Geoffrey dimostra
30 anni, ma ne ha già 35. Come tanti lavoratori, viene dal Nord dell’Uganda.
Alto, corpulento, forte, è il lavoratore più tosto in cantiere. Finite le sue 8
o 9 ore di lavoro picconando, trasportando carriolate, sbadilando, lo vedi
tornare su, ancora sudato e sporco, con i suoi bimbi di 6 e 9 anni. Fra poco,
andranno via dall’isola, come tutti, per andare alle superiori (che sono subito
dopo le elementari, le medie devono essere un’esclusività italiana forse...).
Mi chiede dove
sta il lavoro, nel senso fisico del termine, di forza per spostamento, nello
scavare la terra che stiamo riportando sulla rampa di accesso, da ore e giorni.
La domanda mi sorprende. Forse me la fa perché il giorno prima ha scoperto che
sono dottore in (astro)fisica, al che gli si erano illuminati gli occhi. Oggi
capisco perché. Dopo avergli spiegato in modo semplice la fisica della
picconata, mi dice che voleva studiare fisica e matematica all'università.
Faccio una domanda che è ormai retorica: “E perché non hai continuato?” Sfrega
il pollice sui polpastrelli di indice e medio. Soldi.
Questo ragazzone,
instancabile nonostante si prendi sgridate per saltuari ritardi, era tra i più
intelligenti del corso che era stato dato a febbraio su energia ed elettricità.
Una mente brillante. Muscoli potenti. Futuro? Passiamo oltre.
Passiamo al
passato allora. Il discorso, con lui e Alì, altro 29 enne settentrionale
ugandese emigrato sulle isole, scivola su cenni di politica ugandese, sull'eterno
grado di rassegnata insoddisfazione per un presidente, Museveni, che è
incollato alla sedia dal 1986. La maggior parte degli ugandesi ha vissuto con
solo lui alla guida del Paese (quasi quattro quinti della popolazione ugandese
ha meno di 30 anni). Non si apre un dibattito. Non mi interessano troppo ora i
palazzi, soprattutto perché il discorso a ritroso, come un granchio, va
inevitabilmente a finire sulle dittature degli anni ‘70 e ‘80.
“Ero bambino. Ci
nascondevamo sotto il letto. Un uomo che era in stanza con noi ci disse: ‘Vado
a dare un’occhiata fuori’. Tornò poco dopo con l’intestino tra le mani, una
ferita che squarciava l’addome e sangue ovunque. Teneva proprio in mano tutto l’intestino...
argh....” e fa un gesto di ribrezzo incredulo come lo rivedesse ora. “Avevo 6
anni, me lo ricordo benissimo. In strada, c’erano cadaveri ovunque. La
municipalità non esisteva più, i corpi erano lasciati così, a marcire. Sangue
ovunque.” Scuote la testa. “Dovevi scegliere se morire di fame o sfidare la
fortuna letale per cercare del cibo là fuori. Nei negozi, nulla. Si
saccheggiavano i granai. A nessuno importava più nulla.” Fa un gesto come a
cacciare dalla mente un periodo. Ci siamo fermati nel lavoro, benedetta pausa.
Mi racconta tutto. Sa che lo sto ascoltando. Non sa cosa accade dietro le lenti
dei miei occhiali da sole. L’immagine e la forza placida e diretta del suo
racconto lontano ma vivido mi entrano nella mente come se i ricordi fossero i
miei. Vedo un bimbo, un piccolo Geoffrey, e sento l’odore di sangue. Sento il
terrore, le grida delle donne. La follia umana. La follia umana. La follia
umana.
Mancanza di
democrazia in Uganda (e in tanti Paesi), dicono... Forse è un prezzo non
oneroso da pagare, per avere un po’ di pace e stabilità. O forse no. Alcuni
dicono che anche oggi ci siano omicidi politici. Sono l’ultimo a poter esprimere
accademici giudizi sulle dinamiche politiche africane, spesso disastrose anche
o soprattutto a causa degli zampini occidentali. So però che in Sud Sudan le
emigrazioni forzate (un milione e mezzo di evacuati a settembre 2016), la
guerra civile, gli stupri, le uccisioni di masse, continuano ogni giorno. La
follia umana. La follia umana. La follia umana. Follia che non trova spazio nei
nostri telegiornali, troppo impegnati con lo spread o con valutazioni populiste
e ciniche del risultato della stessa follia umana, che a migliaia di km di
distanza riempie le spiagge italiane, dopo aver fatto attraversare deserti
infuocati testimoni di crudeli violenze, ed onde salate spesso assassine. Nel nord
dell’Uganda, invece, entrano liberamente decine di migliaia di persone,
praticamente senza ostacoli. Possono diventare cittadini ugandesi relativamente
in fretta. “Noi accogliamo tutti qui.” mi dicono in tanti. La sensatezza umana.
Anche se in non pochi storcono il naso.
Alì parla del
Lord Resistance Army, ribelli attivi nel Nord dell’Uganda e oppositori del
presidente Museveni. “Sai come sono i ribelli. Non guardano in faccia a nessuno.
