Mentre scrivo,
fuori si sta scatenando una tempesta. Il vento e i fulmini giocano, dominando
queste terre alte, preparando a rovesciare forse catinelle di acqua di cui la
terra ora andrebbe molto ghiotta. Anche ora penso come adoro il silenzio. Il
silenzio è un bene che paragono all’ossigeno. E’ anche spesso un rifugio
sicuro, una fortezza dove mettersi in pace, lontano da parole, schiamazzi e
opinioni o ruoli giocati. Il silenzio è quello che mi accompagna, rotto solo
dalla brezza tra gli eucalipti, quando mi immergo in pausa pranzo nel lago lì
vicino, rinfrescando la pelle bruciata dal sole, e osservando. Osservare nel
silenzio, o meglio nella musica della natura. Questo piacere è atavico e l’ho
sempre avuto, e mi regala una sensazione di pienezza che è difficile da
spiegare e da comprendere. Per quanto possa sembrare strano, mi dà la
sensazione opposta alla solitudine.
Oggi ho parlato
con un sordomuto che nascosto tra gli arbusti guardava il nostro lavoro. C’è
una silenziosa maniera di capirsi. Lui dall’alto, mentre noi tutti lavoriamo
per erigere le strutture del campo fotovoltaico che darà più stabilità alle
pompe di irrigazione delle serre dell’Asmara Flowers, mi fa un cenno. A me
solo. Io ho bisogno di contatti locali, di sorrisi con gli esseri umani che
popolano terre nuove, ne ho bisogno come l’ossigeno. Lui è magrissimo, piccolo,
accucciato, con una maglia larga e consunta. Lui riesce a farsi capire molto
meglio di altri, semplicemente con gesti. Mi “dice” che non sente né parla, poi
indica il cielo, forse a indicare la volontà divina. Mi mima una mucca, è
pastore. Incrocia le braccia a mo’ di manette, mi fa capire che era
imprigionato, e che dando dei soldi alle guardie è silenziosamente fuggito. Mi
fa capire di non dire nulla. Poi dopo un po’, mi indica di tornare al lavoro,
cosa saggia se non vogliamo attirare l’attenzione.
Il silenzio e il
rumore in Africa giocano ruoli incrociati. Spesso il caos la fa da padrone. Qui
ad Asmara, no. Regna un silenzio, una calma, che sono più nordeuropee che
africane. Io sospetto che questo silenzio sia anche un riflesso
dell’oppressione. Il silenzio, non solo qui, regna invece spesso nelle vite
dalle poche speranza di tutto questo alveare nero. Nelle loro case, se non è la
radio o la famiglia a tenere compagnia, il silenzio è il compagno abituale con
cui lavare a mano i panni, preparare un tè con il cherosene, convivere con
dolori e fame che non possono curare per mancanza di soldi. Il silenzio diventa
un compagno forse odiato, ma rassicurante. Ecco perché amano la musica, allegra
e esplicitamente legata al sesso, gioia sicura e atavica di cui tutti gli
esseri umani amano nutrirsi.
Stiamo lavorando
in una conca piana caldissima dove coltivavano fragole. Attorno ci sono
boschetti radi che rompono il panorama secco di pietre e terra beige. La
sensazione di calore è mitigata dal vento, dall’altezza, e dalla presenza di
Mai Sarwa, il lago da cui l’acquedotto di Asmara ottiene l’acqua potabile con
filtraggio e aggiunta di cloro. Sopra ci sono alcune baracche militari, e tutto
attorno c’è poco, a parte il carcere e un villaggio. Strisce verdi di poche
centinaia di metri indicano la presenza di qualche rigagnolo, attorno a cui
fioriscono brevi orti coltivati. Poi dominano le pietre e la terra. Non è la
Luna per la presenza di umani, asini, nuvole, alberi diradati, e case.
Mi sento in un
luogo non terrestre, o forse al contrario talmente terrestre da non
assomigliare ai nostri mondi ormai simili alla fantascienza. Le difficoltà di
avere elettricità, internet, prodotti mi restituiscono una certa pace, assieme
ovviamente alla difficoltà di comunicare con chi sta nel mio cuore. E’ una pace
simile a quella che si prova in montagna, o in campeggio. E’ talmente
terrestre, e talmente difficile pensare di viverci, che capisco la potenza del
caso, o del destino.
Perché il caso?
Perché? E’ la domanda che soggiace a qualsiasi mia riflessione, che può avere
accenni di risposte razionali, religiose, ma che rimane e diventa anzi sempre
più profonda, inspiegabile. Solo il silenzio mi dà una risposta. Non è
comunicabile, e ne capisco solo qualche angolo, qualche sfaccettatura, di
sfuggita, di solito riflessa dalle stelle, da un albero mosso meravigliosamente
dal vento, dalle nuvole, dall’acqua che scorre, o dallo sguardo degli
sconosciuti che si aprono a me. E’ una risposta altrettanto profonda, e coglierla
mi riesce difficile, in questi frammenti di pianeta, ma il provarci mi dà
sollievo e consapevolezza di quanto vale la vita.
Perché il caso?
… … …
.the.Hive.
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