dilluns, 25 de juliol del 2016

Storie di traghetto


Seduto, contro la parete del ristorantino del molo, al fresco, con le onde verdi fosforescenti del porticciolo, inquinato come tutti i porti del mondo. Sul traghetto, questa volta ho conosciuto Joe e Innocent. Ci siamo scambiati i contatti. Innocent poi mi chiamerà spesso nei giorni successivi. Vuole fare sempre nuovi amici, mi invita al suo nuovo supermercatino a Kampala e nell’Ovest dell’Uganda, dove vive sua moglie. Mi vuole far vedere le sue terre. Sua moglie è di origini ruandesi, e pure fratelli e sorelle vivono a Kigali, la capitale. Parla un sacco, senza tregua, con un’allegria tipica degli africana. Attacca bottone mentre siamo entrambi in coda per salire sul traghetto, quando un asino mi punta deciso per cercare carezze e, più probabilmente, un pezzo di chapati, la mia colazione assonnata delle 7,30.

Joe invece è un ventunenne, che si intrufola nella discussione tra me ed Innocent non appena si accenna alla politica. Sta per iniziare la facoltà di Medicina all’Università Makerere di Kampala. Ha la determinazione, le conoscenze, la curiosità. E’ molto informato. Ha 20 anni, ma ne dimostra 30. Joe è molto acuto. Parla tanto di razzismo. Dice che vuole venire in Italia, ma non in Germania, perché là “sono molto razzisti”. Auguri, amico. Parliamo anche con lui della complessità del fenomeno migratorio, di arabi, di Africa, di storia, di colonie. E poi, aneddoti, storie. Un’amica della sorella, tornata di corsa da Dubai dopo uno stupro di gruppo per essere troppo grassa. Non stravede per gli arabi.

C’è Drezzy, dai capelli dreadlock, un look rastafari molto caraibico e molto insolito qui. Crede in Dio (essere atei qua è alquanto strano e incompreso, agnostici come me non vi dico), e in un mondo di pace, ama la natura e mi promette di scalare assieme il Rwenzori. Anche lui è dell’Ovest (mi sembra siano molto aperti e chiacchieroni, per quelli che ho conosciuto), e anche lui parla di viaggi. Fa il cameraman, gira documentari ed è sul ponte principale del traghetto, attaccando bottone con me, mentre tutti gli altri suoi colleghi e capi, tutti ugandesi, ostentano la loro ricchezza con svariate bottiglie, torso nudo (cosa quasi tabù qui, anche con 40 gradi), chiasso, sul piano superiore del ponte del traghetto, al quale gli altri passeggeri, solo per quella volta, era proibito l’accesso “perché i signori non volevano essere disturbati”. Li guardo e non vedo alcuna differenza con un Briatore. Il DNA non c’entra evidentemente nulla con la voglia di ostentare uno status quo.

Ogni volta che intraprendo un discorso con queste menti brillanti e comuni, scendo un po’ più dal mio piedistallo inconscio di europeo saccente, dove comunque c’è sempre il pericolo di risalire al primo giudizio. Non mi sono mai sentito brianzolo, né lombardo, né italiano, e anzi ci sono innumerevoli cose che, in ordine decrescente, mi hanno sempre irritato profondamente dei miei conterranei medi. Ma posso dire, con sincerità, di sentirmi molto europeo, nel bene e nel male. L'eurocentrismo è talmente radicato nell’educazione che certi pensieri di superiorità coltivati incoscientemente dentro di noi si sgretolano in mezzo secondo, con banali scambi di battute, con impressioni, ad esempio, sugli indiani, visti spesso come il top in termini di bravura negli affari, nella medicina, e anche nella tecnologia. Ma come, non siamo noi il Primo mondo? O qualcuno mi chiede se sono cinese o indiano. Mi viene da ridere. Neozelandese, australiano, gringo, olandese, danese, tedesco, norvegese, francese… ma mai mi avevano scambiato per un orientale. E perché, noi non applichiamo forse “marocchino” a qualunque uomo di colore, o crediamo che dall’Angola al Sudan al Benin al Senegal, perfino fino al Bangladesh o ai Caraibi, in realtà gli uomini siano sempre teste nere rasate dalle iridi bianchissime?

Eppure, ci sono tante similitudini tra europei e africani, forse per la vicinanza geografica, forse per la relazione parassitica dei primi verso i secondi che esiste da millenni, così come ci sono similitudine caratteriali tra nord e sudamericani, con evidentemente marcate differenze. Gli africani lavorano duro. Non è una scoperta ed è stata anzi la loro maledizione, dettata da una superiorità fisica e da una capacità di lavorare in gruppo con allegria, evidentemente con i loro tempi, a mio avviso molto sani. Gli Ugandesi (non voglio generalizzare a tutta l’Africa), forse aiutati da una certa stabilità politica che, sebbene senza essere molto democratica, ha consentito lo sviluppo di una certa intraprendenza personale. Mi sembra, continuo a pensare, di essere in una sorta di Italia post-bellica, senza il dramma di milioni di morti recenti, ma con molta più miseria. Una fase ancora primitiva a tentoni di crescita, una voglia e speranza diffusa di lavorare in qualsiasi cosa.

Cosa distingue l’Africa dall’America Latina? Credo due. Una, l’Africa ha tradizioni forti, radicate e fortemente legate a una terra enorme. Nonostante le barbarie perpetuate da qualsiasi altro popolo nei loro confronti, sono sostanzialmente sopravvissuti, e non sono stati platealmente invasi e rasi al suolo. Semmai, deportati per mezzo mondo. Ma il cuore dell’Africa è rimasto, e non so per quanto, in parte intatto, ferito e inciso a fuoco, ma pulsante. Due, l’America Latina, rasa al suolo dei suoi indigeni, il cui sangue annacquato scorre in parte della popolazione, oggi è piagato dal cancro del commercio e uso di droga. Anche l’uso dell’alcol è molto più marcato, e queste droghe distruggono dall’interno qualsiasi tentativo di uscita dalla povertà. Credo che anche per indole, pacifica e non bollente, gli africani non sono molto suscettibili al fascino della droga. E l’alcol non è visto come il tripudio della festa: lo è la musica.

Credo che un libro non basterebbe a condensare tutto ciò che sento durante questi dialoghi spontanei ed infiniti. Eppure lo scriverò, ci proverò, perché voglio che li conosciate tutti. A volte faccio fatica a seguirli, e non per il loro inglese. Ma perché mi percorre un brivido, è come se vedessi fuori me e l’interlocutore. Le pelli così diversi, il mio cespuglio biondo e la sua testa rasata. I suoi occhi neri come la seconda splendida notte africana di Jinja, e i miei blu come il lago. Vedo due storie che si scambiano in poche ore le impressioni di decenni. E vedo le frontiere infrangersi, come se non esistessero più. Vorrei portare tutta l’Europa su quella barca, a sentire lui, la sua vita. Solo così, conoscendo, vinceremmo la nostra millenaria, pervasiva guerra civile mondiale di autodistruzione, chiamata razzismo. Perché la bellezza del contrasto e la fusione tra il nero e il bianco, tra qualsiasi opposto, è quella che tiene in vita questo bellissimo pianeta.

.the.Hive.

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