dijous, 22 de setembre del 2016

Ascoltando

Geoffrey dimostra 30 anni, ma ne ha già 35. Come tanti lavoratori, viene dal Nord dell’Uganda. Alto, corpulento, forte, è il lavoratore più tosto in cantiere. Finite le sue 8 o 9 ore di lavoro picconando, trasportando carriolate, sbadilando, lo vedi tornare su, ancora sudato e sporco, con i suoi bimbi di 6 e 9 anni. Fra poco, andranno via dall’isola, come tutti, per andare alle superiori (che sono subito dopo le elementari, le medie devono essere un’esclusività italiana forse...).

Mi chiede dove sta il lavoro, nel senso fisico del termine, di forza per spostamento, nello scavare la terra che stiamo riportando sulla rampa di accesso, da ore e giorni. La domanda mi sorprende. Forse me la fa perché il giorno prima ha scoperto che sono dottore in (astro)fisica, al che gli si erano illuminati gli occhi. Oggi capisco perché. Dopo avergli spiegato in modo semplice la fisica della picconata, mi dice che voleva studiare fisica e matematica all'università. Faccio una domanda che è ormai retorica: “E perché non hai continuato?” Sfrega il pollice sui polpastrelli di indice e medio. Soldi.
Questo ragazzone, instancabile nonostante si prendi sgridate per saltuari ritardi, era tra i più intelligenti del corso che era stato dato a febbraio su energia ed elettricità. Una mente brillante. Muscoli potenti. Futuro? Passiamo oltre.

Passiamo al passato allora. Il discorso, con lui e Alì, altro 29 enne settentrionale ugandese emigrato sulle isole, scivola su cenni di politica ugandese, sull'eterno grado di rassegnata insoddisfazione per un presidente, Museveni, che è incollato alla sedia dal 1986. La maggior parte degli ugandesi ha vissuto con solo lui alla guida del Paese (quasi quattro quinti della popolazione ugandese ha meno di 30 anni). Non si apre un dibattito. Non mi interessano troppo ora i palazzi, soprattutto perché il discorso a ritroso, come un granchio, va inevitabilmente a finire sulle dittature degli anni ‘70 e ‘80.

“Ero bambino. Ci nascondevamo sotto il letto. Un uomo che era in stanza con noi ci disse: ‘Vado a dare un’occhiata fuori’. Tornò poco dopo con l’intestino tra le mani, una ferita che squarciava l’addome e sangue ovunque. Teneva proprio in mano tutto l’intestino... argh....” e fa un gesto di ribrezzo incredulo come lo rivedesse ora. “Avevo 6 anni, me lo ricordo benissimo. In strada, c’erano cadaveri ovunque. La municipalità non esisteva più, i corpi erano lasciati così, a marcire. Sangue ovunque.” Scuote la testa. “Dovevi scegliere se morire di fame o sfidare la fortuna letale per cercare del cibo là fuori. Nei negozi, nulla. Si saccheggiavano i granai. A nessuno importava più nulla.” Fa un gesto come a cacciare dalla mente un periodo. Ci siamo fermati nel lavoro, benedetta pausa. Mi racconta tutto. Sa che lo sto ascoltando. Non sa cosa accade dietro le lenti dei miei occhiali da sole. L’immagine e la forza placida e diretta del suo racconto lontano ma vivido mi entrano nella mente come se i ricordi fossero i miei. Vedo un bimbo, un piccolo Geoffrey, e sento l’odore di sangue. Sento il terrore, le grida delle donne. La follia umana. La follia umana. La follia umana.

Mancanza di democrazia in Uganda (e in tanti Paesi), dicono... Forse è un prezzo non oneroso da pagare, per avere un po’ di pace e stabilità. O forse no. Alcuni dicono che anche oggi ci siano omicidi politici. Sono l’ultimo a poter esprimere accademici giudizi sulle dinamiche politiche africane, spesso disastrose anche o soprattutto a causa degli zampini occidentali. So però che in Sud Sudan le emigrazioni forzate (un milione e mezzo di evacuati a settembre 2016), la guerra civile, gli stupri, le uccisioni di masse, continuano ogni giorno. La follia umana. La follia umana. La follia umana. Follia che non trova spazio nei nostri telegiornali, troppo impegnati con lo spread o con valutazioni populiste e ciniche del risultato della stessa follia umana, che a migliaia di km di distanza riempie le spiagge italiane, dopo aver fatto attraversare deserti infuocati testimoni di crudeli violenze, ed onde salate spesso assassine. Nel nord dell’Uganda, invece, entrano liberamente decine di migliaia di persone, praticamente senza ostacoli. Possono diventare cittadini ugandesi relativamente in fretta. “Noi accogliamo tutti qui.” mi dicono in tanti. La sensatezza umana. Anche se in non pochi storcono il naso.

