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È un’altra Africa. Di primo acchito, mi sembra un insieme di cose viste ed immaginate: quello che forse era Cuba negli anni Novanta, un po’ di influenze italiane di svariati decenni fa, e paesaggi, luci e persone che ricordano il Medio Oriente. Tuttavia, mancano i colori, i suoni e gli odori tipici dell’Africa che conosco. Manca anche il caos tipico delle città africane.
Asmara è una città molto sviluppata dal punto di vista infrastrutturale e organizzativo: ampie strade pulite, spazi aperti, poca popolazione, poco traffico, molte bici. Una anomalia. Si vedono ancora i resti delle costruzioni italiane, erte ormai a cimeli, come il Cinema Roma, il Bar Impero, le locandine della Dolce Vita e di Nuovo Cinema Paradiso. Un pullman giallo dell’ATM e vecchie FIAT 125 per fare scuola guida. Un revival che attrae orde di nostalgici del ventennio, rassicurati anche dal fatto che gli eritrei hanno inglobato idioma e parte della cultura italiane. “Ferramenta”, “Bar d’Aosta”, “camera d’aria”, “freno”, “martello”, tutti termini inglobati nel linguaggio locale, il Tigrinya. Alcuni parlano la nostra lingua, sia per eredità lontane, sia perché ancora sono presenti scuole e qualche centinaio di italiani.
È un’altra Africa. Di primo acchito, mi sembra un insieme di cose viste ed immaginate: quello che forse era Cuba negli anni Novanta, un po’ di influenze italiane di svariati decenni fa, e paesaggi, luci e persone che ricordano il Medio Oriente. Tuttavia, mancano i colori, i suoni e gli odori tipici dell’Africa che conosco. Manca anche il caos tipico delle città africane.
Asmara è una città molto sviluppata dal punto di vista infrastrutturale e organizzativo: ampie strade pulite, spazi aperti, poca popolazione, poco traffico, molte bici. Una anomalia. Si vedono ancora i resti delle costruzioni italiane, erte ormai a cimeli, come il Cinema Roma, il Bar Impero, le locandine della Dolce Vita e di Nuovo Cinema Paradiso. Un pullman giallo dell’ATM e vecchie FIAT 125 per fare scuola guida. Un revival che attrae orde di nostalgici del ventennio, rassicurati anche dal fatto che gli eritrei hanno inglobato idioma e parte della cultura italiane. “Ferramenta”, “Bar d’Aosta”, “camera d’aria”, “freno”, “martello”, tutti termini inglobati nel linguaggio locale, il Tigrinya. Alcuni parlano la nostra lingua, sia per eredità lontane, sia perché ancora sono presenti scuole e qualche centinaio di italiani.
L’Eritrea sorprende per le regole ferree che stonano con il resto
dell’Africa. Ad esempio, con le dure pene per infrazioni stradali, per l’ordine
del traffico, e, ad esempio, per la proibizione di sacchetti di plastica per
questioni ambientali ed estetiche. Infatti la città è abbastanza pulita, molto
meglio di Kampala, meglio di Roma, e peggio di città nordeuropee. La carenza di
prodotti, tra cui quelli usa e getta, sospetto sia un fattore importante nella
mancanza di rifiuti ovunque. In effetti, non è che manchino nei fossati. E
nella lunga camminata che mi concedo il primo pomeriggio libero, noto ai bordi
della strada anche ossa e mandibole bovine, rimasugli di squartamenti macellai,
con magari una pulizia finale canina. La sicurezza è palpabile. Mi sento più
sicuro che in qualsiasi altro Paese: a chi ruba tocca una sorte davvero dura, e
in generale si respira davvero un’aria da paesino più che capitale, sia per i
paesaggi estremamente aperti di questi altipiani, sia per la tranquillità di
questo popolo.
