14.600 è il
numero stimato dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) di
morti nella rotta del Mediterraneo, da gennaio 2014 ad agosto 2017. Un numero
che, ad occhio e croce, è circa due volte e mezzo il numero di morti
occidentali in attacchi terroristici dal 2001 ad oggi, o circa 100 volte se
consideriamo gli attacchi dal 2014. Un numero che rimane sempre inferiore (50-100
volte meno ad occhio e croce) del numero di morti nelle guerre mediorientali
dove l’Occidente ha messo lo zampino e ha gettato benzina sul fuoco negli
ultimi 20 anni. Di questi, un
buon 90% sono morti affogati, e di questi un buon numero giace per sempre sul
fondo dello stesso mare che bagna Palma, e che bagna le coste di quest’Europa
meridionale in preda a una crisi morale.
L’80% delle donne
nigeriane che arrivano in gommoni dalla rotta libica sono schiave sessuali,
vulnerabili (orfane spesso) e raccattate dalle potenti organizzazioni criminali
internazionali, che allungano i loro tentacoli sia nei paesi africani che nei
nostri. La politica (anti-)migratoria europea consiste in muri e in
dichiarazioni di guerra a queste organizzazioni criminali, in un classico
disegno a tinte bianche e nere con cui vengono dipinte spesso la storia e l’attualità.
Buoni e cattivi. Libertà e schiavitù. Eppure, queste organizzazioni criminali,
e tutti gli anelli della catena che permettono, invogliano o forzano milioni di
persone di migrare, rispondono a una domanda. Nel caso della prostituzione
nigeriana, questa domanda ha un nome preciso: uomo europeo. Il 96-97% della
prostituzione è femminile per uomini, e frutta, secondo stime recenti, circa 31
miliardi di euro all’anno nella sola Unione Europea. Un affare illegale che è
secondo solo al narcotraffico ed è circa pari a quello delle armi. Un traffico
che ha per protagonisti gente comune. Europei. Prima di criminalizzare
facilmente i trafficanti, e di includere in un calderone di diavoli tutta la
catena migratoria (cosa di cui dubito, perché tra le varie modalità di arrivo
ci saranno anche passaggi in auto tranquilli pagati, naturalmente oltre a frequenti ed intollerabili violenze ed abusi,
specialmente in Libia), perché non si criminalizzano i puttanieri, spesso padri
di famiglia bianchi e benestanti? Perché non si criminalizzano le fiorenti industrie belliche italiane e spagnole che mai come negli ultimi 20 anni hanno fatto questi affari spargendo strumenti di violenza, morte e terrorismo contro cui poi fingiamo di agire?
L’assenza di una
politica migratoria seria, l’assenza di vie legali per permettere loro di arrivare a cercare una
vita migliore, l’assenza di presa di responsabilità della situazione attuale,
questo mina le fondamenta di un continente che in teoria era stato ricostruito
su valori di pace e tolleranza, ma che, alla prima vera prova dura da
affrontare in 70 anni, vacilla come un castello di carta.
E mentre il
castello di carta vacilla e minaccia di prendere fuoco di fronte a tante micce
neofasciste e xenofobe sparse per l’Occidente, a pagare sono persone. Sono
14.600 cadaveri. Sono anche, e forse soprattutto, gente viva che vive in
condizioni di neo-schiavitù sessuale o lavorale.
Parla di tutto
questo Valentina Milano, professoressa di diritto internazionale dell’Università
delle Isole Baleari, e un’intera sala variegata ascolta, discute, interviene. C’è
un ragazzo Al-Saharaui, cresciuto in un campo di rifugiati in Algeria. Ci sono
varie donne latino-americane, che parlano del razzismo che ancora,
anacronisticamente, fa capolino nella vita quotidiana di persone apparentemente
integrate nella società europea.
Parlano
dell’Eritrea, del servizio militare permanente. Non riesco a intervenire, anche se vorrei; ho il
groppo in gola di queste cose non le ha solo lette ed immaginate in forma
drammatica su rapporti dell’ONU, ma le ha viste con i propri occhi. Ho il
groppo in gola pensando al fatto che quasi tutti i miei colleghi precedenti (sposati
con figli) in Uganda l’anno scorso per rilassarsi andavano a prostitute locali,
pagate una miseria. Ci andavano nell'ostello BushPig, Kampala, gestito da un italiano che pensavo fosse un amico. I rapporti, i numeri, i ritratti di storie personali che
vengono presentati in un seminario, sono per me una realtà vivida a cui associo
nomi, esempi, analogie. Dentro il marchio a fuoco del continente nero brucia
forte.
Aspetto Rachel,
che il Mediterraneo lo vedrà dall’alto di un aereo sicuro venerdì, se tutto va
come deve andare. La aspetto e dentro di me urlo a 14.600 decibel. E, per non
urlare fuori come un pazzo isterico, devo scrivere queste righe con un’urgenza
impellente.
.the.Hive.
...preciso, tagliente, ineguagliabile,
ResponEliminacontro firmo! grazie Daniele!
A.