dissabte, 9 de juliol del 2016

Dove la realtà è la coesistenza


È Id al-fitr, festa di fine Ramadam. Un mercoledì, quasi tutto chiuso, compresi gli uffici dell’ONG (cattolica) dove lavoro a volte. Maggioranza cristiana (con varie sfumature, dai cattolici agli avventisti ai protestanti), minoranza musulmana. Il tutto condito da una dose di magia, credenze che arrivano dall'animismo tradizionale, ormai estirpato da secoli di indottrinamento occidentale ed arabo. Questa è l'Uganda, questa è in generale l'Africa sub-sahariana, specialmente l'Africa dell'Est.

Mi sono liberato di tutti gli impegni per poter festeggiare tutto il giorno con i miei coinquilini. Il super pranzo che prepariamo assieme nei pentoloni sul fuoco vivo è davvero abbondante: riso piccante, pasta con sugo di cipolle, pomodori e peperoni, matoke, cassava, carne di manzo, pollo. Il pollo… Mi insegnano a spennarlo, pulirlo, squartarlo. Strano sia venuto fino a qua per vedere cose all’ordine del giorno in tante parti d’Italia, compresi i miei luoghi provinciali di nascita, soprattutto fino a una generazione fa. Con Hassan e Herbert, usando le gigantesche foglie di banano come appoggio insanguinato, maneggiamo con la massima cura i due polletti sacrificati. Badiamo alla pulizia. È un’arte difficile per noi, abituati a cucine asettiche. È facile invece per loro. È la prima volta che mangiamo carne qua in casa, da quando sono arrivato. I polli, così come le caprette e le mucche, razzolano libere per il villaggio. Sono una preziosa e saltuaria fonte di alimentazione. Quando gli racconto dei miei tentativi più o meno lunghi e convinti di essere vegetariano, gli spiego le condizioni di vita dei nostri animali. Non ne sanno nulla. Le galline qui ti possono attraversare la sala da pranzo all’aperto, passando tra una pentola e il focolaio. Non stanno in 5 in una gabbia di 40 cm, con il becco tagliato alla nascita e senza poter muoversi. Qual è il mondo più sviluppato?

Hassan mi prende sempre sotto le sue ali, per tradurmi le battute più divertenti, le parole. Mi spiega della loro cultura. Della madre morta mentre lui era bimbo. Del padre musulmano, povero e con due mogli. Delle usanze. Dell’astinenza dall’alcol. Mi fa capire che gli interessano poco gli approcci occidentali volti al sesso facile. Questo evitare eccessi, alcol e donne facili, che a volte è tacciato di integralismo, qua ha un suo senso se si pensa che l'abuso di alcol è una condanna alla povertà disperata, e l'eccesso  di sesso è un terno al lotto con l'AIDS.

Si prendono anche in giro tra di loro, a proposito di alcol e donne. Essere cristiano o musulmano è come misurare 1,70 o 1,80, essere biondo o moro. Sottigliezze. Tutti festeggiamo divorando un enorme piatto unico. Beviamo bibite, bene prezioso anche quello. Contribuisco in cucina e con qualche soldo alla spesa, che loro accettano solo insistendo. Mi offrono tutto sempre come primo ospite.

Un passo indietro a qualche sera prima. Rientro dalla partita tra Italia e Germania, vista in un salone pubblico, insieme a solo ugandesi, la maggior parte pro-Germania (si esaltano quando inquadrano Boateng). Cappellini musulmani e crocifissi al collo sono equamente mischiati, tutti guardando 22 europei che inseguono un pallone, assieme a un biondo che si dispera a ogni rigore sbagliato da quelli con la maglietta blu. Ridono e mi prendono in giro con lo sguardo. Rientro dalla partita, e ho la pessima idea di aprire i quotidiani italiani online. Vengo a sapere dell’attentato di Dacca, e della miriade di commenti, analisi, e idiozie varie in risposta. Mentre l'attacco avveniva nel pomeriggio, io giocavo a calcio con loro, con musulmani e cristiani. Ci ero assieme, in questo villaggio che è una grande famiglia dove presto si è conosciuti.

