Ziwa Rhino Sanctuary, nei pressi di Nakitoma,
centro dell’Uganda. I rinoceronti bianchi giacciono quieti,
sonnecchianti e sbuffanti, a una decina di metri da me. Le ere
biologiche, le centinaia di milioni di anni, sono qui davanti a me,
in tutta la loro possanza (raggiungono le 4 tonnellate e sono il
secondo animale più massiccio dopo l’elefante). Thomas, la mia
guida, mi fornisce sottovoce una serie di informazioni su queste
quattro giovani femmine, che girano in branco tra loro. Laloyo
(“Vittoria”), di 4 anni, si alza forse leggermente infastidita da
noi, ci guarda fisso, con quel suo corno centrale che punta verso di
noi. Non vedono molto, con quegli occhietti semi-chiusi così
minuscoli rispetto al resto, ma fanno dell’udito e dell’olfatto
il loro punto forte. Ci precepisce e, dopo averci scrutato, se ne
torna a dormire. Sono tranquillissimi e, come la maggior parte degli
animali, possono attaccare solo per difesa. Laloyo si muove sempre in
gruppo con altre tre adolescenti, di pochi anni: Luna (proprio così,
senza traduzione alcuna), Waribe (“Unità”), nata esattamente due
anni dopo Laloyo, e Malaika (“Angela”). I loro genitori sono gli
esemplari introdotti originariamente nel parco, importandoli dal
Kenya e dallo zoo di Orlando (!) degli Stati Uniti.
Importati perché non ne era rimasto nemmeno uno in Uganda. Come
spesso successo nel corso degli ultimi “rinascenti”,
“illuminati”, “industriali”, “scientifici” secoli, la
scheggia biologica impazzita del pianeta consideri che prodotti come
il corno del rinoceronte (fatto di chitina, dunque in sostanza un
ammasso compattissimo di capelli) e le zanne dell’elefante (avorio)
abbiano un buon mercato, con usi svariati, immancabilmente non
fondati scientificamente, che vanno dalla cura di una decina di
malattie gravi in Cina, al regalo di un coltello di corno di
rinoceronte come rituale di passaggio nei dodicenni yemeniti, allo
status symbol dei super ricchi vietnamiti. Carcasse mastodontiche,
mutilate del solo corno o delle zanne, e lasciate bellamente in pasto
alle iene. Il bracconaggio è una piaga in Sudafrica, dove ogni anno
è in costante aumento e uccide circa 700 dei 20.000 esemplari di
rinoceronti presenti sul pianeta.
In tutto questo, trovarsi al fianco di guide preparate, che arrivano
dai villaggi vicini, e che si meravigliano loro stesse della bellezza
di questi e altri animali (come delle orme di leopardo, fresche
fresche, che troviamo di notte insieme a decine di varie specie di
antilopi), è un sollievo e un contrappeso al pessimismo che mi
avvolge nei confronti del genere umano, quando rifletto per un attimo
sulla cura che ha verso la propria casa.
E così è come trascorro un bel week-end, solitario e in pace,
nonostante si fosse messo malissimo per quello che da subito
sospettavo e per fortuna si è rivelato essere una intossicazione
alimentare. Dieci ore di nausea su un bus che non evita una delle
migliaia di buche in uscita da Kampala, in una serie interminabile di
mezzi come boda-boda, traghetto…
Le sorgenti del Nilo. O meglio, dove sgorga l'acqua che alimenta il 30% del Nilo Bianco. Le tumultuose cascate di Itanda, le uniche rimaste dopo che i vari sbarramenti hanno inondato quelle che erano mete turistiche succulente a monte, in nome del consumo elettrico, inondandone interamente l'alveo. Nuoto in mezzo a queste acque tumultuose, evitando il rafting, dai costi improponibili. Posti splendidi, non troppo sfruttati turisticamente, forse per fortuna, in una zona, quella di Jinja, che accoglie indistintamente locali e bazungu.
Lago Bunyonyi, angolo sud-occidentale vicino ai confini con Rwanda e
Congo. Dicono sia il lago più bello del mondo. Un altro week-end
magico, con Rachel, e con i miei tre amici russi mezzi matti. O
semplicemente russi. Un paradiso che rende meritevole il lungo
viaggio di quasi 10 ore. La canoa è un tronco scavato che zig-zaga
con poco controllo, mal bilanciata sia nella sua struttura in sé,
che per come pagaiamo. Vediamo varie isole, tra cui Buchara,
eco-isola che ospita zebre ed altri animali, e Punishment Island,
un’isola di una decina di metri di diametro, coperta di canneti
melmosi e con un albero moribondo. Le ragazze madri incinte venivano
lasciate qui, a morire, come castigo per la loro vergogna in grembo.
