Ci sono momenti
che si impregnano di anni. Sono istanti rari, in cui ti rendi conto che di
strada ne hai fatta, che il tempo, il nostro amico tempo, ti ha accompagnato in
silenzio durante mesi o anni. È stato silenziosamente presente. Ora ti invita
ad ammirarlo. Mi porta indietro di tre anni, alla Tanzania. Mi porta indietro
di 6 e mezzo, a Cuenca, e al primo forte ed incontrollabile impulso per andare
in Sudamerica. Ammiro il tempo, tutto assieme.
In questo attico,
nel centro di Palma de Mallorca, mi sento al traguardo. Qui, dove anche lei, Rachel, verrà.
Sì, perché abbiamo quasi vinto. 3-0, palla al centro. Un altro visto. Sudato
sangue, soldi ed energie. Questa volta un visto di un anno, affinché lei, dalla
remota Lusoga ugandese, sbarchi a Mallorca per stare con me e per
studiare ancora, come lei sognava. Sfibrati dalla burocrazia, dalla mancanza cronica
di soldi sopperita dalla mia famiglia che non ha mai dubitato un minuto
nell’appoggiarci.
Eppure, sono qui,
su un’amaca trovata in un cassetto di questo attico molto rustico e bohemien, con
una terrazza grande e di un camino, con scaffali e mobiletti recuperati dalla
strada e restaurati. Un appartamento che non avrei potuto sognare, non per il
lusso, ma per l’imperfetto stile rustico e genuino, unico e romantico. Qui,
mentre bevo un vino già aperto trovato nel frigo spento, con Leonard Cohen,
qui, sento il senso della vita, della bellezza, della fortuna, della giustizia.
Pensando che forse sono arrivato a un punto. Che ho lottato duro, che sono stato
aiutato decine di volte. Abbiamo lottato in tanti. Ho sofferto, ho gioito, ho
sofferto ancora. E lei con me. E la mia famiglia con noi. Da lontano o da
vicino.
Il vino che
scioglie i nodi nello stomaco, scioglie mesi o anni di scelte difficili, rese più
facili dall’appoggio incondizionato di famiglia e alcuni amici. Mamma, papà,
Cri, grazie. Annalisa, Serena, Mimi, Marta, Luis, Bernat, grazie.
Mi sento adulto.
Ho scelto, spesso. Scegliere per me è sempre stato difficile. Un uomo, ho
capito, deve sapere scegliere. E deve continuare sulla scelta fatta, anche se
forse ha portato svantaggi. Fatico a pensare che ci siano scelte proprio
sbagliate, sono rare: la maggior parte delle volte è un bilancino al vento,
dove è impossibile capire pro e contro nel futuro, giustizia e ingiustizia… E
allora si sceglie, secondo quel che si sente, e, spesso quando si cresce,
secondo quello che realisticamente si può. Come Kutki Romero dice, “Quando
segui il cuore non sbagli mai. Se lui si sbaglia, è perché dovevi sbagliarti.”
Le mie scelte si
basano spesso sul dove. Il dove, che in teoria conta poco. Il dove alla fine è
uno scenario esterno dove posizionarsi e trovare altri esseri umani, che, in
ogni dove, sono sostanzialmente simili nel bene e nel male. Eppure, il mio dove
è sempre importante. Il dove si è materializzato in posti incredibili come
Kalangala, Mallorca, Pian di Spagna, Eritrea, Alicante, Barcellona…
Nella strada
pedonale dove vivo ci sono ben due parrucchieri per africane. Davanti alla
porta di casa c’è un restauratore di mobili antichi con un apprendista
nigeriano. All’angolo c’è un riparatore di scarpe e chiavi con un altro ragazzo
africano al seguito. L’università brulica di diversità, con tante ragazze di
colore. Sorrido aspettando Rachel, sorrido al vedere pezzetti di Africa ben
integrati.
Il lavoro è di
una tranquillità e pace ideale. Le persone, semplicemente simpatiche,
tranquille. Il mio capo, i colleghi, il padrone di casa, che mi parla di
cambiamenti climatici e ha i capelli lunghi e ricci come li avevo io a 25 anni.
La bellezza di Mallorca è calda e ubiqua. Nel centro di Palma, sul lungomare, nelle
calette. Vivere in questa bellezza, e viverlo in un modo sereno, non frenetico
né chiassoso, è la cosa più bella che posso immaginare. Apprezzare tutto questo è ancora più saporito se penso allo squallore di mesi passati. Acqua passata ed esperienza acquisita.
