diumenge, 30 d’abril del 2017

Massawa

Quando esci da Asmara, per buttarti giù dai tornanti verso Massawa, vedi paesaggi che sembrano presi da una Terra antica, primordiale. Sono monti e colline che si sgretolano, cosparsi di fichi d’India e qua e là cactus. Terrazzamenti semplici, con muretti a secco fatti di lastre di pietra, tentano di frenare il disfacimento lento e inesorabile di queste montagne, sulle cui pendici sorgono paesi qua e là, molto diradati, fatti di case in pietra e tetti in lamiera, prevalentemente. Siamo alle porte della stagione delle piccole piogge, il cielo inizia a lacrimare di pomeriggio, con qualche sporadico temporale violento. Però la terra è provata da mesi di siccità, i tatuaggi di sabbia che serpeggiano alla base dei monti sono completamente secchi, e ci camminano molto sporadicamente dromedari in cerca di foglie spinose o persone. In mezzo al nulla, separati da chilometri di apparente deserto senza influenza umana, bambini e donne portano qua e là delle taniche di acqua. Non so dove vadano, percorrono chilometri a passo lento, con le taniche da 20 litri di plastica che sono ormai un simbolo dell’Africa di oggi. Ci sono uomini (probabilmente musulmani) vestiti con le eleganti tuniche bianche e turbanti. Tanti hanno un bastone, a qualcuno manca un arto per il diabete, molti sono in carrozzina. Vedo una carrozzina trainata da un ragazzo in bici. Un altro giorno due anziani, molto anziani, si trascinano a bracciate su per la salita che porta verso la chiesa di San Francesco prima di buttarsi giù verso il centro. Se penso a mutilati, deformi e zoppi che affollano le strade di Kampala, mi rendo conto dell’abisso che regna tra le due capitali.

Chi nasce in uno di questi villaggi, cosa fa? Pascolerà le magre pecore e vacche? Vacche che vengono poi squartate spesso a bordo strada, così come è facile trovare pelli di pecore a essiccare su muri o fili spinati, anche in città.

In mezzo alle montagne, mi chiedo se una volta l’essere umano era così: un puntino disperso nella madre Terra, che provvedeva alla loro sopravvivenza e morte, in maniera indifferente. La siccità che uccide, l’acqua che scarseggia. La natura e l’uomo erano in un equilibrio equo, dove si spartivano sofferenze e necessità. Questi monti, privi di altro che non sia terra, rocce, privi di impronte umane a parte la strada, impronte quali rifiuti plastici, case, infrastrutture, animali addomesticati o meglio dire schiavizzati… Siamo forse ancora agli albori della razza umana, quando gli uomini non erano dominatori e falcidiatori della bellezza. Da fortunato spettatore posso vedere questi esseri, mi chiedo se le necessità talmente fondamentali che hanno danno loro modo di avere pensieri vagamente simili ai nostri. Un collega, dalla tipica mentalità bianca, dice “meglio non nascere nemmeno che nascere così. Non sanno cosa sia il bene.” Rimango basito, e altamente irritato. So che non riesco a condividere nulla con la maggior parte dei bianchi che affollano queste terre primordiali e in parte intatte. Non li voglio e mi danno enorme fastidio, li trovo rumorosi, non tanto nelle parole e nei fatti, quanto nei pensieri e nei gesti che minuto dopo minuto fanno trasudare la loro miopia frutto di una bambagia e di un dare per scontato il nostro mondo, piccola bolla spazio-temporale insostenibile e per certi versi insensata.


Massawa sembra una città fantasma. I secoli di domini e invasioni di questa striscia di terra geograficamente appetibile hanno lasciato delle cicatrici enormi, dove un porto di medie dimensioni si affaccia al di là di una città completamente decaduta. Gli edifici dalla struttura occidentalizzante, e dalla maestosità invasiva del ventennio, sono in buona parte crivellati di colpi, abbandonati, martoriati. Li trovo affascinanti, simbolo dell’assurdità umana in tutte le sue facciate: il colonialismo, la sfrontatezza megalomane, la caducità delle cose, l’appetito per guerre e potere, le politiche di un regime che tiene a freno un popolo intero. Il popolo è quello che da secoli o millenni soffre le angherie.