Nel mio villaggio uccidono, a caso. Contadini semplici, alla luce del giorno.”
La follia umana. Forse è scappato da là, non lo so. Alì ha un sorriso
semplicemente enorme. Sembra che la bocca non ci stia nella faccia, da quanto
si allarga. Lavora, saltuariamente, si accolla le mansioni più umili.
Henry, altra
mente brillante. Un anno di Università. Poi ha lasciato. Non poteva pagarsi la
retta. Lo dice con un sorriso quasi sardonico. Fa il maestro, a 250.000 scellini al mese, 65 euro. Un maestro.
Alcuni maestri prendono anche meno, altri un po’ di più, ma raramente arrivano a 100 euro, almeno su queste isole (e comunque non superano mai i 150 euro al mese). Intelligentissimo e sveglio,
non una scheggia in cantiere, così come non lo sarei io. E’ del 1993. E’
ironico e a Kitobo ci sta come un pesce fuor d'acqua. E’ giovane, ma sembra già
rassegnato. “Daniele, anche tu qua?” mi dice un giorno a pranzo, mentre sto in
un ristorantino locale di legno, traballante, fumoso e polveroso, mangiando
cibo tipico a meno di un euro. Bimbi ci attorniano mentre mangiamo il solito
riso con matoke e pesce persico del Nilo in brodo. “Ora provi l’Africa vera,
auguri con l’avventura.” (non sa che in realtà ci sono abituato a questi
ristorantini, che non potrebbero essere più autentici). Sembra sarcastico verso
la propria terra. Futuro? Passiamo oltre.
E poi c’è David,
il mio preferito. Anche lui del Nord. E’ il capo-operaio che io ho promosso
vedendo la cura e l’interesse che riponeva nei lavori. Affidabilissimo. Ridiamo
di tutto. Si è aperto poco a poco, sempre mantenendo una distanza minima
professionale. E’ orfano, perse i genitori 7 anni fa in un traghetto affondato
sul Lago Albert, insieme a un fratello. Ora è responsabile di mantenere se
stesso, in un buco di catapecchia da 10.000 scellini al mese (3 euro), e i
fratellini rimasti, e i figli. I figli stanno con la moglie a Kampala. 4 mesi
ora senza vederli. “David, vai a trovarli, prenditi tre giorni liberi.” “No,
questo è il momento di lavorare. Poi andrò.” Kitobo-Kampala, circa 30.000
scellini massimo con il trasporto pubblico. 9 euro. La paga giornaliera. Lui
prende i soldi e li manda ai famigliari, accontentandosi di una abitazione tra
le messe peggio, rimanendo fisso in questo angolo di mondo, invivibile anche a
detta loro. Va a letto alle 20, distrutto dalle lunghe giornate di lavoro, dopo
essersi preso un tè. “Sono un uomo semplice. Accetto qualunque paga mi vogliate
dare. Basta che lavoro e mando qualcosa ai miei figli”. Ha 27 anni. “Per me, è
finita. Non ho un futuro, non andrò a studiare, o a fare altro. Ma loro, sì.
Tutto questo che faccio è per loro.” I miei occhiali da sole mi riparano di
nuovo. Ha 27 anni. Io ne ho 30 e mi sento pieno di passato con con un oceano di
futuro davanti, con o senza figli. Ho anche, statisticamente, 34 anni di vantaggio
come speranza di vita. Una vita di vantaggio per loro. Una vita di vantaggio anche
per me.
Una distanza
abissale ci separa. Ma l’ascolto la annulla. Ascoltare è così facile, ma
complesso. Il tempo, i propri affari. Una sorta di callo nell'anima, che rende
insensibili alle infinite ed insanabili casistiche personali, ai drammi, alle
difficoltà. Per me l’ascolto è tutto. Come l’osservazione. Senza quello, non si
costruisce né si capisce molto. Ascoltare loro è meglio di una lezione di storia o
di cooperazione internazionale. Sai cos'è la vita in Africa. No, non lo sai.
Intuisci in superficie. Ascoltare è come farsi accarezzare da delle mani nuove,
come aprirsi un panorama mai visto. Ascoltare prende la solitudine a colpi di
machete, e sfalcia anche tanti problemi auto-indotti.
La distanza
abissale, unita all'ascolto, rendono parole, sguardi e sensazioni impresse come
la china sul papiro. Mentre mi preparo il te serale, con pane e burro di
g-nuts (sorta di arachidi), tutto questo riviene a galla. Stride con la fretta, lo stress, i
calcoli economici, la razionalità e la freddezza che circonda l’uomo bianco
(non in quanto bianco, ma in quanto “progredito” e seduto su una poltrona di
bambagia).
L’ascolto,
infine, è un’esigenza egoista. Mi avvicina a me stesso, mi fa scoprire radice
ataviche di quelle terre rurali che diedero i natali ai miei nonni, e che credo
non differissero molto da questa Africa. Forse i miei stessi nonni possono
vedere attraverso i miei occhi, mi piace pensare.
.the.Hive.
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