Molte cose sono razionate, e possono essere acquistate solo con la tessera apposita, o con permessi appositi richiesti al Governo. Il gasolio, il gas, il pane, l’acqua per riempire le cisterne che alimentano l’acqua corrente delle case. Il contrabbando vige quindi ovunque, ma non è plateale. Ci sono prodotti di tutti i tipi, ma dove e quanti trovarne, è un’incognita. I prezzi alle stelle di prodotti quali pasta (Barilla a 18 euro al chilo) e altre merci che spopolano nei nostri affollati supermercati, qua sono rari e il prezzo è lasciato all’arbitrio di chi li vende. I prodotti sono disponibili a periodi, dipendendo da cosa riescano ad importare sui cammelli dal Sudan. Non si capisce bene chi possa vendere cosa.
Molte cose sono razionate, e possono essere acquistate solo con la tessera apposita, o con permessi appositi richiesti al Governo. Il gasolio, il gas, il pane, l’acqua per riempire le cisterne che alimentano l’acqua corrente delle case. Il contrabbando vige quindi ovunque, ma non è plateale. Ci sono prodotti di tutti i tipi, ma dove e quanti trovarne, è un’incognita. I prezzi alle stelle di prodotti quali pasta (Barilla a 18 euro al chilo) e altre merci che spopolano nei nostri affollati supermercati, qua sono rari e il prezzo è lasciato all’arbitrio di chi li vende. I prodotti sono disponibili a periodi, dipendendo da cosa riescano ad importare sui cammelli dal Sudan. Non si capisce bene chi possa vendere cosa.
Non si vedono baraccopoli in stati pessimi, né rivoli maleodoranti. Merito
forse delle fognature ancora presenti e le case in muratura, e anche nei
villaggi le casupole sono spesso in pietra a secco. Anche la salute è
notevolmente migliore che un po’ più a Sud: l’AIDS ha percentuali europee, a
quanto pare grazie a un cambio di mentalità della popolazione, che direi sia
meno avvezza a contatti casuali e avventati.
Il nostro lavoratore C. mi spiega apertamente quello che meno va bene nel
paese: il servizio militare permanente. Lui, come tutti quelli che non sono
raccomandati o coperti da qualche amichetto, ha l’obbligo di presentarsi ogni
giorno per servire l’esercito, in cambio di 600 nakfa al mese (circa 30 euro).
Se qualcuno lavora assentandosi così da marce o servizi di scarsa utilità, può
finire al fresco per un po’. Lui ci è già stato varie volte, ma deve trovare un
modo per dare da mangiare a moglie e tre figlie. “Non vogliono che lavoriamo.”
Come molti, parla un po’ di italiano ma comunichiamo in inglese. È intelligente
e aperto. Mi presta una piccola bici che io sistemo in cambio, e con cui cerco
di ritagliarmi i miei spazi che mi servono come l’aria. Mi dice “I want to cross
the Ethiopian border.” In Sudan il governo li rimanderebbe indietro. In
Etiopia, vengono accolti nei campi per rifugiati, prima di essere smistati in
qualche modo verso destinazioni occidentali. “Do you think life for
migrated people will be easy?” “Are
you joking Daniel?!?” Ovviamente sa che non è facile. Che manca lavoro ovunque.
Che si starebbe soli. I suoi amici espatriati si lamentano ma lui non sa se è
perché hanno paura che tutti chiederebbero loro di mandare soldi. Ha 43 anni.
Il servizio militare è indefinitamente lungo. Non ha una fine e non ha un fine.
Anche i bambini provano a scappare. All’orfanatrofio dove lavoriamo uno di loro, sui 10 anni, si è fatto due mesi di carcere, beccato in Sudan, il cui governo rispedisce al regime eritreo i migranti. C’è persino un campo di rifugiati, composto da somali che addirittura vedono nell’Eritrea una speranza migliore del loro Paese. Non c’è limite alla disperazione. Né al silenzio del mondo. Ma questo silenzio è forse un bene, visto quello che l’interesse e il rumore generano in tanti Paesi.
.the.Hive.
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