dimecres, 27 de setembre del 2017

14.600

14.600 è il numero stimato dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) di morti nella rotta del Mediterraneo, da gennaio 2014 ad agosto 2017. Un numero che, ad occhio e croce, è circa due volte e mezzo il numero di morti occidentali in attacchi terroristici dal 2001 ad oggi, o circa 100 volte se consideriamo gli attacchi dal 2014. Un numero che rimane sempre inferiore (50-100 volte meno ad occhio e croce) del numero di morti nelle guerre mediorientali dove l’Occidente ha messo lo zampino e ha gettato benzina sul fuoco negli ultimi 20 anni. Di questi, un buon 90% sono morti affogati, e di questi un buon numero giace per sempre sul fondo dello stesso mare che bagna Palma, e che bagna le coste di quest’Europa meridionale in preda a una crisi morale.

L’80% delle donne nigeriane che arrivano in gommoni dalla rotta libica sono schiave sessuali, vulnerabili (orfane spesso) e raccattate dalle potenti organizzazioni criminali internazionali, che allungano i loro tentacoli sia nei paesi africani che nei nostri. La politica (anti-)migratoria europea consiste in muri e in dichiarazioni di guerra a queste organizzazioni criminali, in un classico disegno a tinte bianche e nere con cui vengono dipinte spesso la storia e l’attualità. Buoni e cattivi. Libertà e schiavitù. Eppure, queste organizzazioni criminali, e tutti gli anelli della catena che permettono, invogliano o forzano milioni di persone di migrare, rispondono a una domanda. Nel caso della prostituzione nigeriana, questa domanda ha un nome preciso: uomo europeo. Il 96-97% della prostituzione è femminile per uomini, e frutta, secondo stime recenti, circa 31 miliardi di euro all’anno nella sola Unione Europea. Un affare illegale che è secondo solo al narcotraffico ed è circa pari a quello delle armi. Un traffico che ha per protagonisti gente comune. Europei. Prima di criminalizzare facilmente i trafficanti, e di includere in un calderone di diavoli tutta la catena migratoria (cosa di cui dubito, perché tra le varie modalità di arrivo ci saranno anche passaggi in auto tranquilli pagati, naturalmente oltre a frequenti ed intollerabili violenze ed abusi, specialmente in Libia), perché non si criminalizzano i puttanieri, spesso padri di famiglia bianchi e benestanti? Perché non si criminalizzano le fiorenti industrie belliche italiane e spagnole che mai come negli ultimi 20 anni hanno fatto questi affari spargendo strumenti di violenza, morte e terrorismo contro cui poi fingiamo di agire?

L’assenza di una politica migratoria seria, l’assenza di vie legali per permettere loro di arrivare a cercare una vita migliore, l’assenza di presa di responsabilità della situazione attuale, questo mina le fondamenta di un continente che in teoria era stato ricostruito su valori di pace e tolleranza, ma che, alla prima vera prova dura da affrontare in 70 anni, vacilla come un castello di carta.

E mentre il castello di carta vacilla e minaccia di prendere fuoco di fronte a tante micce neofasciste e xenofobe sparse per l’Occidente, a pagare sono persone. Sono 14.600 cadaveri. Sono anche, e forse soprattutto, gente viva che vive in condizioni di neo-schiavitù sessuale o lavorale.

Parla di tutto questo Valentina Milano, professoressa di diritto internazionale dell’Università delle Isole Baleari, e un’intera sala variegata ascolta, discute, interviene. C’è un ragazzo Al-Saharaui, cresciuto in un campo di rifugiati in Algeria. Ci sono varie donne latino-americane, che parlano del razzismo che ancora, anacronisticamente, fa capolino nella vita quotidiana di persone apparentemente integrate nella società europea.

Parlano dell’Eritrea, del servizio militare permanente. Non riesco a intervenire, anche se vorrei; ho il groppo in gola di queste cose non le ha solo lette ed immaginate in forma drammatica su rapporti dell’ONU, ma le ha viste con i propri occhi. Ho il groppo in gola pensando al fatto che quasi tutti i miei colleghi precedenti (sposati con figli) in Uganda l’anno scorso per rilassarsi andavano a prostitute locali, pagate una miseria. Ci andavano nell'ostello BushPig, Kampala, gestito da un italiano che pensavo fosse un amico. I rapporti, i numeri, i ritratti di storie personali che vengono presentati in un seminario, sono per me una realtà vivida a cui associo nomi, esempi, analogie. Dentro il marchio a fuoco del continente nero brucia forte.

Aspetto Rachel, che il Mediterraneo lo vedrà dall’alto di un aereo sicuro venerdì, se tutto va come deve andare. La aspetto e dentro di me urlo a 14.600 decibel. E, per non urlare fuori come un pazzo isterico, devo scrivere queste righe con un’urgenza impellente.


.the.Hive.

1 comentari: