Quando esci da Asmara, per buttarti giù dai tornanti verso Massawa, vedi
paesaggi che sembrano presi da una Terra antica, primordiale. Sono monti e
colline che si sgretolano, cosparsi di fichi d’India e qua e là cactus.
Terrazzamenti semplici, con muretti a secco fatti di lastre di pietra, tentano
di frenare il disfacimento lento e inesorabile di queste montagne, sulle cui
pendici sorgono paesi qua e là, molto diradati, fatti di case in pietra e tetti
in lamiera, prevalentemente. Siamo alle porte della stagione delle piccole
piogge, il cielo inizia a lacrimare di pomeriggio, con qualche sporadico
temporale violento. Però la terra è provata da mesi di siccità, i tatuaggi di
sabbia che serpeggiano alla base dei monti sono completamente secchi, e ci
camminano molto sporadicamente dromedari in cerca di foglie spinose o persone.
In mezzo al nulla, separati da chilometri di apparente deserto senza influenza
umana, bambini e donne portano qua e là delle taniche di acqua. Non so dove
vadano, percorrono chilometri a passo lento, con le taniche da 20 litri di
plastica che sono ormai un simbolo dell’Africa di oggi. Ci sono uomini
(probabilmente musulmani) vestiti con le eleganti tuniche bianche e turbanti.
Tanti hanno un bastone, a qualcuno manca un arto per il diabete, molti sono in
carrozzina. Vedo una carrozzina trainata da un ragazzo in bici. Un altro giorno
due anziani, molto anziani, si trascinano a bracciate su per la salita che
porta verso la chiesa di San Francesco prima di buttarsi giù verso il centro.
Se penso a mutilati, deformi e zoppi che affollano le strade di Kampala, mi
rendo conto dell’abisso che regna tra le due capitali.
Chi nasce in uno di questi villaggi, cosa fa? Pascolerà le magre pecore e vacche? Vacche che vengono poi squartate spesso a bordo strada, così come è facile trovare pelli di pecore a essiccare su muri o fili spinati, anche in città.
In mezzo alle montagne, mi chiedo se una volta l’essere umano era così: un puntino disperso nella madre Terra, che provvedeva alla loro sopravvivenza e morte, in maniera indifferente. La siccità che uccide, l’acqua che scarseggia. La natura e l’uomo erano in un equilibrio equo, dove si spartivano sofferenze e necessità. Questi monti, privi di altro che non sia terra, rocce, privi di impronte umane a parte la strada, impronte quali rifiuti plastici, case, infrastrutture, animali addomesticati o meglio dire schiavizzati… Siamo forse ancora agli albori della razza umana, quando gli uomini non erano dominatori e falcidiatori della bellezza. Da fortunato spettatore posso vedere questi esseri, mi chiedo se le necessità talmente fondamentali che hanno danno loro modo di avere pensieri vagamente simili ai nostri. Un collega, dalla tipica mentalità bianca, dice “meglio non nascere nemmeno che nascere così. Non sanno cosa sia il bene.” Rimango basito, e altamente irritato. So che non riesco a condividere nulla con la maggior parte dei bianchi che affollano queste terre primordiali e in parte intatte. Non li voglio e mi danno enorme fastidio, li trovo rumorosi, non tanto nelle parole e nei fatti, quanto nei pensieri e nei gesti che minuto dopo minuto fanno trasudare la loro miopia frutto di una bambagia e di un dare per scontato il nostro mondo, piccola bolla spazio-temporale insostenibile e per certi versi insensata.
Massawa sembra una città fantasma. I secoli di domini e invasioni di questa striscia di terra geograficamente appetibile hanno lasciato delle cicatrici enormi, dove un porto di medie dimensioni si affaccia al di là di una città completamente decaduta. Gli edifici dalla struttura occidentalizzante, e dalla maestosità invasiva del ventennio, sono in buona parte crivellati di colpi, abbandonati, martoriati. Li trovo affascinanti, simbolo dell’assurdità umana in tutte le sue facciate: il colonialismo, la sfrontatezza megalomane, la caducità delle cose, l’appetito per guerre e potere, le politiche di un regime che tiene a freno un popolo intero. Il popolo è quello che da secoli o millenni soffre le angherie.
I patrioti italiani, che qui trovano una nostalgica soddisfazione, dicono che gli eritrei non ci vedono come invasori, motivando questo con le infrastrutture che ancora la rendono tra le migliori città d’Africa, e un rispetto delle popolazioni locali migliori rispetto sia ai loro successori, inglesi, etiopi, che l’attuale Governo eritreo. Passo buona parte delle giornate ascoltando controvoglia questi elogi al colonialismo italiano. Presunti esperti storici snocciolano motivi per cui gli italiani erano buoni invasori, portatori di progresso, cultura, scienza. La tiritera arrogante europea, giustificatrice di angherie e sorprusi, risulta ancora più grottesca in questa salsa all’italiana: la glorificazione di un presunto passato glorioso, la beatificazione di un criminale i cui modi e idee si stanno riproponendo 90 anni dopo, in varie salse. Non discuto. Sinceramente, non so molto dell’impero italiano, né mi interessa per nulla. Trovo molto più interessante pensare alla preistoria di questi luoghi antichi e misteriosi, che non a qualche anno di violenze che dovevano soddisfare l’ego di un popolo e del suo idolatrato leader. Taccio, e guardo i dromedari che brucano appena fuori dalla strada. L’idea che mi mette l’ambiente ex-pat italiano è squallore, per vari motivi che forse sono contingenti e non vale la pena spiegare.
Gli eritrei mi ricordano qualcosa dei russi. Al contrario degli ugandesi allegri e sempre pronti a discutere, qui hanno una corazza maturata sia dall’età media più alta che, probabilmente, forgiata da decenni di trambusti politici. Mi sembrano meno ingenui e più disillusi.
A Massawa procediamo con la pre-inaugurazione dell’impianto di dissalazione con fotovoltaico, voluto da una signora come ultima volontà. Nel caldo afoso di una città che potrebbe essere un centro turistico internazionale, lavoriamo qualche ora e banchettiamo. Parole di celebrazione per un progetto che si completa, che darà elettricità ed acqua potabile all’orfanatrofio. Il progetto è bello. Non sento più quell’entusiasmo e quell’illusione di fare qualcosa di davvero buono, perché ho imparato tutta la scala di grigi che c’è nella realtà, specialmente lavorativa in Africa. Però un sorriso me lo porto dietro, pensando a questi bambini che vivono nella parrocchia, abbandonati dal caso avverso o da famiglie assenti o disastrate. Mi snocciolano decine di calciatori dei nostri campionati, e riempiono di voci un pomeriggio non esageratamente torrido, per gli standard di Massawa.
Qualcosa di buono si è fatto, forse.
.the.Hive.
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