica, irrigidita dalle esperienze, deformata da strati di conoscenze, da legami attuali o passati, da obblighi, pregiudizi, imposizioni, sferzata dagli ormoni, dalle aspirazioni personali e dall’orgoglio.

I lavori proseguono nella gola del ruscello: bisogna continuare a montare e fissare una piccola condotta forzata di cira 900 metri di lunghezza, che preleva parte dell’acqua del torrente a monte, per poi scaricarla 75 metri più in basso, facendo girare una turbina. Per magia, chiamata gravità, la forza dell’acqua si trasformerà in energia elettrica: luce la sera, servizi nella scuola, disinfezione molto economica dell’acqua (proveniente da un rudimentale acquedotto) tramite quella che si chiama “produzione locale di cloro per elettrolisi”. Tecnologie, alcune semplici, altre un po’ più complesse. Non conta tanto la perfezione ingegneristica, quanto la loro applicabilità, semplicità, resistenza e facilità a livello operativo e di manutenzione. Ci sono tante cose da fare, migliorare, cambiare. I rifiuti: ovunque. Non hanno nemmeno una fossa comunitaria: ognuno ne fa ciò che vuole. E il gran problema è che l’arrivo di prodotti imballati pone grossi problemi di salute ed ambientali: plastica ovunque, con le galline che la beccano e i maiali che ci sguazzano, in mezzo ai canali di scolo delle acque grigie ai lati delle strade. Un pomeriggio, tornando dalla presa idroelettrica al centro del villaggio, siamo di nuovo testimoni di un terreno di vari ettari bruciato. Nero, al giorno successivo. Odore acre, vista orribile. Stupidità vestita da tradizione. Tradizione millenaria diffusa in tutto il mondo ancora oggi. Bisogna informare e formare capillarmente: lavoro principe della cooperazione, con risultati che implicano tanta pazienza.

L’ultima sera al villaggio de El Díctamo è l’arrivederci coi ragazzi del posto, con una ultima partita a calcio in un campo di terra cosparso di solchi, escrementi di mucca, e attorniato da erba secca e pendii tipici di queste montagne di Olancho. Fulmini e pioggia accompagnano gli abbracci finali. Di nuovo, bellissime parole di Rafael. Quando parla del progetto per cui lavoriamo, e per cui buona parte della comunità mette sudore, tempo e speranze, gli brillano gli occhi. Parla del futuro dei suoi figli, della fortuna di cui godono, dell’opportunità che hanno. Parla della luce e dell’energia elettrica come un miraggio. Come la maggior parte, ha una forte fede e ringrazia Dio per aver fatto scegliere la sua comunità dai suoi amici italiani. Ci si abbraccia sotto la pioggia.

Tanta, tanta macchina. Chi mi conosce sa che odio le scatole di ferro su quattro ruote. Questa almeno è un’altra storia: una 4x4 necessaria per affrontare sentieri impervi. Tanta macchina. Alla guida, nel cassone, nei sedili. Coperti da borse, attorniati da bagagli, riparati alla buona in caso di pioggia o polvere. Viaggi lunghi, pesanti ma affascinanti. Chi si ustiona al sole tropicale, chi ha botte a schiena, costato, o gambe incriccate. Ma la vista ripaga tutto. Incrociamo i bus gialli tipicamente latinoamericani, scambi saluti con contadini, viandanti sperduti tra un gruppo di case e l’altro. Vedi tante coltivazioni, tante costruzioni rudimentali, tanta sussistenza. Ma non molta povertà estrema. O forse i progetti e i posti che visitiamo sono un po’ più privilegiati. Da dentro la macchina, dai vetri oscurati, si percepisce meno che dal cassone, dove l’aria calda e polverosa, o la pioggia intensa, sanno di vita.

Le donne honduregne sono bellissime di viso, e molte anche di corpo. Una bellezza non sfacciata, bensì naturale, tiepida ed attraente. La pelle tra l'oliva e il moreno, gli occhi neri e lo sguardo brillante. Nei villaggi e paesotti, soprattutto, la semplicità delle forme. Alcune hanno qualche tratto vagamente mediorientale. Tutte sembrano dolci. Tante hanno vari figli, il primo a 15-16 anni, e spesso non dello stesso padre. Sorridono molto e i loro compiti siano ben definiti e legati alla casa. Ridono molto.

Ora siamo tornati alla metropoli collinare della capitale di Teguz. Un altro viaggio molto lungo. Senza imprevisti. Altri meeting, che non sempre sempre vanno in porto perfettamenti, per ritardi accumulati in giro per l’Honduras tra tutti questi spostamenti. Poi ci aspetta un weekend di lavoro. Ma ne vale la pena, perché questo è viaggio, lavoro, studio, vita, mondo, tutto assieme. Andrea ci ha insegnato una cosa importante: questa non è fortuna. Avere la possibilità di queste esperienze è fortuna, il puntare su questa opportunità e rinunciare a molto per viverle è una scelta.

9-13 maggio 2016

.the.Hive.