Seduto, contro la
parete del ristorantino del molo, al fresco, con le onde verdi
fosforescenti del porticciolo, inquinato come tutti i porti del
mondo. Sul traghetto, questa volta ho conosciuto Joe e Innocent. Ci
siamo scambiati i contatti. Innocent poi mi chiamerà spesso nei
giorni successivi. Vuole fare sempre nuovi amici, mi invita al suo
nuovo supermercatino a Kampala e nell’Ovest dell’Uganda, dove
vive sua moglie. Mi vuole far vedere le sue terre. Sua moglie è di
origini ruandesi, e pure fratelli e sorelle vivono a Kigali, la
capitale. Parla un sacco, senza tregua, con un’allegria tipica
degli africana. Attacca bottone mentre siamo entrambi in coda per
salire sul traghetto, quando un asino mi punta deciso per cercare
carezze e, più probabilmente, un pezzo di chapati, la mia colazione
assonnata delle 7,30.
Joe invece è un
ventunenne, che si intrufola nella discussione tra me ed Innocent non
appena si accenna alla politica. Sta per iniziare la facoltà di
Medicina all’Università Makerere di Kampala. Ha la determinazione,
le conoscenze, la curiosità. E’ molto informato. Ha 20 anni, ma ne
dimostra 30. Joe è molto acuto. Parla tanto di razzismo. Dice che
vuole venire in Italia, ma non in Germania, perché là “sono molto
razzisti”. Auguri, amico. Parliamo anche con lui della complessità
del fenomeno migratorio, di arabi, di Africa, di storia, di colonie.
E poi, aneddoti, storie. Un’amica della sorella, tornata di corsa
da Dubai dopo uno stupro di gruppo per essere troppo grassa. Non
stravede per gli arabi.
C’è Drezzy,
dai capelli dreadlock, un look rastafari molto caraibico e molto insolito qui. Crede in Dio (essere atei qua
è alquanto strano e incompreso, agnostici come me non vi dico), e in
un mondo di pace, ama la natura e mi promette di scalare assieme il
Rwenzori. Anche lui è dell’Ovest (mi sembra siano molto aperti e
chiacchieroni, per quelli che ho conosciuto), e anche lui parla di
viaggi. Fa il cameraman, gira documentari ed è sul ponte principale
del traghetto, attaccando bottone con me, mentre tutti gli altri suoi
colleghi e capi, tutti ugandesi, ostentano la loro ricchezza con
svariate bottiglie, torso nudo (cosa quasi tabù qui, anche con 40
gradi), chiasso, sul piano superiore del ponte del traghetto, al
quale gli altri passeggeri, solo per quella volta, era proibito
l’accesso “perché i signori non volevano essere disturbati”.
Li guardo e non vedo alcuna differenza con un Briatore. Il DNA non
c’entra evidentemente nulla con la voglia di ostentare uno status
quo.
Ogni volta che
intraprendo un discorso con queste menti brillanti e comuni, scendo
un po’ più dal mio piedistallo inconscio di europeo saccente, dove
comunque c’è sempre il pericolo di risalire al primo giudizio. Non
mi sono mai sentito brianzolo, né lombardo, né italiano, e anzi ci
sono innumerevoli cose che, in ordine decrescente, mi hanno sempre
irritato profondamente dei miei conterranei medi. Ma posso dire, con
sincerità, di sentirmi molto europeo, nel bene e nel male.
L'eurocentrismo è talmente radicato nell’educazione che certi
pensieri di superiorità coltivati incoscientemente dentro di noi si
sgretolano in mezzo secondo, con banali scambi di battute, con
impressioni, ad esempio, sugli indiani, visti spesso come il top in
termini di bravura negli affari, nella medicina, e anche nella
tecnologia. Ma come, non siamo noi il Primo mondo? O qualcuno mi
chiede se sono cinese o indiano. Mi viene da ridere. Neozelandese,
australiano, gringo, olandese, danese, tedesco, norvegese, francese…
ma mai mi avevano scambiato per un orientale. E perché, noi non
applichiamo forse “marocchino” a qualunque uomo di colore, o
crediamo che dall’Angola al Sudan al Benin al Senegal, perfino fino
al Bangladesh o ai Caraibi, in realtà gli uomini siano sempre teste
nere rasate dalle iridi bianchissime?
Eppure, ci sono
tante similitudini tra europei e africani, forse per la vicinanza
geografica, forse per la relazione parassitica dei primi verso i
secondi che esiste da millenni, così come ci sono similitudine
caratteriali tra nord e sudamericani, con evidentemente marcate
differenze. Gli africani lavorano duro. Non è una scoperta ed è
stata anzi la loro maledizione, dettata da una superiorità fisica e
da una capacità di lavorare in gruppo con allegria, evidentemente
con i loro tempi, a mio avviso molto sani. Gli Ugandesi (non voglio
generalizzare a tutta l’Africa), forse aiutati da una certa
stabilità politica che, sebbene senza essere molto democratica, ha
consentito lo sviluppo di una certa intraprendenza personale. Mi
sembra, continuo a pensare, di essere in una sorta di Italia
post-bellica, senza il dramma di milioni di morti recenti, ma con
molta più miseria. Una fase ancora primitiva a tentoni di crescita,
una voglia e speranza diffusa di lavorare in qualsiasi cosa.
Cosa distingue
l’Africa dall’America Latina? Credo due. Una, l’Africa ha
tradizioni forti, radicate e fortemente legate a una terra enorme.
Nonostante le barbarie perpetuate da qualsiasi altro popolo nei loro
confronti, sono sostanzialmente sopravvissuti, e non sono stati
platealmente invasi e rasi al suolo. Semmai, deportati per mezzo
mondo. Ma il cuore dell’Africa è rimasto, e non so per quanto, in
parte intatto, ferito e inciso a fuoco, ma pulsante. Due, l’America
Latina, rasa al suolo dei suoi indigeni, il cui sangue annacquato
scorre in parte della popolazione, oggi è piagato dal cancro del
commercio e uso di droga. Anche l’uso dell’alcol è molto più
marcato, e queste droghe distruggono dall’interno qualsiasi
tentativo di uscita dalla povertà. Credo che anche per indole,
pacifica e non bollente, gli africani non sono molto suscettibili al
fascino della droga. E l’alcol non è visto come il tripudio della
festa: lo è la musica.
Credo che un
libro non basterebbe a condensare tutto ciò che sento durante questi
dialoghi spontanei ed infiniti. Eppure lo scriverò, ci proverò,
perché voglio che li conosciate tutti. A volte faccio fatica a
seguirli, e non per il loro inglese. Ma perché mi percorre un
brivido, è come se vedessi fuori me e l’interlocutore. Le pelli
così diversi, il mio cespuglio biondo e la sua testa rasata. I suoi
occhi neri come la seconda splendida notte africana di Jinja, e i
miei blu come il lago. Vedo due storie che si scambiano in poche ore
le impressioni di decenni. E vedo le frontiere infrangersi, come se
non esistessero più. Vorrei portare tutta l’Europa su quella
barca, a sentire lui, la sua vita. Solo così, conoscendo, vinceremmo
la nostra millenaria, pervasiva guerra civile mondiale di
autodistruzione, chiamata razzismo. Perché la bellezza del contrasto
e la fusione tra il nero e il bianco, tra qualsiasi opposto, è
quella che tiene in vita questo bellissimo pianeta.
.the.Hive.
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