La manager del piccolo resort vuoto dove alloggiamo per due notti è
una canadese appena trasferitasi. Lilli, 53 anni, ne dimostra meno di
40 e non vuole diventare nonna, perché vuole continuare a viaggiare
e fare esperienze. In Uganda ci è tornata per starci più a lungo,
per aiutare un piccolo orfanotrofio vicino al resort, nei pressi di
Kabale. Il lago è un piccolo paradiso, ancora più tranquillo e
spettacolare delle Isole Ssese. La sera, infreddoliti dopo tanta
canoa e bagni, attorno al falò, con una cena quasi troppo abbondante
a cui nemmeno il mio stomaco è più abituato, e con canti e musiche
festosi sparati a tutto volume dal vicino per tutta la notte, in
onore di un defunto (messe e funerali sono qui una festa). Un altro
week-end, questa volta con la migliore compagnia, e immersi nella
bellezza, prima di tornare con un rocambolesco viaggio di ritorno
dove riusciamo miracolosamente letteralmente a saltare in corsa
sull’ultima barca che salpa dalla terraferma, con rapide ed
efficaci contrattazioni di Rachel e tante risate dei passeggeri che
ci vedono coperti di polvere da capo a piedi, per la corsa contro il
tempo in boda-boda. Corsa contro il tempo, davvero poco
africana…
Un giorno qualsiasi, Bugala Island. La bellezza naturale è qualcosa
che toglie il fiato. Corro verso Mweena, e oltre, mangiando sotto le
suole sempre più consumate, sotto le scarpe il cui bianco è ormai
diventato rosso terra. Piccoli orti di banane, cassava, gente che
passeggia in questo sabato di sole cocente, palme e lago. A una
svolta del sentiero, mi trovo davanti famiglie di scimmiette che
giocano. Mi fermo, mi accuccio, le fisso. Provo a comunicare. Loro mi
fissano e scappano, poi tornano. I piccolini sono i più impavidi, si
inseguono e giocano noncuranti. Scimmiette che sono ovunque su queste
isole. Basta addentrarsi minimamente in quel che è rimasto della
foresta originale, o anche solo starne ai bordi, e si vedono questi
nostri piccoli parenti rincorrersi, mangiare i frutti delle palme
tirandone i noccioli al suolo, inseguirsi mostrando i loro testicoli
azzurro fosforescente.
Un altro giorno qualsiasi, Banda Island. Da tempo parlano di lui.
Appare a volte, preannunciato da cani che impauriti abbaiano. Sono
sdraiato sull’amaca, al telefono, dopo una giornata di lavoro, con
l’oscurità già quasi totale. Tra le acque leggermente mosse della
spiaggia, affiora uno scoglio. Si muove. Non ci credo… Mi avvicino,
chiamo Michele. “E’ luI!” I cani lo confermano. Posso solo
vedere il testone enorme, con le narici possenti, che affiorano
dall’acqua. Vorrebbe approdare sulla spiaggia, ma i cani lo tengono
a distanza. Se ne va. Mezzora dopo, a cena, si risentono i cani. Li
rintraccio ed eccolo, in tutta la sua magnificenza. La mastodontica
figura dell’ippopotamo si staglia scura contro le acque del lago
leggermente illuminate dalla luna crescente. E’ semplicemente
enorme. Sta pascolando tra gli alberi del campeggio. Si muove tra
queste isole, Banda, Kitobo, e isolette e scogli circostanti. Sono
due esemplari. Rimango affascinato dalla bellezza. E da come questa
bellezza conviva quotidianamente, in armonia e naturalità.
Un altro giorno qualsiasi, Kitobo. Mi prendo delle pause dal lavoro.
Amo andare alla scogliera, specialmente quando le giornate sono
costellate di problemi da risolvere, tramite chiamate, viaggi,
soluzioni improvvisate. Allora mi perdo con lo sguardo nella natura.
Ritrovo subito la calma e relativizzo qualsiasi problema. Osservo
questi falchi giganteschi, che si tuffano tra le acque con gli
artigli, e che vivono tra le foreste delle diverse isolette. Le loro
ali, la libertà che ci accomuna.
Una sera qualsiasi, Kalangala, giardino di casa. Mentre ricordo
l’opposta frenesia entusiasta e passeggera con cui svolgevo mille
attività ad Alicante, Barcellona, Milano, Boulder, mi godo ogni
respiro del vento tra le fronde mentre mi sdraio su una panchina
approssimativa, un tronco tagliato a metà, instabilmente appoggiato
a due ceppi. Riesco a sentire il fresco, il caldo, il vento, la
stanchezza, il benessere dopo una corsa e una doccia fredda,
l’integrità e salute del mio corpo, e la fortuna di poter
prendermi cura di me ogni giorno, senza malattie o povertà. Il
privilegio di poter osservare e godere della bellezza, del benessere,
della natura, della semplicità. Non sento il bisogno di alcol,
festa, caos urbano. La città, fosse anche Roma o Barcellona, non può
competere in me con la stupenda semplicità di Kalangala, cala
Violina, la val di Mello, le Grigne, la Vila Joiosa. Esce fuori solo
una salutare sensazione di mancanza per la famiglia, i migliori
amici, le prealpi, il lago di Lecco, la Spagna e il suo calore, la
brulicante speranza sociale catalana, il Mediterraneo, la pizza, unas
tapas, Rafiki (la mia gatta a forma di mucca). Ma sono attimi,
salutari e necessari.
E poi per caso scopro ieri sera Ashes and Snow, il film-documentario che
trae ispirazione dal museo nomade omonimo del canadese Gregory Colbert. Peculiare, a tratti
mistico ed ermetico, magico nella sua rappresentazione dell’armonia
primordiale tra umani e animali.
Sono agnostico. Forse non sono ateo perché mi chiedo come è
possibile tanta bellezza, armonia, perfezione. E forse non sono
credente perché mi chiedo come è possibile che una sola specie
possa distruggere tutto questo, se è davvero la specie prescelta da
qualche dio.
.the.Hive.
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