Mentre il Sole scioglie la brina sul tetto che ha accompagnato i risvegli della mia adolescenza e mezza vita, di nuovo preparo le valigie. Destinazione Roma, per lavoro. Mi ripassano anni davanti agli occhi, e ogni volta il peso di tutto ciò di bello che ho vissuto diventa una zavorra che rallenta le mie mani. Mi passano tra le mani ricordi di dieci anni fa, di pochi mesi fa. Il tempo si comprime e tutto avviene allo stesso tempo. Mi sento un po' vecchio, la voglia di esplorare questo bel mondo pian piano è condita di stanchezza. C'è la consapevolezza, la moderazione, la responsabilità, a innaffiare la curiosità e la voglia. C'è soprattutto la realtà, un bagno di umile, comune realtà in cui ho deciso di immergermi da quando lasciai l'astrofisica e mille titoli e la carriera, specchietti dorati dove coltivare l'ego. La realtà è così complessa, così forte e così invincibile, ma anche così calda e comprensiva. La ammiro, la sento, la annuso, la sfioro, la amo. Ma la temo. Anche immerso nella fortuna, temo ora la realtà, per come mi modella, mi cambia e allo stesso tempo mi comprende.
Immerso nella fortuna, guardo da una finestra tutto il resto. Sotto al balcone per una piccola elite, miliardi strisciano, gattonano, zoppicano, sorridenti. Non c'è giorno che il Sole che brilla sulle loro teste non sia la spinta a vincere la stanchezza, a continuare a cercare di capirci qualcosa.
Non è più questione di obiettivi. Non ne ho più. Ho avuto la fortuna e il merito di raggiungerne tanti, di fallirne altri, ma il privilegio immenso ed immeritato di provarci quasi sempre. Mi basta così, ho avuto più che abbastanza. E' il momento di gustarsi il paesaggio, e di faticare di nuovo, ma senza guardare l'orizzonte. I fili d'erba hanno la loro bellezza nascosta.
Il balcone diventa claustrofobico, e l'interno delle stanze dorate invivibile per me. Sarei capaci di calarmi con una corda come ho già fatto? E di strapparla poi via? Cosa mi dicono i sogni che ogni notte popolano un futuro multiforme, come sempre incognito? Cosa è questa inedita paura? Sto lasciando indietro qualcosa, ma no, non è indietro. Non c'è più un indietro, un avanti. Sono i legami umani, come sempre. Indissolubili, forti, veri. Quelli non spariscono mai.
So che mi piacerà, ma ora è il momento della paura. E' giusto che anche lei invada ogni tanto il mio cervello. E' anche sempre il momento di una comunione mnemonica con i suoni dell'Africa, con la maturità profonda di Rachel, la sua voce, il nostro sentimento che cavalca magicamente due continenti e due culture agli antipodi, forte, caldo e tranquillo come lo è stato solo un altro, lunghissimo ed indimenticabile. E' il momento della pazienza, di cui il mio cervello è terreno quasi vergine. E' giunto il momento di invitarla a bordo, e di metterla al timone per questo nuovo viaggio nella realtà.
.Daniele.
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