dissabte, 27 d’agost del 2016

Ceneri e neve


Ziwa Rhino Sanctuary, nei pressi di Nakitoma, centro dell’Uganda. I rinoceronti bianchi giacciono quieti, sonnecchianti e sbuffanti, a una decina di metri da me. Le ere biologiche, le centinaia di milioni di anni, sono qui davanti a me, in tutta la loro possanza (raggiungono le 4 tonnellate e sono il secondo animale più massiccio dopo l’elefante). Thomas, la mia guida, mi fornisce sottovoce una serie di informazioni su queste quattro giovani femmine, che girano in branco tra loro. Laloyo (“Vittoria”), di 4 anni, si alza forse leggermente infastidita da noi, ci guarda fisso, con quel suo corno centrale che punta verso di noi. Non vedono molto, con quegli occhietti semi-chiusi così minuscoli rispetto al resto, ma fanno dell’udito e dell’olfatto il loro punto forte. Ci precepisce e, dopo averci scrutato, se ne torna a dormire. Sono tranquillissimi e, come la maggior parte degli animali, possono attaccare solo per difesa. Laloyo si muove sempre in gruppo con altre tre adolescenti, di pochi anni: Luna (proprio così, senza traduzione alcuna), Waribe (“Unità”), nata esattamente due anni dopo Laloyo, e Malaika (“Angela”). I loro genitori sono gli esemplari introdotti originariamente nel parco, importandoli dal Kenya e dallo zoo di Orlando (!) degli Stati Uniti.

Importati perché non ne era rimasto nemmeno uno in Uganda. Come spesso successo nel corso degli ultimi “rinascenti”, “illuminati”, “industriali”, “scientifici” secoli, la scheggia biologica impazzita del pianeta consideri che prodotti come il corno del rinoceronte (fatto di chitina, dunque in sostanza un ammasso compattissimo di capelli) e le zanne dell’elefante (avorio) abbiano un buon mercato, con usi svariati, immancabilmente non fondati scientificamente, che vanno dalla cura di una decina di malattie gravi in Cina, al regalo di un coltello di corno di rinoceronte come rituale di passaggio nei dodicenni yemeniti, allo status symbol dei super ricchi vietnamiti. Carcasse mastodontiche, mutilate del solo corno o delle zanne, e lasciate bellamente in pasto alle iene. Il bracconaggio è una piaga in Sudafrica, dove ogni anno è in costante aumento e uccide circa 700 dei 20.000 esemplari di rinoceronti presenti sul pianeta.

In tutto questo, trovarsi al fianco di guide preparate, che arrivano dai villaggi vicini, e che si meravigliano loro stesse della bellezza di questi e altri animali (come delle orme di leopardo, fresche fresche, che troviamo di notte insieme a decine di varie specie di antilopi), è un sollievo e un contrappeso al pessimismo che mi avvolge nei confronti del genere umano, quando rifletto per un attimo sulla cura che ha verso la propria casa.

E così è come trascorro un bel week-end, solitario e in pace, nonostante si fosse messo malissimo per quello che da subito sospettavo e per fortuna si è rivelato essere una intossicazione alimentare. Dieci ore di nausea su un bus che non evita una delle migliaia di buche in uscita da Kampala, in una serie interminabile di mezzi come boda-boda, traghetto…

Le sorgenti del Nilo. O meglio, dove sgorga l'acqua che alimenta il 30% del Nilo Bianco. Le tumultuose cascate di Itanda, le uniche rimaste dopo che i vari sbarramenti hanno inondato quelle che erano mete turistiche succulente a monte, in nome del consumo elettrico, inondandone interamente l'alveo. Nuoto in mezzo a queste acque tumultuose, evitando il rafting, dai costi improponibili. Posti splendidi, non troppo sfruttati turisticamente, forse per fortuna, in una zona, quella di Jinja, che accoglie indistintamente locali e bazungu.

Lago Bunyonyi, angolo sud-occidentale vicino ai confini con Rwanda e Congo. Dicono sia il lago più bello del mondo. Un altro week-end magico, con Rachel, e con i miei tre amici russi mezzi matti. O semplicemente russi. Un paradiso che rende meritevole il lungo viaggio di quasi 10 ore. La canoa è un tronco scavato che zig-zaga con poco controllo, mal bilanciata sia nella sua struttura in sé, che per come pagaiamo. Vediamo varie isole, tra cui Buchara, eco-isola che ospita zebre ed altri animali, e Punishment Island, un’isola di una decina di metri di diametro, coperta di canneti melmosi e con un albero moribondo. Le ragazze madri incinte venivano lasciate qui, a morire, come castigo per la loro vergogna in grembo. La manager del piccolo resort vuoto dove alloggiamo per due notti è una canadese appena trasferitasi. Lilli, 53 anni, ne dimostra meno di 40 e non vuole diventare nonna, perché vuole continuare a viaggiare e fare esperienze. In Uganda ci è tornata per starci più a lungo, per aiutare un piccolo orfanotrofio vicino al resort, nei pressi di Kabale. Il lago è un piccolo paradiso, ancora più tranquillo e spettacolare delle Isole Ssese. La sera, infreddoliti dopo tanta canoa e bagni, attorno al falò, con una cena quasi troppo abbondante a cui nemmeno il mio stomaco è più abituato, e con canti e musiche festosi sparati a tutto volume dal vicino per tutta la notte, in onore di un defunto (messe e funerali sono qui una festa). Un altro week-end, questa volta con la migliore compagnia, e immersi nella bellezza, prima di tornare con un rocambolesco viaggio di ritorno dove riusciamo miracolosamente letteralmente a saltare in corsa sull’ultima barca che salpa dalla terraferma, con rapide ed efficaci contrattazioni di Rachel e tante risate dei passeggeri che ci vedono coperti di polvere da capo a piedi, per la corsa contro il tempo in boda-boda. Corsa contro il tempo, davvero poco africana…

