diumenge, 30 d’abril del 2017

Una manciata di pace

Adoro correre qui. 2.500 metri, un paesaggio che mi ricorda a tratti anche Alicante, correndo tra campi coltivati e secchi, arbusti qua e là, e tanta, tanta luce. Trovo David, raggiungendolo mentre lui si allena. E uno dei tanti militari atleti, che eccellono sia a livello nazionale che internazionale. Con un personale di 1h 00’ 28” sulla mezza maratona, mi dà l’idea della professionalità con cui si allenano sia lui che i suoi colleghi ciclisti, dotate di ottime bici. L’oretta di corsa mi sfianca, specialmente dopo una giornata di cantiere, ma mi rende felice e in pace con il mondo.

Alla sera, tornando a passo lento, mi godo un tramonto spettacolare al quale fanno seguito fulmini all’orizzonte. Sorprende anche perché passo quasi inosservato, a parte i saluti composti di qualche anziano e qualche “Hi” di bambini che giocano a calcio con porte fatte di mucchietti di pietre. 

Se l’Uganda è la patria dei bambini, qua ci sono molti vecchi, con uno sguardo profondo che sembra presa dalle mostre di fotografia internazionale. Bimbi e ragazzi qui sono più tranquilli, hanno curiosità verso i bianchi, ogni tanto chiedono biscotti e soldi, ma non si aggrappano né ti seguono. 

Nel mio angolo di Asmara preferito, il cortile della chiesa azzurra di cui ancora non so il nome, c’è la magia. Il vento all’ombra rende piacevole la vista di Asmara in lontananza e della facciata colorata della chiesa. Note di musica provenienti da un tendone qui vicino e le sporadiche macchine si alternano ai versi di vari volatili. Entrano bimbi, donne, uomini, che baciano la muratura della recinzione prima di entrare in silenzio, avvolti in questi teli bianchi, più o meno elaborati o eleganti. Il cortile è pieno di alberi, sotto i quali sono posate delle pietre comode per sedersi a gambe incrociate. Mi siedo e respiro pace. Pura pace. Due bambini mi studiano, timidamente, parlandosi all’orecchio. Mi distraggo dal mio stato meditativo per sorridere loro. Passano un paio di uomini, con un accenno di saluto. Altre bambine, anche loro incuriosite. Torna uno dei bambini di prima. Mi dice qualcosa in Tigrinya, sorridente e timido. Apre il palmo della mano, come fosse un’offerta. Apro il mio. Lascia scivolare una piccola manciata di terra rossastra. Se ne va in silenzio, sorridendo, mentre lo ringrazio in Tigrinya. Il dono di qualcosa, il momento in cui la sua mano si apre alla mia, valgono una giornata intera. Guardo i nuvoloni bianchi sopra Asmara. La mia serenità si eleva a una pace più intensa. La terra che lascio scivolare nella tasca della mia fotocamera, sporcandola apposta, lava via pensieri negativi che come nuvole oscurano questa esperienza, nati soprattutto dal contrasto tra la meraviglia di cui mi nutro in questi posti e il grigiume di chi lavora con atteggiamenti di superiorità. Ma ora non conta nulla. 

Non ci si può sentire soli con tutta questa gente che tranquillamente cammina e pedala, muovendosi in mezzo alla vita con serenità, anche quando il dolore cerca di dominare. 

Mi guardo attorno e mi sento, come mi capitava anni fa, una goccia nel tutto. Ma soprattutto, una goccia anonima abbracciata da altre gocce, di altri bellissimi colori. Le gocce salate sono il mio sintomo di un accenno di Nirvana che rende la mia domenica tranquilla. L’Africa ha 100 volti al giorno.


.the.Hive.

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