I patrioti italiani, che qui trovano una nostalgica soddisfazione, dicono che gli eritrei non ci vedono come invasori, motivando questo con le infrastrutture che ancora la rendono tra le migliori città d’Africa, e un rispetto delle popolazioni locali migliori rispetto sia ai loro successori, inglesi, etiopi, che l’attuale Governo eritreo. Passo buona parte delle giornate ascoltando controvoglia questi elogi al colonialismo italiano. Presunti esperti storici snocciolano motivi per cui gli italiani erano buoni invasori, portatori di progresso, cultura, scienza. La tiritera arrogante europea, giustificatrice di angherie e sorprusi, risulta ancora più grottesca in questa salsa all’italiana: la glorificazione di un presunto passato glorioso, la beatificazione di un criminale i cui modi e idee si stanno riproponendo 90 anni dopo, in varie salse. Non discuto. Sinceramente, non so molto dell’impero italiano, né mi interessa per nulla. Trovo molto più interessante pensare alla preistoria di questi luoghi antichi e misteriosi, che non a qualche anno di violenze che dovevano soddisfare l’ego di un popolo e del suo idolatrato leader. Taccio, e guardo i dromedari che brucano appena fuori dalla strada. L’idea che mi mette l’ambiente ex-pat italiano è squallore, per vari motivi che forse sono contingenti e non vale la pena spiegare.

Gli eritrei mi ricordano qualcosa dei russi. Al contrario degli ugandesi allegri e sempre pronti a discutere, qui hanno una corazza maturata sia dall’età media più alta che, probabilmente, forgiata da decenni di trambusti politici. Mi sembrano meno ingenui e più disillusi.

A Massawa procediamo con la pre-inaugurazione dell’impianto di dissalazione con fotovoltaico, voluto da una signora come ultima volontà. Nel caldo afoso di una città che potrebbe essere un centro turistico internazionale, lavoriamo qualche ora e banchettiamo. Parole di celebrazione per un progetto che si completa, che darà elettricità ed acqua potabile all’orfanatrofio. Il progetto è bello. Non sento più quell’entusiasmo e quell’illusione di fare qualcosa di davvero buono, perché ho imparato tutta la scala di grigi che c’è nella realtà, specialmente lavorativa in Africa. Però un sorriso me lo porto dietro, pensando a questi bambini che vivono nella parrocchia, abbandonati dal caso avverso o da famiglie assenti o disastrate. Mi snocciolano decine di calciatori dei nostri campionati, e riempiono di voci un pomeriggio non esageratamente torrido, per gli standard di Massawa.

Qualcosa di buono si è fatto, forse.


.the.Hive.

Una manciata di pace

Adoro correre qui. 2.500 metri, un paesaggio che mi ricorda a tratti anche Alicante, correndo tra campi coltivati e secchi, arbusti qua e là, e tanta, tanta luce. Trovo David, raggiungendolo mentre lui si allena. E uno dei tanti militari atleti, che eccellono sia a livello nazionale che internazionale. Con un personale di 1h 00’ 28” sulla mezza maratona, mi dà l’idea della professionalità con cui si allenano sia lui che i suoi colleghi ciclisti, dotate di ottime bici. L’oretta di corsa mi sfianca, specialmente dopo una giornata di cantiere, ma mi rende felice e in pace con il mondo.

Alla sera, tornando a passo lento, mi godo un tramonto spettacolare al quale fanno seguito fulmini all’orizzonte. Sorprende anche perché passo quasi inosservato, a parte i saluti composti di qualche anziano e qualche “Hi” di bambini che giocano a calcio con porte fatte di mucchietti di pietre. 

Se l’Uganda è la patria dei bambini, qua ci sono molti vecchi, con uno sguardo profondo che sembra presa dalle mostre di fotografia internazionale. Bimbi e ragazzi qui sono più tranquilli, hanno curiosità verso i bianchi, ogni tanto chiedono biscotti e soldi, ma non si aggrappano né ti seguono. 

