Colpisce l’odore, di terra. Terra calda. Stesso odore che
accompagnava le albe in Tanzania. Odore di Africa, di terra, di culla ricca.
Dall’alto è uno spettacolo di notte, un continente davvero nero, con poche
luci. Sono immersi nel naturale, gli occhi non vedono, ma gli odori e i suoni
pervadono le notti. Il mio arrivo in piena notte mi permette di vedere la
strada da Entebbe a Kampala, generalmente ingolfata, completamente libera.
Autostoppisti e ciclisti invisibili fino a pochi metri scandiscono i bordi
della carreggiata. Sì, sono in Africa. La gente in strada. Dopo 25 ore di
viaggio, con scali a Amsterdam, Nairobi e Kigali, e un intoppo con il visto,
eccomi nella nuova terra adottiva per i prossimi due o tre mesi.
Quando esplode il giorno, dopo un paio di ore di sonno, ci
aggiriamo per lavoro in città. Sebbene non sia la prima volta, rimango
nuovamente ammaliato dalla quantità di materiale trasportato. Camion stracolmi
di sacchi, uomini e donne con legna, materiale non ben identificato, cibo, di
solito in equilibrio sulla testa, o sulla bici. La gente ai lati, passa il
giorno chiacchierando, vendendo, comprando, vivendo. Ecco la differenza con il
Centro America. La gente qua vive fuori, costantemente. Vive davvero in Africa,
non in due quaterne di mura ben curate e perfette, con qualche ora d’aria
libera.
Il traffico è semplicemente un’opera d’arte. Ci sono schiere
di motociclette, pronte ad assaltare ogni spazio libero. Marciapiedi, corsie
opposte, mezzi metri tra un cofano e un bagagliaio. Son matti o son geni.
Questo puoi pensare. Le donne montano le moto all’amazzone, a volte con grossi
cesti pieni di frutta o verdura. Si respira fumo nero misto a aria trasparente
ma ugualmente inquinata. Due, tre, quattro persone sulla stessa moto.
Ovviamente si contratta il prezzo, un’arte anche qui. Lavoro pericoloso, dice
il mio pilota personale oggi, ma non c’è altro in Uganda. Si meraviglia che mi
piaccia. Non gli dico, perché non lo so, il perché mi piace. Forse perché qua
ha tutto il sapore dell’arrangiarsi con un sorriso. Guardando attorno, vedendo
palme, terra rossa, case, gente, attorniato dal mondo, semplicemente rido. La
mia collega alza il pollice verso un ragazzo apprezzando degli occhiali buffi.
Ridono. E’ un’opera d’arte, nessuno si innervosisce, i clacson sono pochi. I
pedoni passano dove si può. Rido, sorrido, finchè non penso a Nerea e il suo
maledetto motorino. Ma poi sorrido di nuovo, perché sa tutto troppo di vita per
pensare al suo contrario.
Buche ovunque. Ne evita una, si gira di lato, vede all’ultimo
una moto che inchioda, la affianca con una sterzata improvvisa e necessaria.
Riparte sul marciapiede, supera a destra, a sinistra, davanti, dietro. Va
contromano esattamente in direzione di una grossa jeep. Si scostano quel tanto
che basta affinchè gli specchietti si accarezzino. La direzione di manubri e
volanti non è fissa, traballa e scatta in continuazione ma per miracolo oggi è
sempre una carezza e mai uno schianto. Una donna con una cesta stracolma di
banane, portata retta sulla testa. La superiamo sfiorandone il vestito rosso
tramonto con il manubrio. Una tazzina… Sì, una tazzina, dritta e pulita, come
fosse un’apparizione onirica. Intatta, come fosse la tavola bandita, al centro
della strada malconcia e assalita da questa mandria infinita di bufali ferrosi
su due e quattro ruote. Per evitare questa apparizione, quasi sfonda una portiera.
Tanto è ben più malconcia della tazzina! Non ho tempo di assimilare tutto. Gli
occhi sono troppo lenti, infatti guidassi io durerei sì e no venti metri. Ecco
subito un murales che stanno pitturando dal vivo: una chitarra che gocciola,
come l’orologio di Dalì, un ritratto del Che, altri due oggetti. Via, un camion
con tre mucche, di cui una ha corna molto lunghe, mi sembra di vedere. Lo
passiamo andando contromano e dando quasi una spallata a un minibus, qua
chiamato taxi. Un kilometro di mobili e letti in legno, bellissimi, all’aria
aperta. Come il mercato di fiori e piante, ai lati della strada. Sbaglia
strada, mi parla della sua vita tra una sterzata e l’altra, poi mi supplica un
dollaro in più. So che sbaglio, ma come spesso accade glielo concedo. Non vedo forti
ragioni del perché no, quando un boccone di pizza ci costa uguale da noi, o
pochi minuti di aereo. La sproporzione tra i nostri consumi e le loro esigenze
è talmente ampia…
Non ci sono vestiti neri. Basta la pelle, poi sono colori.
Il nero appare solo in alcuni vestiti eleganti, come macchia in mezzo a aranci,
rossi, verdi. Più che un insieme di individui, tutto questo sembra un
gigantesco organismo misterioso e affascinante, che può essere definito un
caos, ma chiaramente non lo è. Ha un suo meccanismo, naturale e senza tregua.
Piove uno scroscio alle 13. Fa sole dopo. Si sta bene, non
sembra l’equatore. E’ solo il primo giorno ma crollo a letto, avendo dormito 5
ore in due notti.
L’ultimo pensiero, a questo progetto: http://centroculturalaminata.org
Video: www.youtube.com/watch?v=-6dXMZqteFo
Video: www.youtube.com/watch?v=-6dXMZqteFo
.the.Hive.
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