dimarts, 17 de maig del 2016

Villaggi e viaggi


Scrivo dal Toyota da dodici posti che abbiamo affittato per attraversare la Panamericana da Teguz (Honduras) a San José de Costa Rica. Un lusso dopo la meraviglia polverosa del Nissan Frontera che ci ha scarrozzato per tutta la tierra catracha. Facciamo tappa a León, Nicaragua. Il paesaggio è verde. Diluvia mentre io e Andrea ci alterniamo alla guida. Dal volante si apprezza il viaggio. Si mangia la strada, si vede davanti, curve e controcurve per dolci paesaggi nicaraguensi, rari tratti completamente dritti. Bello a vedersi. Colori ovunque: i muri delle case, il verde degli alberi, i manifesti politici, i murales pubblicitari. Colori da Centroamerica. Molta gente in bici, a piedi, trasportando cose o spostandosi, chi lo sa. Bambini con in testa mezzi sacchi di cemento, anziani con enormi fascine di legna sul portapacchi di rudimentali bici. Un pueblo que camina. Sembra anche molto più pulito dell’Honduras, e da l’impressione di più apertura e felicità. Pranziamo appena a Nord di Estelì, con il gallo pinto, piatto tipico che cambia nome di paese in paese ma con gli stessi ingredienti: tortilla, riso, fagioli, uova, e salse piccanti. Uova sbattute, occhio di bue o sode. Fagioli interi, misti al riso, in crema. Crema di riso e fagioli. Uno pensa alla monotonia di questo cibo, eppure il cibo è buono e dopo settimane me lo gusto sempre. Le pupusas salvadoregne (molto simili alle arepas colombiane), l’enchilada, la cuajada (formaggio un po’ acidognolo). Soprattutto, i jugos e i licuados di guanabana, di platano e papaya, di cacao e cannella, di marañón… Decine di combinazioni.

Sono in Nicaragua ma nel viaggio riaffiorano le varie esperienze e visite degli ultimi giorni in Honduras, prima e dopo il Díctamo. Visite a villaggi e case isolati, per vedere impianti ad energie rinnovabili già realizzati, in progetto, o potenziali.

Villaggetti isolati, sperduti, a 10, 15 o 30 km dal primo paese vero e proprio, scollegati dalla rete elettrica nazionali e con forti impedimenti di rifornimento. Non c’è di solito povertà estrema, ma sopravvivono con la terra che hanno. Ci sono villaggi allegri, come Quinito, a cui si arriva solo dopo 20 minuti di barca. Col vento tra i capelli e il sole che imperla la pelle ci avviciniamo a Quinito osservo. Osservo fuori e dentro. E’ inevitabile che il viaggio sia anche interiore, quando incontri la meraviglia e lo stupore, la bellezza e la gratitudine per momenti speciali. Pensieri, sensazioni, presente, passato, poi di nuovo presente, presente e ancora presente. Gocce d’acqua, schiuma, colori, luce. Paesaggi meravigliosi: pendici verdi dove spunta una casa ogni tanto. Non ci sono spiagge su questa costa caraibica vicino a Trujillo. Quella di Quinito è di sassi, e costituisce lo sfondo magico davanti al quale giocano a calcio i ragazzi del posto.

Orlando, già conosciuto al Díctamo, ci guida poi nel suo villaggetto. Sfortunatamente proprio quel giorno manca luce perché il generatore funziona male e c’è qualche perdita nelle tubature. Orlando è un vero imprenditore del villaggio. Si è inventato da zero un mestiere di elettricista e direttore lavori tutto fare, con l’esperienza e la conoscenza. Vende il collegamento alla TV satellitare, da dove loro conoscono Daniele De Rossi, Andrea Pirlo, Fabio Cannavaro, che sono i nomi con cui ci chiamano scherzando. Come in tutto l’Honduras, il calcio è una religione e un modo di unire e dividere i popoli: da argomenti e risate, e scatena addirittura guerre (la partita tra El Salvador e Honduras decenni fa fu la causa scatenante che fece scoppiare una guerra per questioni di sconfinamento dei contadini salvadoregni). Sono ospitali, ridono. Noi chiediamo, studiamo l’impianto. Sento tanta ammirazione perché imparo pure tecnicamente da loro. Io, con laurea triennale, specialistica, dottorato e master. Loro, autodidatti che sanno come illuminare un villaggio. Per questo non credo ai pezzi di carta, ai titoli: sono, nel mio caso, mere conseguenze della curiosità e dell’amore dello studio, ma trovo ancora più magico chi sa fare, da autodidatta. Titoli, vetrine troppo brillanti.
Prima di Quinito, vediamo altri villaggi: Las Quebradas, El Recreo, e il centro agroforestale la coltivazione di cacao della FHIA. Ci spiegano gli innesti per la selezione genetica del cacao adibita alla vendita ai produttori, ci fanno vedere i grani di cacao dall’inizio alla fine del processo, fino ai sacchi destinati a Hawaii e Svizzera. Il cacao in Honduras sta crescendo. Come il caffè, ha bisogno di ombra e dunque gli si abbinano alberi ad alto fusto, i quali possono poi essere sfruttati come legna da ardere dopo venti anni circa. Impariamo un sacco con Roberto Fromm. Ci può parlare per ore di coltivazioni, tecniche agricole, storia del Paese, società… Un piacere ascoltare questo anziano che sprizza energia e lamentele.