In tutto questo,
la spinta è lei. È lei e il nostro placido amore, che ha sopravvissuto a
distanze intercontinentali. Non credo che sia vero che manchino solo pochi
giorni. La felicità che proveremo, in questa isoletta del Mediterraneo, è per
chi in questo stesso mare ha perso la vita, e chi attraversandolo cerca di non
perdere la speranza. Noi abbiamo vinto le frontiere, a costo di stress e soldi.
Con un costo più alto, c’è chi le attraversa in altro modo, definito illegale.
Io le frontiere non le voglio. E non c’è nient’altro che mi spinge più che
questo. Ogni essere umano ha il diritto di avere una possibilità come la abbiamo
avuta noi occidentali alla nascita, senza fare nulla, ma proprio nulla, per
meritarla. Come dice Sepúlveda, semplicemente “da qualche parte bisogna nascere”.
La felicità che
proveremo, in questa pacifica cittadina soleggiata, è per chi 75 anni fa
combatteva in questo stesso continente, come pedoni messi in gioco da folli al
potere. Con i risparmi di mio nonno, che ha avuto decenni di pensione da
reduce, riesco a mantenere lei e aiutare la sua famiglia. C’è una circolarità
nella vita, basta coglierla quando il cerchio ci passa accanto. A volte sento
la sua voce, mi parla deciso, come fosse la sua rivincita personale per tutto
il pessimismo e il dolore che provò nei tempi bellici della sua giovinezza. Non
si potrà mai compensare la quantità abnorme di ingiustizia storica ed attuale,
ma almeno possiamo essere dei veicoli passivi e casuali di pace, di speranza. È
una piccola cosa. Ma io sono solo una piccola goccia, e non credo più nel
cambiare il mondo. Mi basta cambiare una piccola goccia come me.
Ho trovato centinaia
di piccole gocce, di tutte le età, razze, colore, che mi hanno ispirato e che
mi ispirano. Come il coinquilino temporaneo che ho avuto, il cileno Andrés, la
cui visione del mondo è praticamente identica alla mia, nonostante sia nato 25
anni prima di me dalla parte opposta del mondo. Come Fausta, che 3 anni fa ci
ospitò in Tanzania, e da cui partì il mio amore per il continente che è la
culla dell’umanità. Nell’ultimo mese ho conosciuto persone di Uruguay, Cechia,
Messico, Giappone, Bielorussia, Ucraina, Nigeria, Sierra Leone, Russia,
Austria, Cile, Spagna, Italia… Non mi stancherò mai di questa bellissima
diversità. Diversità di età, sesso, nazionalità. Ma chi conosce e viene a
contatto, impara a riconoscere l’umanità. E le frontiere si disintegrano. È
proprio nella diversità che spesso trovo la comprensione, il senso, l’umanità.
È nel contatto casuale, libero e disinteressato che sento quella fiammella
comune, direi spirituale. “Cosa ti spinge a fare questo?” mi chiedono una sera
a Morbegno, verso la fine del campo di volontariato che ho diretto per conto di
Legambiente. “Abbattere le frontiere.” Avevamo appena ospitato tre richiedenti
asilo, della stessa età (attorno ai 20) dei volontari internazionali. Hanno
raccontato degli orrori e dell’anarchia libica.
Hanno mostrato cicatrici e
spavalderia allo stesso tempo. Vedere le facce stupite, sorprese, allibite, di
ragazzine est-europee, bianche come il latte, delicate, innocenti e buone,
opposte ai visi già di uomini troppo giovani, vissuti, consapevoli e consunti
di ragazzi africani che si sono guadagnati la vita a tentoni. Sentire quel
brivido che ti dice “Questo è giusto.”. Gocce che si incontrano senza
scontrarsi. Gocce che si conoscono e che non si incontreranno mai più ma
continueranno a far parte dello stesso mare, con una maggiore consapevolezza di
farne parte.
Oggi vado a letto
con un’altra consapevolezza, piena e felice, pensando alla mia goccia gemella
che fra una decina di giorni sarà ogni notte accanto a me. La vita è
meravigliosa, se hai fortuna al tuo fianco e persone vicine.
.the.Hive.
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