Joseph è uno di
quegli uomini che puntualmente, casualmente, mi fanno trascorrere le
3 ore e mezza di traghetto di ritorno dalla terraferma. E’
proprietario di un appezzamento dove coltiva palma da olio con la
stessa cooperativa della mia padrona di casa. La cooperativa facilita
tecniche e piantine, il proprietario le acquista e le fa piantare e
curare da lavoratori pagati cifre piuttosto basse. Mezza isola di
Bugala, dove vivo, è piantumata. Non è raro trovare carichi interi
abbandonati nella foresta. “Perché?” “Perché a volte non ci
sono abbastanza camion per portar via tutte quelle tonnellate.” I
datteri vengono pre-processati sull’isola, prima di essere inviati
a Jinja dove viene estratto l’olio. Dei problemi ambientali legati,
ossia la grande quantità d’acqua richiesta dalle palme (e va bene,
siamo sul lago), e del fatto che per 20-25 anni il terreno rimarrà
inutilizzabile per altre coltivazioni, in pochi se ne preoccupano,
sia qui che altrove. Troppo proficuo il commercio.
Ciò che è
interessante di Joseph è, come sempre la sua grande curiosità e
intelligenza sulle questioni politiche e sociali europee. Si finisce
a parlare dei morti del Mediterraneo. Dell’Occidente e delle sue
responsabilità nel fomentare il fanatismo. E’ curioso come molti
di loro, osservatori per fortuna super-partes di quella che è una
piccola guerra mondiale per il petrolio, etichettata religione e
sponsorizzata fanatismo, abbiano le stesse identiche impressioni mie.
Gli attentati qua passano in secondo piano nelle notizie, dominate da
questioni di politica e dall’ennesima crisi in Sud Sudan, ben più
gravi in numeri degli attentati in Europa.
Mi parla delle
coltivazioni. Sono sempre più ammaliato dalla terra, dai suoi
prodotti. A Jinja, città da cui ritornavo dopo un bel week-end
con tre medici russi, vedo una fiera nazionale dell’agricoltura,
dove vengono mostrate varie coltivazioni tipiche ugandesi, dal miglio
alla cassava, a degli enormi girasoli (più grandi del mio viso!) che
guardano per terra invece che il sole, vinti dalla loro gravità.
Mi chiede, come
tanti su questo traghetto che spazza le acque placida di questa
distesa blu, come funziona l’Europa in fatto di educazione, di
rispetto degli omosessuali (qua è un reato, punibile fino a 15 anni
di carcere), di agricoltura, di lavoro. Poi, dice che vorrebbe andare
in Europa, visitarla. E i suoi occhi, come quelli di altri che
scandivano frasi simili, viaggiano lontano, mentre mi ripetono quanto
sia difficile ottenere un visto, oltre ai soldi. No, non credo di
poterlo capire. Noi arrogantemente entriamo in qualsiasi paese
sganciando due banconote da 20 o 50 dollari, e raccontandoci come
volonterosi aiutanti del Terzo Mondo. Non sappiamo né possiamo
sapere nulla della difficoltà di ottenere un visto, dell’impotenza.
Passeggiamo arroganti per il Mondo, mentre il resto è attorniato da
recinzioni e frontiere invalicabili, dove per di più gli vengono
dipinti miraggi di oasi di benessere, integrazione ed accoglienza. Il
Mondo è ai piedi dei bianchi, e se per caso qualcosa va storto
durante un check-point, o la burocrazia non è all’altezza della
nostra stressante macchina oleata, ce la prendiamo pure. Come fosse
diritto passeggiare per il mondo per poi chiuderci nella nostra
fortezza impenetrabile o quasi. Come se fosse il fato a far affondare
i barconi oggi, e non una politica estera in costante regressione dal
“Rinascimento” in poi, in controcorrente con le sempre più
strabilianti scoperte scientifiche, evoluzioni letterarie ed
intellettuali, con una apparente ripresa dopo le catastrofi ignobili
su scala mondiale.
Joseph investiva
in legno illegale in Congo all’inizio. Si muoveva per zone
pericolose, dove gli scontri a fuoco erano giornalieri, pagava i
corrotti militari locali governativi affinché gli consentissero di
sventrare un altro pezzettino di foresta tropicale. Alberi dal tronco
di una decina di metri. I militari gli fornivano camion speciali per
trasportare il legname, oltre alla loro protezione. Un giorno, il
sottoposto di Joseph gli rubò tutti i macchinari. E’ grato a sua
moglie “perché non mi lasciò, mi stette accanto per
ricominciare”. In Congo, tutto attorno al business del legno e dei
minerali, villaggetti in condizioni miseri, in mezzo a una foresta
deturpata. Il Congo, terra maledettamente piena di risorse naturali,
come le terre rare che, estratte, macchiate di sangue e vendute a
caro prezzo, riempiono i nostro cellulari. Il Congo, emblema della
distruzione sconsiderata della bellezza e della società, sventrate
entrambe in nome di soldi e guerre.
Sua moglie
qualche anno prima era in partenza per la Malesia. Le avevano offerto
un bel posto come cameriera in un hotel a 5 stelle. Il lavoro, qua,
scarseggia, e la prospettiva di fare buoni soldi era per tutti
un’opportunità unica. Quando tutto era pronto per la partenza,
scoprirono che la sua destinazione sarebbe stata la prostituzione.
Condotta da Nigeriani, con intermiedari Ugandesi e Malesi.
Probabilmente, non sarebbe mai più tornata indetro, costretta con
mezzi psicologici e fisici, come avviene per tante ragazze sulla
strada in Europa, alla mercé di uomini pallidi e non, senza altra
speranza e dignità che svuotare la propria solitudine e i propri
liquidi ormonali su pelli giovani dal colore così nobile, usate e
maltrattate.
Joseph mi
racconta della loro storia d’amore. Erano amici, e un giorno, senza
alcun bacio previo, le chiese di sposarlo. Accettò ed ecco, una
famiglia con due bimbi. Qui, la proposta di matrimonio avviene dopo
giorni, o pochissime settimane, normalmente. Se si funziona a letto,
si funziona come coppia. Tanti, cattolici e musulmani, hanno figli
con più donne, che loro chiamano indistintamente mogli. E’
perfettamente normale, ben accetto, sempre che si abbia il modo di
prendersene cura. L’opposto naturalmente non è vero. La donna è,
come nel 95% delle società umane della storia, su un secondo
livello, sebbene certamente esistano contesti molto più marcati. Mi
chiede, come tanti, perché non sono sposato. Se le prime volte non
sapevo cosa rispondere, bofonchio poi di solito qualcosa sull’“aspettare la donna giusta, essere sicuro…” e cose di questo
tipo. Se menziono la mia bellissima storia senza matrimonio né figli
di quasi 10 anni, ridono, è per loro incomprensibile (e come dargli
torto, lo è anche per me ora a volta, ma mi bado bene dallo
scavargli queste cose). Immagino che questo schizzinoso modo di
vedere le relazioni, invece di dare alla luce vari figli con una
buona moglie, sia per loro inconcepibile, ma mi sorridono comunque.
Ora, prendo anche
un po’ più seriamente e con più tatto le ilari proposte di matrimonio (“Marry
me”), che tacciavo solo di bonaria presa in giro, e che piovono
spesso dopo poche conversazioni con una ragazza.
.the.Hive.
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