E poi, il villaggio di Salado Barra, en el Parque Nacional de Cuero y Salado. Al villaggio ci si arriva da La Unión (un’altra Unión, non quella del Díctamo), con un trenino che percorre 10 km e che nacque per il trasporto delle banane, come tutta la ridotta rete nazionale ferroviaria, concentrata nella costa atlantica. Piantagioni di banane ora sostituite completamente da palma africana per l’olio. A volte si attraversano decine di chilometri di palme. Un affare ottimo per i palmeri come lo era per le compagnie statunitensi bananere, che hanno lasciato una fortissima impronta, e la fama dell’Honduras come Repubblica delle Banane.

A Cuero y Salado abbiamo un progetto da costruire da zero, commissionato dall’ONG ReTe, nostri colleghi sul campo, e riguardante la conservazione della biodiversità marina. I progetti sono sempre ad ampio respiro, e il fattore acqua ed energia è spesso un punto forte. Dobbiamo innanzitutto valutare le eventuali necessità ed opinioni della comunità.

Visitiamo il posto di domenica, con il solito viaggio di qualche ora. Una bella comunità dove addirittura si è costituita una piccola cooperativa di due donne e due uomini che assemblano pannelli fotovoltaici. Nel mezzo del nulla. Tetti di paglia e pannellini. Laboratorio di produzione artigianale di manufatti con noci di cocco, con un piccolo trapano che per il momento funziona con un generatore a benzina. Parliamo con tutti. Vediamo pozzi, case, passeggiamo in un caldo torrido di questo terreno acquitrinoso. Tutti sono entusiasti della possibilità di svilupparsi un pochino, di avere delle case rialzate che resistano alle inondazioni sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Anche qua, tutti sanno cosa sono i cambiamenti climatici. Si allaga tutto. Facciamo decine di domande a una decina di diverse persone. Il presidente del patronato (la pro-loco locale), la responsabile del centro di smistamento del pesce. Una guida turistica che vuole iniziare un’attività locale. Un modo di lavorare, conoscere, dialogare, ascoltare, tornare indietro nel tempo. Qua c’è bisogno anche di preservare le mangrovie e l’ecosistema fluviale. La spazzatura e l’inquinamento idrico sono grossi ostacoli a una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Al ritorno, la sorpresa: ho lasciato le luci accese della Nissan, e la batteria è morta. Nel mezzo del nulla, di domenica pomeriggio, senza cavi, con altri viaggi da intraprendere il giorno dopo. Cazzo…. Poi l’aiuto di altri honduregni (i pochi lì presenti), varie prove spingendo a forza la macchina, e via, per magia e fortuna la macchina parte. Uff… Meno male… Imprevisti che fanno parte del viaggio. Stanchi, come sempre, senza un giorno di pausa o di relax. Andiamo forte. Ci piace tutto questo.

Altri villaggetti, di domenica nuovamente. Due ore di macchina, sotto un sole davvero tropicale. Visitiamo zone molto remote, dove le case sono isolate. Le case sono incredibili. In pietra e fango (si notano pezzi di paglia incrostati nel muro), con tetti di paglia o lamiera, all'interno lasciano intravedere lo squarcio di una vita senza tempo, senza eccessi, senza comodità. Un letto un po' sfondato ma ben tenuto nello stesso salone. Zucche che fungono da borracce. Non hanno i soldi per comprare un telefono. Hanno dei piccoli pannelli solari, con i quali accendono orgogliosamente 3 o 4 luci, dentro e fuori. Gente silenziosa, gentile, stanca e magrissima. Gli occhi, un misto di trasparente stanchezza. Vivono di sussistenza, con papaye piantate appena fuori dalla casa. Il pavimento è il suolo stesso. Hanno pezzi terra con cui sopravvivere, e bestiame per i più fortunati. Vedere l'interno delle case è un'esperienza incredibile: costruzioni semplici, muri che ospitano ragni, gechi, gabbie di pappagalli, ferri e plastiche appesi, poster fortemente religiosi... In giro hanno i pochi attrezzi da lavoro. Tutto pieno di polvere. Si percepisce la vita quotidiana così lontana da noi. Penso spesso che sto vedendo come vivevano i miei nonni. Indietro nel tempo.

Ora scrivo di notte, poche ore prima di ripartire, verso Costa Rica. Abbiamo fatto un giro a León, bellissima. Davvero un gusto camminarci, tranquilla, calda, molto spagnola. Mi ricorda Siviglia per le piazze. Mi ricorda Barcellona per come le chiese e gli edifici quattrocentenari parlino nella notte, con le strade quasi deserte. Alcune città hanno la magia dentro. La sento in quelle città calde, ben tenute ma poco frequentate.

.the.Hive.

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