Nel mio angolo di Asmara preferito, il cortile della chiesa azzurra di cui ancora non so il nome, c’è la magia. Il vento all’ombra rende piacevole la vista di Asmara in lontananza e della facciata colorata della chiesa. Note di musica provenienti da un tendone qui vicino e le sporadiche macchine si alternano ai versi di vari volatili. Entrano bimbi, donne, uomini, che baciano la muratura della recinzione prima di entrare in silenzio, avvolti in questi teli bianchi, più o meno elaborati o eleganti. Il cortile è pieno di alberi, sotto i quali sono posate delle pietre comode per sedersi a gambe incrociate. Mi siedo e respiro pace. Pura pace. Due bambini mi studiano, timidamente, parlandosi all’orecchio. Mi distraggo dal mio stato meditativo per sorridere loro. Passano un paio di uomini, con un accenno di saluto. Altre bambine, anche loro incuriosite. Torna uno dei bambini di prima. Mi dice qualcosa in Tigrinya, sorridente e timido. Apre il palmo della mano, come fosse un’offerta. Apro il mio. Lascia scivolare una piccola manciata di terra rossastra. Se ne va in silenzio, sorridendo, mentre lo ringrazio in Tigrinya. Il dono di qualcosa, il momento in cui la sua mano si apre alla mia, valgono una giornata intera. Guardo i nuvoloni bianchi sopra Asmara. La mia serenità si eleva a una pace più intensa. La terra che lascio scivolare nella tasca della mia fotocamera, sporcandola apposta, lava via pensieri negativi che come nuvole oscurano questa esperienza, nati soprattutto dal contrasto tra la meraviglia di cui mi nutro in questi posti e il grigiume di chi lavora con atteggiamenti di superiorità. Ma ora non conta nulla. 

Non ci si può sentire soli con tutta questa gente che tranquillamente cammina e pedala, muovendosi in mezzo alla vita con serenità, anche quando il dolore cerca di dominare. 

Mi guardo attorno e mi sento, come mi capitava anni fa, una goccia nel tutto. Ma soprattutto, una goccia anonima abbracciata da altre gocce, di altri bellissimi colori. Le gocce salate sono il mio sintomo di un accenno di Nirvana che rende la mia domenica tranquilla. L’Africa ha 100 volti al giorno.


.the.Hive.

Un'altra Africa

Foto: Qui

È un’altra Africa. Di primo acchito, mi sembra un insieme di cose viste ed immaginate: quello che forse era Cuba negli anni Novanta, un po’ di influenze italiane di svariati decenni fa, e paesaggi, luci e persone che ricordano il Medio Oriente. Tuttavia, mancano i colori, i suoni e gli odori tipici dell’Africa che conosco. Manca anche il caos tipico delle città africane.

Asmara è una città molto sviluppata dal punto di vista infrastrutturale e organizzativo: ampie strade pulite, spazi aperti, poca popolazione, poco traffico, molte bici. Una anomalia. Si vedono ancora i resti delle costruzioni italiane, erte ormai a cimeli, come il Cinema Roma, il Bar Impero, le locandine della Dolce Vita e di Nuovo Cinema Paradiso. Un pullman giallo dell’ATM e vecchie FIAT 125 per fare scuola guida. Un revival che attrae orde di nostalgici del ventennio, rassicurati anche dal fatto che gli eritrei hanno inglobato idioma e parte della cultura italiane. “Ferramenta”, “Bar d’Aosta”, “camera d’aria”, “freno”, “martello”, tutti termini inglobati nel linguaggio locale, il Tigrinya. Alcuni parlano la nostra lingua, sia per eredità lontane, sia perché ancora sono presenti scuole e qualche centinaio di italiani.

