C'è questa donna, sul bordo fatto di terra rossa e polverosa del marciapiede appena fuori dal taxi park (stazione dei bus collettivi) diretti a Namungoona. Le compriamo tre manghi. Lei è inginocchiata su un pezzo di telo, mezzo consunto da chissà quante giornate, forse centinaia, più probabilmente migliaia. Le sue rughe e i segni del tempo sulla sua pelle mi fanno pensare che forse è lì da sempre. Ha il suo mucchietto di manghi gialli, ben maturi e ammaccati o anche un po' marci, e verdi, non ancora maturi. È solo una delle centinaia di donne che una di fianco all'altra vendono il dolce che la terra regala in una vita, su quella stessa terra, che appare loro amara.
Alle sue spalle migliaia di boda-boda e taxi (minibus popolari) borbottano nuvole grigie e nere tutto il giorno. Lei e tutti questi esseri umani, di ogni età e di genere prevalentemente femminile, siedono con tranquilla indifferenza tra il caos del traffico e il turbinio delle gambe. Guardano tutto dal basso. Ma non guardano troppo. Per molte, la mente è altrove. È forse legata a una volontà necessaria di sopravvivenza, sopravvivenza sua e della sua prole. Mi immagino in quale baraccopoli vivrà, quante bocche la aspettano, ora sparse in giro magari a mendicare o raccogliere rottami.
C'è una costante che mi sta rendendo l'Africa ogni volta più lontana dall'ideale di alveare, che mi spinge al disincanto: l'assenza frequente degli uomini, dei maschi, spesso ridotti ad animali spargi-prole. L'assenza nel provvedere a curare le vite che hanno messo al mondo, il sacrificio e la sottomissione di donne costrette a sopravvivere sotterrando la propria dignità, un modo di pensare che sostanzialmente lascia l'uomo libero di agire, e la donna portatrice di responsabilità e difficoltà, oltre che obbediente serva. Tutto questo lo rivedo in tanti racconti intimi, in tante situazioni, in tanti commenti che in effetti assomigliano molto al maschilismo becero, grigio e squallido che ha dominato gli ambienti, tutti italiani, da cui sono appena fuggito.
Quella donna scalfisce la mia crescente insensibilità dovuta all'abitudine, mi ricolpisce le interiora come fosse il primo giorno in questo continente di contraddizioni. Quella donna una volta era bellissima, ne sono sicuro. Come la mia donna con cui posso oggi camminare, e che ogni giorno mi mostra qualcosa di un mondo, il suo, di cui un po' si vergogna ma che ama. Al fianco ho una donna che ha vissuto tutto questo, che si fida di me e che mi consegna con il contagocce, rassegnata ma spensierata, lo scrigno di ricordi personali di un mondo, il suo, dove molte volte la miseria e il menefreghismo maschile vanno di pari passo, contrastati dalla tenacia e dall'amore femminile, più forte di qualsiasi ingiustizia.
Sono molto arrabbiato. I racconti di uomini che abbandonano moglie e bimbi, in mezzo a una strada, poligami che dovranno spartire un'eredità mediocre tra tante teste, fedifraghi che spargono dolore in cambio di piacere breve e appagamento del proprio istinto animale. Bambini costretti a lavorare mentre i padri sono assenti, o, peggio, soprammobili tra le quattro mura modeste che le madri custodiscono con cura. Sono molto arrabbiato per il livello di menefreghismo cinico che l'essere umano raggiunge. E per la rassegnazione delle sue vittime. Per la normalità con cui la sottomissione delle donne è vissuta.
Quella donna questa notte è quella a cui va la mia buona notte più sincera. E l'ammirazione per una vita, che non conoscerò mai, tra manghi e polvere.
E una buona notte va a mio padre, che non è stato assente un solo minuto, e a mio nonno, che sono sicuro vede attraverso i miei occhi tutto questo dolore innecessario.
.the.Hive.
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