E invece, questi eminenti giornalisti investigano se il coltello a Dacca sia passato per la gola o per i polsi, quante ore di agonia abbiano sofferto, e in quanti pezzi siano stati fatti i corpi. Sensazionalismo sulle vite personali di questi bianchi capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, in mano a fanatici. Momento e posto sbagliato esattamente come milioni di siriani da anni a questa parte, esattamente come il numero molto maggiore di morti ogni settimana nel Mediterraneo, sospinti a Nord da fuochi, carestie e bombe spesso marcate Occidente. E questa spirale assurda di odio, guerre, omicidi, perversioni e menti malate (intelligenti o analfabete è lo stesso), diventa la realtà che viene impressa quotidianamente con immagini, parole, dichiarazioni, e cazzate dal sapore putrido di populismo xenofobo.

Penso ai nostri amici di Albiate del Bangladesh, a cui Marta ed io abbiamo dato tante lezioni di italiano. CI invitavano a cena. Mi ero commosso dicendogli addio quando me ne ero andato a lavorare a Roma a fine Marzo. Una volta passato l’esame di italiano, sentire da Roma la voce di Dastogir felice e grata. Ma la gratitudine è nostra. Come si sentiranno? Impotenti e vulnerabili, colpevoli di avere lo stesso colore e religione di qualche fanatico allevato dalla spirale di petrolio, bombe ed odio della nostra epoca.

La realtà è anche e soprattutto un’altra. La realtà è che la stra grande maggioranza vive per stare in pace. Oltre a Dacca, vi invito, cari sensazionalisti, a scrivere su Misonzi, ad esempio, villaggetto dell’isola di Lulamba dove moschea e chiesa sono di fianco. Il capo-villaggio e il suo vice sono a volte di diverse religioni. Agli stessi tavoli, o panchine, ci sono gli uni e gli altri, poveri e semplici. Hassan mi dice, con il suo modo semplice e diretto, che per lui ora è difficile pensare di visitare altri Paesi, perché con quel nome “pensano sia un terrorista”. I tanti cristiani non si lamentano dei canti che escono dalle moschee varie volte al giorno. Così come in Europa nessuno si lamenta delle campane. Insieme ai belati, ai canti dei galli, alle voci dei bambini, alle radio, sono solo parte della colonna sonora della vita quotidiana di questi ultimi angoli remoti del pianeta, che, forse fortunatamente, sono dimenticati dal mondo.

Poche notti dopo, ho di nuovo la pessima idea di aprire i giornali, per leggere di un ragazzo nigeriano, in fuga dal suo Paese in preda a guerra e terrorismo, ucciso a calci in Italia sotto gli occhi della moglie. Non riesco a esprimere a parole qui la mia indignazione furiosa, e dopo tutto non servirebbe a nulla. L’indomani la mia realtà è fatta di una colazione tutti assieme, della vicina con cui porto la tanica di cibo per i suoi maiali, di foglie mosse dal vento, di un lago conosciuto da alcuni ma solo sulle mappe, di tanta semplicità povera, e di tanta ricchezza umana.

La realtà che conosco nel mio mondo quotidiano è fatta di coesistenza ovvia e di pace preziosa. Il resto, quel minestrone di veleni e crudeltà reciproche, per ora non lo voglio nemmeno sentire.

.the.Hive.

2 comentaris:

  1. Dani,la mia coscienza. Hai ragione, siamo una società malata che ha solo due possibiità: guarire o morire. Io credo e spero che con un po' di impegno potremo migliorare...

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  2. indignazione furiosa.... non c'è altro... anzi sì ci sono milioni di vite in bilico, milioni di stupide parole e di quattrini, che ci girano intorno...già che si siamo... ma ci sei anche tu, ci siamo anche noi, a giocare, mangiare insieme, condividere, pensare, pregare, guardare ammirare, cambiare... ci siamo, Daniel, e Grazie!

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