È una sera fredda, stellatissima e pigra in un anonimo paesino brianzolo. Un teatro bellino, un palco normale, una scenografia inesistente, e presentatori umili. Un attore, uno solo. Un incredibile, unico attore, con un italiano quasi perfetto.
La storia di Enaiatollah, o Enaiat, afghano haraza. L'attore impersonifica tutti i personaggi che girano attorno al bimbo che cresce forzatamente troppo in fretta. Volteggia, cambia leggermente timbro di voce, parla per un'ora e mezza. Mima con gesti precisi e morbidi passi, camion in corsa, scalate al freddo del confine turco, barbe di talebani, maestri di scuola. Ha solo un cuscino, una shashia (il copricapo musulmano), e il suo corpo. Disegna con le braccia, con le dita, con le mani. Raffigura la violenza del maestro e del preside assassinati nella scuola dove non è più potuto andare. Il padre ucciso da briganti di strada. Inscena gattonando una scalata che sarebbe impossibile visualizzare meglio con qualsiasi scenografia. Il pavimento sembra farsi verticale, mentre lui scala, arranca, per essere sballottato di nuovo oltre un'altra frontiera, ancora in mano a trafficanti di uomini. Valica il confine, dopo aver sostato in zone grigie dove migliaia si accalcano. Senza aver potuto studiare, lavora minorenne come tuttofare di un ricco pakistano, fugge in Iran per vivere e lavorare clandestinamente in cantiere, si dà da fare, viene derubato, sopravvive, lotta, sopravvive. Con tenacia, ma senza angoscia, che pur gli avrà preso. Ricorda casa sua, le pareti, i giochi con i fratelli che non rivedrà mai più, la mucca. Attraversa cinque frontiere, l'ultima con l'Italia, intrufolatosi tra container di una nave. Venezia. Torino. Stop. Accolto.
Manca fortunatamente una cosa in tutto questa bellissima messinscena. Manca l'odio, il sangue, e tutta quella spirale in cui si perdono anche milioni di parole. Sono raccontati come accadimenti esterni, ma non ci sono i riflettori a metterli al centro, non ci sono intenti di vendicarli. Al centro c'è la vita, la speranza. "Il desiderio davanti agli occhi". Enayat fa tre promesse alla madre che per amore lo manda al di là della frontiera pakistana, tre promesse che lo guidano per tutti gli 8 anni in cui non si sentirà più con la madre, prima di una telefonata silenziosamente emozionante di amore, quando lui si trova a Torino. Promette di non toccare droga alcuna, una piaga nell'Afghanistan dell'oppio esportato. Promette di non imbracciare mai un'arma, nemmeno per difesa, nè per vendetta. Promette di essere sempre accogliente, rispettoso, di non rifiutare cibo e coperte a nessuno. Un inno a quello che tanti umani, indipendentemente dal loro credo, seguono ogni giorno, nel silenzio sovrastato da clamori non richiesti.
Quando finisce lo spettacolo, mi giro. La sala è piena. La storia di un musulmano, una storia vera, la serata organizzata dalla Caritas, il pubblico di ragazzi adolescenti, laici, preti, suore, tutti applaudendo. Conoscere, comprendere. L'arte di questo uomo, capace di portarci con la sua tunica bianca e i suoi movimenti leggiadri e decisi, per un'ora in mezza, in mondi distanti, in storie troppo comuni e troppo inspiegabili, è qualcosa di magico. L'arte è magia, l'arte è cuore e credo. Arriva dove la ragione non osa: in fondo.
Forse è una mia impressione, forse sono più ottimista. Ma la mia sensazione è che dal basso sta crescendo una grande spinta, di tanta gente, a diverso livello, con diversi modi, che i muri li vuole infrangere. Che dell'accoglienza non fa una mera analisi, nè un'arma politica, nè una strumentazione ideologica. Fa dell'accoglienza il sentimento. Questa spinta non è riflessa a grande scala, è oscurata da bandiere, cravatte, microfoni, articoli. Ma la spinta è spontanea, forte, umana. E inarrestabile. Poco importa se questa notte si sta eleggendo la persona più potente del mondo, poco importano i muri, le barriere che dalle poltrone di chi non è in questo anonimo teatro vengono imposti. C'è qualcosa dentro di noi, che li abbatterà lo stesso. Ci sono mille teatri, mille sale, mille penne, mille quadri, mille disegni, mille lacrime, che quei muri li abbatteranno, per quanto alti siano.
Enaiat è sopravvissuto contando le stelle mentre la sua madre lo portava via dalla violenza etnica, per poi lasciarlo augurandogli buona fortuna. "Se non inizi a contarle non finirai mai." Sono fortunato, ho sia le stelle che una madre, che era di fianco a me a commuoversi. Le stelle sono tante, tante come queste storie reali, e tante come le persone che con i battiti del cuore frantumano le barriere, in questa epoca di turbolento e colorato rimescolamento socio-cuturale inevitabile. Stasera le stelle sono più belle e scintillanti che mai, in questo gelo. Non le conto, io, ma le ammiro, come quando avevo 4 anni. Prima di infilarmi sotto un tetto, quel tetto che tante stelle in movimento hanno abbandonato o perso.
.the.Hive.
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