Alì parla del Lord Resistance Army, ribelli attivi nel Nord dell’Uganda e oppositori del presidente Museveni. “Sai come sono i ribelli. Non guardano in faccia a nessuno. Nel mio villaggio uccidono, a caso. Contadini semplici, alla luce del giorno.” La follia umana. Forse è scappato da là, non lo so. Alì ha un sorriso semplicemente enorme. Sembra che la bocca non ci stia nella faccia, da quanto si allarga. Lavora, saltuariamente, si accolla le mansioni più umili.

Henry, altra mente brillante. Un anno di Università. Poi ha lasciato. Non poteva pagarsi la retta. Lo dice con un sorriso quasi sardonico. Fa il maestro, a 250.000 scellini al mese, 65 euro. Un maestro. Alcuni maestri prendono anche meno, altri un po’ di più, ma raramente arrivano a 100 euro, almeno su queste isole (e comunque non superano mai i 150 euro al mese). Intelligentissimo e sveglio, non una scheggia in cantiere, così come non lo sarei io. E’ del 1993. E’ ironico e a Kitobo ci sta come un pesce fuor d'acqua. E’ giovane, ma sembra già rassegnato. “Daniele, anche tu qua?” mi dice un giorno a pranzo, mentre sto in un ristorantino locale di legno, traballante, fumoso e polveroso, mangiando cibo tipico a meno di un euro. Bimbi ci attorniano mentre mangiamo il solito riso con matoke e pesce persico del Nilo in brodo. “Ora provi l’Africa vera, auguri con l’avventura.” (non sa che in realtà ci sono abituato a questi ristorantini, che non potrebbero essere più autentici). Sembra sarcastico verso la propria terra. Futuro? Passiamo oltre.

E poi c’è David, il mio preferito. Anche lui del Nord. E’ il capo-operaio che io ho promosso vedendo la cura e l’interesse che riponeva nei lavori. Affidabilissimo. Ridiamo di tutto. Si è aperto poco a poco, sempre mantenendo una distanza minima professionale. E’ orfano, perse i genitori 7 anni fa in un traghetto affondato sul Lago Albert, insieme a un fratello. Ora è responsabile di mantenere se stesso, in un buco di catapecchia da 10.000 scellini al mese (3 euro), e i fratellini rimasti, e i figli. I figli stanno con la moglie a Kampala. 4 mesi ora senza vederli. “David, vai a trovarli, prenditi tre giorni liberi.” “No, questo è il momento di lavorare. Poi andrò.” Kitobo-Kampala, circa 30.000 scellini massimo con il trasporto pubblico. 9 euro. La paga giornaliera. Lui prende i soldi e li manda ai famigliari, accontentandosi di una abitazione tra le messe peggio, rimanendo fisso in questo angolo di mondo, invivibile anche a detta loro. Va a letto alle 20, distrutto dalle lunghe giornate di lavoro, dopo essersi preso un tè. “Sono un uomo semplice. Accetto qualunque paga mi vogliate dare. Basta che lavoro e mando qualcosa ai miei figli”. Ha 27 anni. “Per me, è finita. Non ho un futuro, non andrò a studiare, o a fare altro. Ma loro, sì. Tutto questo che faccio è per loro.” I miei occhiali da sole mi riparano di nuovo. Ha 27 anni. Io ne ho 30 e mi sento pieno di passato con con un oceano di futuro davanti, con o senza figli. Ho anche, statisticamente, 34 anni di vantaggio come speranza di vita. Una vita di vantaggio per loro. Una vita di vantaggio anche per me.

Una distanza abissale ci separa. Ma l’ascolto la annulla. Ascoltare è così facile, ma complesso. Il tempo, i propri affari. Una sorta di callo nell'anima, che rende insensibili alle infinite ed insanabili casistiche personali, ai drammi, alle difficoltà. Per me l’ascolto è tutto. Come l’osservazione. Senza quello, non si costruisce né si capisce molto. Ascoltare loro è meglio di una lezione di storia o di cooperazione internazionale. Sai cos'è la vita in Africa. No, non lo sai. Intuisci in superficie. Ascoltare è come farsi accarezzare da delle mani nuove, come aprirsi un panorama mai visto. Ascoltare prende la solitudine a colpi di machete, e sfalcia anche tanti problemi auto-indotti.

La distanza abissale, unita all'ascolto, rendono parole, sguardi e sensazioni impresse come la china sul papiro. Mentre mi preparo il te serale, con pane e burro di g-nuts (sorta di arachidi), tutto questo riviene a galla. Stride con la fretta, lo stress, i calcoli economici, la razionalità e la freddezza che circonda l’uomo bianco (non in quanto bianco, ma in quanto “progredito” e seduto su una poltrona di bambagia).

L’ascolto, infine, è un’esigenza egoista. Mi avvicina a me stesso, mi fa scoprire radice ataviche di quelle terre rurali che diedero i natali ai miei nonni, e che credo non differissero molto da questa Africa. Forse i miei stessi nonni possono vedere attraverso i miei occhi, mi piace pensare.

.the.Hive.

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