L’Eritrea sorprende per le regole ferree che stonano con il resto dell’Africa. Ad esempio, con le dure pene per infrazioni stradali, per l’ordine del traffico, e, ad esempio, per la proibizione di sacchetti di plastica per questioni ambientali ed estetiche. Infatti la città è abbastanza pulita, molto meglio di Kampala, meglio di Roma, e peggio di città nordeuropee. La carenza di prodotti, tra cui quelli usa e getta, sospetto sia un fattore importante nella mancanza di rifiuti ovunque. In effetti, non è che manchino nei fossati. E nella lunga camminata che mi concedo il primo pomeriggio libero, noto ai bordi della strada anche ossa e mandibole bovine, rimasugli di squartamenti macellai, con magari una pulizia finale canina. La sicurezza è palpabile. Mi sento più sicuro che in qualsiasi altro Paese: a chi ruba tocca una sorte davvero dura, e in generale si respira davvero un’aria da paesino più che capitale, sia per i paesaggi estremamente aperti di questi altipiani, sia per la tranquillità di questo popolo.


Molte cose sono razionate, e possono essere acquistate solo con la tessera apposita, o con permessi appositi richiesti al Governo. Il gasolio, il gas, il pane, l’acqua per riempire le cisterne che alimentano l’acqua corrente delle case. Il contrabbando vige quindi ovunque, ma non è plateale. Ci sono prodotti di tutti i tipi, ma dove e quanti trovarne, è un’incognita. I prezzi alle stelle di prodotti quali pasta (Barilla a 18 euro al chilo) e altre merci che spopolano nei nostri affollati supermercati, qua sono rari e il prezzo è lasciato all’arbitrio di chi li vende. I prodotti sono disponibili a periodi, dipendendo da cosa riescano ad importare sui cammelli dal Sudan. Non si capisce bene chi possa vendere cosa.
Non si vedono baraccopoli in stati pessimi, né rivoli maleodoranti. Merito forse delle fognature ancora presenti e le case in muratura, e anche nei villaggi le casupole sono spesso in pietra a secco. Anche la salute è notevolmente migliore che un po’ più a Sud: l’AIDS ha percentuali europee, a quanto pare grazie a un cambio di mentalità della popolazione, che direi sia meno avvezza a contatti casuali e avventati.
Il nostro lavoratore C. mi spiega apertamente quello che meno va bene nel paese: il servizio militare permanente. Lui, come tutti quelli che non sono raccomandati o coperti da qualche amichetto, ha l’obbligo di presentarsi ogni giorno per servire l’esercito, in cambio di 600 nakfa al mese (circa 30 euro). Se qualcuno lavora assentandosi così da marce o servizi di scarsa utilità, può finire al fresco per un po’. Lui ci è già stato varie volte, ma deve trovare un modo per dare da mangiare a moglie e tre figlie. “Non vogliono che lavoriamo.” Come molti, parla un po’ di italiano ma comunichiamo in inglese. È intelligente e aperto. Mi presta una piccola bici che io sistemo in cambio, e con cui cerco di ritagliarmi i miei spazi che mi servono come l’aria. Mi dice “I want to cross the Ethiopian border.” In Sudan il governo li rimanderebbe indietro. In Etiopia, vengono accolti nei campi per rifugiati, prima di essere smistati in qualche modo verso destinazioni occidentali. “Do you think life for migrated people will be easy?” “Are you joking Daniel?!?” Ovviamente sa che non è facile. Che manca lavoro ovunque. Che si starebbe soli. I suoi amici espatriati si lamentano ma lui non sa se è perché hanno paura che tutti chiederebbero loro di mandare soldi. Ha 43 anni. Il servizio militare è indefinitamente lungo. Non ha una fine e non ha un fine.

Anche i bambini provano a scappare. All’orfanatrofio dove lavoriamo uno di loro, sui 10 anni, si è fatto due mesi di carcere, beccato in Sudan, il cui governo rispedisce al regime eritreo i migranti. C’è persino un campo di rifugiati, composto da somali che addirittura vedono nell’Eritrea una speranza migliore del loro Paese. Non c’è limite alla disperazione. Né al silenzio del mondo. Ma questo silenzio è forse un bene, visto quello che l’interesse e il rumore generano in tanti Paesi.


.the.Hive.