dilluns, 25 de juliol del 2016

Joseph


Joseph è uno di quegli uomini che puntualmente, casualmente, mi fanno trascorrere le 3 ore e mezza di traghetto di ritorno dalla terraferma. E’ proprietario di un appezzamento dove coltiva palma da olio con la stessa cooperativa della mia padrona di casa. La cooperativa facilita tecniche e piantine, il proprietario le acquista e le fa piantare e curare da lavoratori pagati cifre piuttosto basse. Mezza isola di Bugala, dove vivo, è piantumata. Non è raro trovare carichi interi abbandonati nella foresta. “Perché?” “Perché a volte non ci sono abbastanza camion per portar via tutte quelle tonnellate.” I datteri vengono pre-processati sull’isola, prima di essere inviati a Jinja dove viene estratto l’olio. Dei problemi ambientali legati, ossia la grande quantità d’acqua richiesta dalle palme (e va bene, siamo sul lago), e del fatto che per 20-25 anni il terreno rimarrà inutilizzabile per altre coltivazioni, in pochi se ne preoccupano, sia qui che altrove. Troppo proficuo il commercio.

Ciò che è interessante di Joseph è, come sempre la sua grande curiosità e intelligenza sulle questioni politiche e sociali europee. Si finisce a parlare dei morti del Mediterraneo. Dell’Occidente e delle sue responsabilità nel fomentare il fanatismo. E’ curioso come molti di loro, osservatori per fortuna super-partes di quella che è una piccola guerra mondiale per il petrolio, etichettata religione e sponsorizzata fanatismo, abbiano le stesse identiche impressioni mie. Gli attentati qua passano in secondo piano nelle notizie, dominate da questioni di politica e dall’ennesima crisi in Sud Sudan, ben più gravi in numeri degli attentati in Europa.

Mi parla delle coltivazioni. Sono sempre più ammaliato dalla terra, dai suoi prodotti. A Jinja, città da cui ritornavo dopo un bel week-end con tre medici russi, vedo una fiera nazionale dell’agricoltura, dove vengono mostrate varie coltivazioni tipiche ugandesi, dal miglio alla cassava, a degli enormi girasoli (più grandi del mio viso!) che guardano per terra invece che il sole, vinti dalla loro gravità.

Mi chiede, come tanti su questo traghetto che spazza le acque placida di questa distesa blu, come funziona l’Europa in fatto di educazione, di rispetto degli omosessuali (qua è un reato, punibile fino a 15 anni di carcere), di agricoltura, di lavoro. Poi, dice che vorrebbe andare in Europa, visitarla. E i suoi occhi, come quelli di altri che scandivano frasi simili, viaggiano lontano, mentre mi ripetono quanto sia difficile ottenere un visto, oltre ai soldi. No, non credo di poterlo capire. Noi arrogantemente entriamo in qualsiasi paese sganciando due banconote da 20 o 50 dollari, e raccontandoci come volonterosi aiutanti del Terzo Mondo. Non sappiamo né possiamo sapere nulla della difficoltà di ottenere un visto, dell’impotenza. Passeggiamo arroganti per il Mondo, mentre il resto è attorniato da recinzioni e frontiere invalicabili, dove per di più gli vengono dipinti miraggi di oasi di benessere, integrazione ed accoglienza. Il Mondo è ai piedi dei bianchi, e se per caso qualcosa va storto durante un check-point, o la burocrazia non è all’altezza della nostra stressante macchina oleata, ce la prendiamo pure. Come fosse diritto passeggiare per il mondo per poi chiuderci nella nostra fortezza impenetrabile o quasi. Come se fosse il fato a far affondare i barconi oggi, e non una politica estera in costante regressione dal “Rinascimento” in poi, in controcorrente con le sempre più strabilianti scoperte scientifiche, evoluzioni letterarie ed intellettuali, con una apparente ripresa dopo le catastrofi ignobili su scala mondiale.

Joseph investiva in legno illegale in Congo all’inizio. Si muoveva per zone pericolose, dove gli scontri a fuoco erano giornalieri, pagava i corrotti militari locali governativi affinché gli consentissero di sventrare un altro pezzettino di foresta tropicale. Alberi dal tronco di una decina di metri. I militari gli fornivano camion speciali per trasportare il legname, oltre alla loro protezione. Un giorno, il sottoposto di Joseph gli rubò tutti i macchinari. E’ grato a sua moglie “perché non mi lasciò, mi stette accanto per ricominciare”. In Congo, tutto attorno al business del legno e dei minerali, villaggetti in condizioni miseri, in mezzo a una foresta deturpata. Il Congo, terra maledettamente piena di risorse naturali, come le terre rare che, estratte, macchiate di sangue e vendute a caro prezzo, riempiono i nostro cellulari. Il Congo, emblema della distruzione sconsiderata della bellezza e della società, sventrate entrambe in nome di soldi e guerre.

Sua moglie qualche anno prima era in partenza per la Malesia. Le avevano offerto un bel posto come cameriera in un hotel a 5 stelle. Il lavoro, qua, scarseggia, e la prospettiva di fare buoni soldi era per tutti un’opportunità unica. Quando tutto era pronto per la partenza, scoprirono che la sua destinazione sarebbe stata la prostituzione. Condotta da Nigeriani, con intermiedari Ugandesi e Malesi. Probabilmente, non sarebbe mai più tornata indetro, costretta con mezzi psicologici e fisici, come avviene per tante ragazze sulla strada in Europa, alla mercé di uomini pallidi e non, senza altra speranza e dignità che svuotare la propria solitudine e i propri liquidi ormonali su pelli giovani dal colore così nobile, usate e maltrattate.

Joseph mi racconta della loro storia d’amore. Erano amici, e un giorno, senza alcun bacio previo, le chiese di sposarlo. Accettò ed ecco, una famiglia con due bimbi. Qui, la proposta di matrimonio avviene dopo giorni, o pochissime settimane, normalmente. Se si funziona a letto, si funziona come coppia. Tanti, cattolici e musulmani, hanno figli con più donne, che loro chiamano indistintamente mogli. E’ perfettamente normale, ben accetto, sempre che si abbia il modo di prendersene cura. L’opposto naturalmente non è vero. La donna è, come nel 95% delle società umane della storia, su un secondo livello, sebbene certamente esistano contesti molto più marcati. Mi chiede, come tanti, perché non sono sposato. Se le prime volte non sapevo cosa rispondere, bofonchio poi di solito qualcosa sull’“aspettare la donna giusta, essere sicuro…” e cose di questo tipo. Se menziono la mia bellissima storia senza matrimonio né figli di quasi 10 anni, ridono, è per loro incomprensibile (e come dargli torto, lo è anche per me ora a volta, ma mi bado bene dallo scavargli queste cose). Immagino che questo schizzinoso modo di vedere le relazioni, invece di dare alla luce vari figli con una buona moglie, sia per loro inconcepibile, ma mi sorridono comunque.

Ora, prendo anche un po’ più seriamente e con più tatto le ilari proposte di matrimonio (“Marry me”), che tacciavo solo di bonaria presa in giro, e che piovono spesso dopo poche conversazioni con una ragazza.


.the.Hive.

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