dijous, 16 de juny del 2016

Arte del caos, culla del mondo

Colpisce l’odore, di terra. Terra calda. Stesso odore che accompagnava le albe in Tanzania. Odore di Africa, di terra, di culla ricca. Dall’alto è uno spettacolo di notte, un continente davvero nero, con poche luci. Sono immersi nel naturale, gli occhi non vedono, ma gli odori e i suoni pervadono le notti. Il mio arrivo in piena notte mi permette di vedere la strada da Entebbe a Kampala, generalmente ingolfata, completamente libera. Autostoppisti e ciclisti invisibili fino a pochi metri scandiscono i bordi della carreggiata. Sì, sono in Africa. La gente in strada. Dopo 25 ore di viaggio, con scali a Amsterdam, Nairobi e Kigali, e un intoppo con il visto, eccomi nella nuova terra adottiva per i prossimi due o tre mesi.

Quando esplode il giorno, dopo un paio di ore di sonno, ci aggiriamo per lavoro in città. Sebbene non sia la prima volta, rimango nuovamente ammaliato dalla quantità di materiale trasportato. Camion stracolmi di sacchi, uomini e donne con legna, materiale non ben identificato, cibo, di solito in equilibrio sulla testa, o sulla bici. La gente ai lati, passa il giorno chiacchierando, vendendo, comprando, vivendo. Ecco la differenza con il Centro America. La gente qua vive fuori, costantemente. Vive davvero in Africa, non in due quaterne di mura ben curate e perfette, con qualche ora d’aria libera.

Il traffico è semplicemente un’opera d’arte. Ci sono schiere di motociclette, pronte ad assaltare ogni spazio libero. Marciapiedi, corsie opposte, mezzi metri tra un cofano e un bagagliaio. Son matti o son geni. Questo puoi pensare. Le donne montano le moto all’amazzone, a volte con grossi cesti pieni di frutta o verdura. Si respira fumo nero misto a aria trasparente ma ugualmente inquinata. Due, tre, quattro persone sulla stessa moto. Ovviamente si contratta il prezzo, un’arte anche qui. Lavoro pericoloso, dice il mio pilota personale oggi, ma non c’è altro in Uganda. Si meraviglia che mi piaccia. Non gli dico, perché non lo so, il perché mi piace. Forse perché qua ha tutto il sapore dell’arrangiarsi con un sorriso. Guardando attorno, vedendo palme, terra rossa, case, gente, attorniato dal mondo, semplicemente rido. La mia collega alza il pollice verso un ragazzo apprezzando degli occhiali buffi. Ridono. E’ un’opera d’arte, nessuno si innervosisce, i clacson sono pochi. I pedoni passano dove si può. Rido, sorrido, finchè non penso a Nerea e il suo maledetto motorino. Ma poi sorrido di nuovo, perché sa tutto troppo di vita per pensare al suo contrario.

Buche ovunque. Ne evita una, si gira di lato, vede all’ultimo una moto che inchioda, la affianca con una sterzata improvvisa e necessaria. Riparte sul marciapiede, supera a destra, a sinistra, davanti, dietro. Va contromano esattamente in direzione di una grossa jeep. Si scostano quel tanto che basta affinchè gli specchietti si accarezzino. La direzione di manubri e volanti non è fissa, traballa e scatta in continuazione ma per miracolo oggi è sempre una carezza e mai uno schianto. Una donna con una cesta stracolma di banane, portata retta sulla testa. La superiamo sfiorandone il vestito rosso tramonto con il manubrio. Una tazzina… Sì, una tazzina, dritta e pulita, come fosse un’apparizione onirica. Intatta, come fosse la tavola bandita, al centro della strada malconcia e assalita da questa mandria infinita di bufali ferrosi su due e quattro ruote. Per evitare questa apparizione, quasi sfonda una portiera. Tanto è ben più malconcia della tazzina! Non ho tempo di assimilare tutto. Gli occhi sono troppo lenti, infatti guidassi io durerei sì e no venti metri. Ecco subito un murales che stanno pitturando dal vivo: una chitarra che gocciola, come l’orologio di Dalì, un ritratto del Che, altri due oggetti. Via, un camion con tre mucche, di cui una ha corna molto lunghe, mi sembra di vedere. Lo passiamo andando contromano e dando quasi una spallata a un minibus, qua chiamato taxi. Un kilometro di mobili e letti in legno, bellissimi, all’aria aperta. Come il mercato di fiori e piante, ai lati della strada. Sbaglia strada, mi parla della sua vita tra una sterzata e l’altra, poi mi supplica un dollaro in più. So che sbaglio, ma come spesso accade glielo concedo. Non vedo forti ragioni del perché no, quando un boccone di pizza ci costa uguale da noi, o pochi minuti di aereo. La sproporzione tra i nostri consumi e le loro esigenze è talmente ampia…

Non ci sono vestiti neri. Basta la pelle, poi sono colori. Il nero appare solo in alcuni vestiti eleganti, come macchia in mezzo a aranci, rossi, verdi. Più che un insieme di individui, tutto questo sembra un gigantesco organismo misterioso e affascinante, che può essere definito un caos, ma chiaramente non lo è. Ha un suo meccanismo, naturale e senza tregua.

Piove uno scroscio alle 13. Fa sole dopo. Si sta bene, non sembra l’equatore. E’ solo il primo giorno ma crollo a letto, avendo dormito 5 ore in due notti.

L’ultimo pensiero, a questo progetto: http://centroculturalaminata.org
Video: www.youtube.com/watch?v=-6dXMZqteFo

.the.Hive.

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