Africa è dentro. Il mal
d’Africa, ora so cos’è. Lo avverto come l’esigenza atavica di cose semplici, di
sorrisi. La gratitudine per un tetto, uno stipendio, del cibo. La poca
importanza a quasi tutto il resto.
Cambia tutto, prima e
dopo. Ci sono i volti e i momenti, quelli vissuti tra la gente, nel cuore vero
di un mondo luminoso ed oscuro. Un senso di verità essenziale, di cosa sia
vivere, sopravvivere, nel senso animale, umano, naturale, genuino. Anche dopo
due mesi dal ritorno, in ogni gesto quotidiano c’è la calma, la consapevolezza
che altre preoccupazioni siano da gestire ed affrontare, ma senza ansia,
frenesia, grida.
I dettagli. L’umiltà. La
speranza. Gli occhi, perle bianche in dipinti color cioccolato. E’ un po’ come
tornare indietro, ispezionare dentro di sé, raschiare una patina superficiale e
passeggera di angosce, entusiasmi, capricci. Guardarsi attorno qui e vedere
tanta fortuna, pace, privilegi, e tanto lusso e maschere superflue.
Africa è nella teiera di
alluminio di Rachel, è nell’arrivederci di una mamma che mi vede ripartire, è
nelle poche persone che tengono alla mia persona dimostrandolo anche quando ho
voltato loro le spalle, è amore, pazienza e genuinità. Africa è la mancanza di
una soluzione, è la capacità di apprezzare, adattarsi.
Africa è l’essere capace
di non fare nulla, per nulla banale. L’essere capace di fermarsi, respirare,
ascoltarsi e vedersi vivere. Africa è l’inno al tempo.
Africa è l’opposto di una
visione manichea del mondo, di contrapposizioni bianco-nero, bene-male, perchè
è il rifugio dell’imperfezione umana, nascosta dalle necessità di sussistenza,
dal bisogno di comunità, della spiritualità irrazionale, del bisogno di pregare.
Africa è madre.
Africa è dentro.
.the.Hive.
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