Un giorno qualsiasi, Bugala Island. La bellezza naturale è qualcosa che toglie il fiato. Corro verso Mweena, e oltre, mangiando sotto le suole sempre più consumate, sotto le scarpe il cui bianco è ormai diventato rosso terra. Piccoli orti di banane, cassava, gente che passeggia in questo sabato di sole cocente, palme e lago. A una svolta del sentiero, mi trovo davanti famiglie di scimmiette che giocano. Mi fermo, mi accuccio, le fisso. Provo a comunicare. Loro mi fissano e scappano, poi tornano. I piccolini sono i più impavidi, si inseguono e giocano noncuranti. Scimmiette che sono ovunque su queste isole. Basta addentrarsi minimamente in quel che è rimasto della foresta originale, o anche solo starne ai bordi, e si vedono questi nostri piccoli parenti rincorrersi, mangiare i frutti delle palme tirandone i noccioli al suolo, inseguirsi mostrando i loro testicoli azzurro fosforescente.

Un altro giorno qualsiasi, Banda Island. Da tempo parlano di lui. Appare a volte, preannunciato da cani che impauriti abbaiano. Sono sdraiato sull’amaca, al telefono, dopo una giornata di lavoro, con l’oscurità già quasi totale. Tra le acque leggermente mosse della spiaggia, affiora uno scoglio. Si muove. Non ci credo… Mi avvicino, chiamo Michele. “E’ luI!” I cani lo confermano. Posso solo vedere il testone enorme, con le narici possenti, che affiorano dall’acqua. Vorrebbe approdare sulla spiaggia, ma i cani lo tengono a distanza. Se ne va. Mezzora dopo, a cena, si risentono i cani. Li rintraccio ed eccolo, in tutta la sua magnificenza. La mastodontica figura dell’ippopotamo si staglia scura contro le acque del lago leggermente illuminate dalla luna crescente. E’ semplicemente enorme. Sta pascolando tra gli alberi del campeggio. Si muove tra queste isole, Banda, Kitobo, e isolette e scogli circostanti. Sono due esemplari. Rimango affascinato dalla bellezza. E da come questa bellezza conviva quotidianamente, in armonia e naturalità.

Un altro giorno qualsiasi, Kitobo. Mi prendo delle pause dal lavoro. Amo andare alla scogliera, specialmente quando le giornate sono costellate di problemi da risolvere, tramite chiamate, viaggi, soluzioni improvvisate. Allora mi perdo con lo sguardo nella natura. Ritrovo subito la calma e relativizzo qualsiasi problema. Osservo questi falchi giganteschi, che si tuffano tra le acque con gli artigli, e che vivono tra le foreste delle diverse isolette. Le loro ali, la libertà che ci accomuna.

Una sera qualsiasi, Kalangala, giardino di casa. Mentre ricordo l’opposta frenesia entusiasta e passeggera con cui svolgevo mille attività ad Alicante, Barcellona, Milano, Boulder, mi godo ogni respiro del vento tra le fronde mentre mi sdraio su una panchina approssimativa, un tronco tagliato a metà, instabilmente appoggiato a due ceppi. Riesco a sentire il fresco, il caldo, il vento, la stanchezza, il benessere dopo una corsa e una doccia fredda, l’integrità e salute del mio corpo, e la fortuna di poter prendermi cura di me ogni giorno, senza malattie o povertà. Il privilegio di poter osservare e godere della bellezza, del benessere, della natura, della semplicità. Non sento il bisogno di alcol, festa, caos urbano. La città, fosse anche Roma o Barcellona, non può competere in me con la stupenda semplicità di Kalangala, cala Violina, la val di Mello, le Grigne, la Vila Joiosa. Esce fuori solo una salutare sensazione di mancanza per la famiglia, i migliori amici, le prealpi, il lago di Lecco, la Spagna e il suo calore, la brulicante speranza sociale catalana, il Mediterraneo, la pizza, unas tapas, Rafiki (la mia gatta a forma di mucca). Ma sono attimi, salutari e necessari.

E poi per caso scopro ieri sera Ashes and Snow, il film-documentario che trae ispirazione dal museo nomade omonimo del canadese Gregory Colbert. Peculiare, a tratti mistico ed ermetico, magico nella sua rappresentazione dell’armonia primordiale tra umani e animali.

Sono agnostico. Forse non sono ateo perché mi chiedo come è possibile tanta bellezza, armonia, perfezione. E forse non sono credente perché mi chiedo come è possibile che una sola specie possa distruggere tutto questo, se è davvero la specie prescelta da qualche dio. 

.the.Hive.

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