diumenge, 7 de maig del 2017

Silenzio



Mentre scrivo, fuori si sta scatenando una tempesta. Il vento e i fulmini giocano, dominando queste terre alte, preparando a rovesciare forse catinelle di acqua di cui la terra ora andrebbe molto ghiotta. Anche ora penso come adoro il silenzio. Il silenzio è un bene che paragono all’ossigeno. E’ anche spesso un rifugio sicuro, una fortezza dove mettersi in pace, lontano da parole, schiamazzi e opinioni o ruoli giocati. Il silenzio è quello che mi accompagna, rotto solo dalla brezza tra gli eucalipti, quando mi immergo in pausa pranzo nel lago lì vicino, rinfrescando la pelle bruciata dal sole, e osservando. Osservare nel silenzio, o meglio nella musica della natura. Questo piacere è atavico e l’ho sempre avuto, e mi regala una sensazione di pienezza che è difficile da spiegare e da comprendere. Per quanto possa sembrare strano, mi dà la sensazione opposta alla solitudine.

Oggi ho parlato con un sordomuto che nascosto tra gli arbusti guardava il nostro lavoro. C’è una silenziosa maniera di capirsi. Lui dall’alto, mentre noi tutti lavoriamo per erigere le strutture del campo fotovoltaico che darà più stabilità alle pompe di irrigazione delle serre dell’Asmara Flowers, mi fa un cenno. A me solo. Io ho bisogno di contatti locali, di sorrisi con gli esseri umani che popolano terre nuove, ne ho bisogno come l’ossigeno. Lui è magrissimo, piccolo, accucciato, con una maglia larga e consunta. Lui riesce a farsi capire molto meglio di altri, semplicemente con gesti. Mi “dice” che non sente né parla, poi indica il cielo, forse a indicare la volontà divina. Mi mima una mucca, è pastore. Incrocia le braccia a mo’ di manette, mi fa capire che era imprigionato, e che dando dei soldi alle guardie è silenziosamente fuggito. Mi fa capire di non dire nulla. Poi dopo un po’, mi indica di tornare al lavoro, cosa saggia se non vogliamo attirare l’attenzione.

Il silenzio e il rumore in Africa giocano ruoli incrociati. Spesso il caos la fa da padrone. Qui ad Asmara, no. Regna un silenzio, una calma, che sono più nordeuropee che africane. Io sospetto che questo silenzio sia anche un riflesso dell’oppressione. Il silenzio, non solo qui, regna invece spesso nelle vite dalle poche speranza di tutto questo alveare nero. Nelle loro case, se non è la radio o la famiglia a tenere compagnia, il silenzio è il compagno abituale con cui lavare a mano i panni, preparare un tè con il cherosene, convivere con dolori e fame che non possono curare per mancanza di soldi. Il silenzio diventa un compagno forse odiato, ma rassicurante. Ecco perché amano la musica, allegra e esplicitamente legata al sesso, gioia sicura e atavica di cui tutti gli esseri umani amano nutrirsi.

Stiamo lavorando in una conca piana caldissima dove coltivavano fragole. Attorno ci sono boschetti radi che rompono il panorama secco di pietre e terra beige. La sensazione di calore è mitigata dal vento, dall’altezza, e dalla presenza di Mai Sarwa, il lago da cui l’acquedotto di Asmara ottiene l’acqua potabile con filtraggio e aggiunta di cloro. Sopra ci sono alcune baracche militari, e tutto attorno c’è poco, a parte il carcere e un villaggio. Strisce verdi di poche centinaia di metri indicano la presenza di qualche rigagnolo, attorno a cui fioriscono brevi orti coltivati. Poi dominano le pietre e la terra. Non è la Luna per la presenza di umani, asini, nuvole, alberi diradati, e case.

Mi sento in un luogo non terrestre, o forse al contrario talmente terrestre da non assomigliare ai nostri mondi ormai simili alla fantascienza. Le difficoltà di avere elettricità, internet, prodotti mi restituiscono una certa pace, assieme ovviamente alla difficoltà di comunicare con chi sta nel mio cuore. E’ una pace simile a quella che si prova in montagna, o in campeggio. E’ talmente terrestre, e talmente difficile pensare di viverci, che capisco la potenza del caso, o del destino.

Perché il caso? Perché? E’ la domanda che soggiace a qualsiasi mia riflessione, che può avere accenni di risposte razionali, religiose, ma che rimane e diventa anzi sempre più profonda, inspiegabile. Solo il silenzio mi dà una risposta. Non è comunicabile, e ne capisco solo qualche angolo, qualche sfaccettatura, di sfuggita, di solito riflessa dalle stelle, da un albero mosso meravigliosamente dal vento, dalle nuvole, dall’acqua che scorre, o dallo sguardo degli sconosciuti che si aprono a me. E’ una risposta altrettanto profonda, e coglierla mi riesce difficile, in questi frammenti di pianeta, ma il provarci mi dà sollievo e consapevolezza di quanto vale la vita.

Perché il caso?
… … …

.the.Hive.

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